ROBERT REDFORD di Felice Muolo

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di  Felice Muolo   

       

     Assomigliava a Robert Redford, l’attore americano. Biondo, capelli scarmigliati, aria simpatica, accattivante. Quando gli diedi dieci copie del mio primo romanzo per venderli a scopo di beneficenza, non trovò nessuna scusa per tirarsi indietro, contrariamente a tanti a cui rivolgevo la richiesta. Avevo pubblicato il libro a mie spese e versavo il ricavato delle cessioni a una associazione umanitaria, senza trattenere neanche il costo di stampa. A quell’epoca, me lo potevo permettere, avevo ancora un lavoro e guadagnavo profumatamente. Robert non si comportò come altri che mi offrivano la collaborazione entusiasti per poi restituirmi invenduti i libri. Un mesetto dopo l’andai a trovare in banca, dove lavorava, e mi consegnò senza tante cerimonie la somma di denaro che aveva riscosso. Quando, qualche tempo dopo, seppi che aveva sottratto una decina di miliardi di vecchie lire alla sua banca, rimasi di stucco.   

     La donna che conviveva con lui l’aveva conosciuto in banca. Aveva diverse esperienze fallimentari con gli uomini alle spalle ma non le considerava per niente. Non aveva perso la voglia rimettersi con un uomo, così le venne naturale, quando si trovò per la prima volta di fronte a quell’impiegato che assomigliava a Robert Redford, di conquistarlo. Era scapolo e più giovane di lei ma lei era una bella donna e non incontrò nessuna difficoltà a raggiungere il suo scopo.

     Non appena si misero insieme, Robert subì dei cambiamenti. Per prima cosa perse l’aria professionale alquanto gelida e distante dell’impiegato di banca che inizialmente aveva, mi hanno riferito, perché non so esattamente come si comportava prima: quando lo conobbi, già conviveva. Poi mutò il suo modo di vestire: ora indossava cravatte sgargianti e camicie a fiori che gli conferivano l’aspetto del perenne turista. Ai suoi polsi, comparvero un Rolex d’oro massiccio e vari bracciali dello stesso metallo, un vistoso collier pure d’oro gli girava intorno al collo.   

     Nessuno al paese giurava ch’era stata lei a regalargli questi gioielli, semplicemente perché non poteva permettersi di comprarli: viveva di lavori precari e mal pagati. Ma qualcosa c’entrava. La verità è che Robert giocava a carte. A volte vinceva, delle altre perdeva, come tutti i giocatori che rischiano poche somme e non intascano mai una vincita considerevole. Circola la voce che lei lo incoraggiò a osare di più e, per poterlo fare, ad attingere dai conti dei clienti della sua banca il denaro che gli occorreva per giocare. Poi, dal tavolo verde, entrambi compirono durante i week-end raid ai vari casinò del nord Italia e oltre frontiera. Non si sapeva se la fortuna di Robert raggiungeva o meno alti picchi in questo periodo ma alcuna anima viva sospettò mai che il denaro che la coppia scialacquava provenisse dai conti dei clienti della banca. Una cosa era certa: qualunque fosse la fonte, l’abilità di Robert era considerevole, dal momento che il suo nuovo stile di vita perdurò svariati anni.

     Quando il grosso ammanco venne alla luce, la banca intimò al proprio impiegato di restituire il denaro che si era indebitamente appropriato. Robert semplicemente rispose che non lo aveva. La banca lo licenziò e la cosa finì li. Non riuscì a mandarlo neanche in galera. Fu allora che Robert e la sua convivente tolsero le tende dal paese.

     Per anni non seppi più nulla di loro. Quando casualmente li incontrai in un ristorante in un luogo di villeggiatura, sembrava che il tempo per Robert non fosse passato. Assomigliava sempre all’attore americano, con quell’aria di eterno ragazzo che aveva. Ci salutammo e ci abbracciammo. Mi chiese se ancora vendevo i miei libri per devolvere il ricavato in beneficenza. Gli risposi di si. Non gli dissi che avevo perso il lavoro e trattenevo le spese di stampa.

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