Ancora sul Festival di San Remo, sulla televisione, sulla vita e sulla morte

Non ho visto nemmeno un minuto del Festival di San Remo. E non ne ho sentita alcuna canzone.

Ho letto che ad aver vinto è stato un certo Marco Carta, che non avevo mai sentito nominare prima. Mi sono documentato: così sono venuto a sapere che proviene dal programma televisivo di Mediaset “Amici” – di cui ha vinto la settima edizione –  la cui ideatrice, anima e conduttrice, Maria De Filippi, è stata ospite sul palco del teatro Ariston, proprio la serata conclusiva del Festival. Affiancava un’altra icona-Mediaset, Paolo Bonolis (un po’ più bipartisan, lui, visti i trascorsi in Rai).

E’ stato facile per molti parlare di inciucio televisivo, di RaiSet, di prove tecniche di regime mediatico. Facile e vero.

Ma dal mio punto di vista trovo che l’esito del Festival costituisca (anche) il perfetto paradigma della Narrazione Televisiva Contemporanea (NTC).

David Foster Wallace scrisse (in Tennis, TV, Trigonometria, Tornado a altre cose divertenti che non farò mai più) che la televisione è quella cosa che mostra l’esistenza un mondo pieno di cose affascinanti a una platea di esseri sub-umani che nella loro vita non sanno fare di meglio che starsene per delle ore davanti alla televisione…

In Infinite Jest DFW dice anche, a proposito della pubblicità televisiva, che il suo compito è quello di “creare un’ansia che si allevia solo con l’acquisto”.

Giulio Mozzi ha scritto qualche giorno fa sul suo blog, Vibrisse, rifacendosi a Claudio Giunta, che “la televisione italiana, pubblica o privata che sia (…), mette al lavoro telespettatori e telespettatrici, per il proprio profitto, proprio per mezzo dell’ansia, dell’insoddisfazione, della depressione, del desiderio – inevitabilmente frustrato in quasi tutti – di autorealizzazione magica. La televisione italiana fa stare male, ma questo star male non è un sottoprodotto irrilevante o casuale: è la mission aziendale. Perché solo un popolo di ansiosi insoddisfatti e depressi imbottiti di desiderio di autorealizzazione magica può credere di salvarsi aderendo a proposte commerciali esclusive alla portata di tutti.”

Cosa intende Giulio Mozzi per  “autorealizzazione magica”? Credo si tratti dell’ adesione fideistica degli spettatori al meraviglioso progetto che offre loro la televisione finalizzato al raggiungimento della loro felicità.
La televisione induce questo desiderio neutralizzandolo, allo stesso tempo.

Infinite Jest è il romanzo della Dipendenza. Di come l’essere umano non possa fare a meno di ciò che procura la propria morte, e finisce con il far coincidere il piacere con la morte, perché il connubio è indissolubile (“una volta che siete così schiavi di una Sostanza da doverla abbandonare per salvarvi la vita, la Sostanza schiavizzante è diventata per voi così profondamente importante che uscirete di senno quando ve la porteranno via”, p. 270, ed. Fandango Libri).

La televisione, oltre naturalmente all’alcool e alle droghe – e al tennis –  gioca un ruolo fondamentale in questo processo di deterioramento psichico della volontà. Tutta la storia ruota infatti intorno alla ricerca di un misterioso video, L’Intrattenimento dal titolo, appunto, Infinite Jest, che provoca la morte di chiunque lo veda (“L’ Intrattenimento … La scelta di ammazzare la propria testa attraverso il piacere” , p. 426).

L’origine di questa sorta di peste psicomatica, a giudizio del lucido Rémy Marathe, spia canadese doppio o triplogiochista consiste nella perdita della capacità di scelta, provocata da qualcuno che “in un tempo passato […] ha fatto dimenticare come scegliere, e cosa. Qualcuno ha fatto dimenticare […] che era l’unica cosa importante, scegliere.”

Ma questo qualcuno non è, a giudizio di Marathe, un corpo estraneo alla società, anche se al suo posto è stato per comodità individuato un “nemico comune”, “qualcun altro” da odiare. Il responsabile va cercato nel corpo stesso della società, “qualcuno che aveva autorità, oppure avrebbe dovuto avere autorità e non l’ha esercitata”.

“Questo appetito di scegliere la morte attraverso il piacere se questa è una scelta possibile – questo appetito del tuo popolo incapace di scegliere gli appetiti, questa è la morte” (p.426). La morte fisica, quella non sarà che una formalità.

In questo contesto, lo spettatore italiano viene quotidianamente invaso di narrazioni ordinarie ma non per questo meno ansiogene e ha smarrito del tutto la capacità di selezionare fra una e l’altra: nella fascia pomeridiana famiglie semi-sfasciate fingono di rinfacciarsi di tutto davanti alle telecamere (la finzione spudorata è parte della messa in scena autoipnotica): figli contro genitori, suoceri contro generi e nuore contro cognati, ex amiche contro ex fidanzati delle cugine. A sera, famiglie surreali spacciate per “vere” fanno ciò che hanno sempre fatto le famiglie in televisione (passare ogni sorta di guaio e rendersi nel contempo invidiabili e rassicuranti); oppure si inscenano competizioni talvolta cruente, che spesso causano sentimenti di diffusa ingiustizia, repulsione e conseguente gratificazione (tradimenti, sgarbi, nomination non condivise, sospetti).

Nel caso in questione Amici offre all’immaginazione dei telespettatori la simulazione di una Accademia artistico-musicale (una specie di High School of performing arts di Saranno famosi con l’aggravante della Sfida Infernale): il trionfo della proiezione emulativa che intercetta il fondo di violenza e  sadomasochismo mascherato da sogno di successo che alberga in ogni adolescente.

Lì ragazzi con più o meno talento stanno insieme, lottano, si amano, si odiano, si abbracciano sudati, superano prove, danno del tu a Maria, si mettono in gioco. Uno solo vincerà.

E’ ovvio che l’Intrattenimento televisivo è vissuto dallo spettatore come un unico indistinto flusso di immagini ed emozioni invariabile e del tutto indipendente dal “canale” che lo veicola. Persino la produzione è quasi sempre la stessa, la Endemol. Si guardi per  qualche minuto il video di presentazione e si aguzzi la vista, come nel gioco della Settimana enigmistica, in cerca di un piccolo dettaglio mancante…

Così la vicenda del giovane cantante vincitore di Amici si deve concludere con il trionfo a San Remo: la trama è la stessa, la regia la stessa, la parabola vincente e consolatoria (ma piena di ostacoli e di pericoli – superati, questi e quelli) deve concludersi con un lieto fine che unifica in un unico abbraccio la NTC (Narrazione Televisiva Contemporanea) cui lo spettatore ha assistito, illudendosi magari di esserne anche co-autore, quando ha impugnato, affondato nel cuscino morbido del divano, la fatale arma del televoto.

17 pensieri su “Ancora sul Festival di San Remo, sulla televisione, sulla vita e sulla morte

  1. alex cartoni

    Forse è del tutto velleitario pensare ad un uso diverso del mezzo televisivo, tuttavia bisogna continuare a concepirlo come possibile. Altrimenti è davvero la fine. Ricordo l’analisi che fa Genna in “Dies irae” della nascita della TV commerciale che si insinua nella TV pubblica e la contagia contagiando con ciò i gangli stessi della nazione. Ormai il processo è andato avanti e tutti siamo più o meno dentro questa totalitaria NTC. La vita stessa vi è dentro. Credo si possa parlare di un immaginario individuale del tutto colonizzato dal moloch catodico. Ma se la vita profonda individuale è dominata dai sogni del moloch allora che ne è dell’individuo così come lo avevamo pensato, così come eravamo abituati a figurarcelo a partire anche da noi stessi? E noi stessi cosa siamo diventati? E’ pura archeologia parlare di “soggetto” e di “coscienza” e, perché no, di “spirito”? O magari di “libertà” ( capisco che la parola faccia ridere di fronte al trionfo di
    Marco Carta…) Lo spirito della nazione è il Festival di Sanremo, come il Parlamento è (vorrebbe essere…)il centro della vita civile? O viviamo dentro un grande fantasma?

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  2. lucy

    in televisione scorre già ben di peggio del festival di sanremo. questa è proprio una vittoria di carta. c’erano canzoni migliori (poche), per cui è evidente l’inciuc(c)io: mamma maria e fantolino. come le vittorie del milan: che sicome stenta, bisogna portare a casa immagine(tte), tanto per tener dest(r)a la memoria agl’itagliani su chi conta, chi vince, chi perde. anche il buon benigni fa parte (chissà se lo sa?) del giochino: si parli pure male di me, purché se ne parli.

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  3. Roberto Plevano

    La società italiana, nel suo insieme, è sempre stata autoreferenziale, nel senso che i suoi numerosi storici conflitti sono stati in generale più rappresentati che effettivamente combattuti (con le dovute eccezioni, beninteso). Sarà stato uno degli effetti delle liturgie della riforma tridentina.
    Negli ultimi venti e più anni la società italiana ha mutato l’autoreferenzialità nella malattia infantile/senile del narcisismo. Qualcuno ha contribuito a fabbricare lo specchio, e se ne è impadronito, e ogni sera celebra la liturgia di una nazione che vede se stessa, e con se stessa è indulgente fino alla completa autoassoluzione.
    Adesso è facile concludere che lo schermo detta i ritmi e i contenuti dell’immaginario collettivo, e in una certa misura è vero. All’immaginario si offre piacere: cibo (la gastronomia italiana, l’albero della cuccagna) e sesso sesso sesso, in qualsiasi fascia oraria. Poi non stupiamoci che dieci milioni di maschi italiani siano clienti di prostitute, e siano il combustibile che ogni notte alimenta il fuoco che brucia interminabili storie di dolore (perché ogni donna venduta è una storia di sofferenza, e un giorno qualcuna ce lo racconterà).
    È facile concludere che la TV commerciale abbia conquistato l’immaginario e abbia vinto. E tuttavia non vorrei essere apocalittico. In altri paesi, come gli USA, la TV commerciale, pur importante, non condiziona così pesantemente le coscienza, non entra con tutta la prepotenza italiana nelle case. Anche da noi, a ben vedere, i teledipendenti (termine azzeccato) non sono proprio la totalità della nazione. Resistere si può.

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  4. Giorgio

    Bell’analisi, Ezio. Ripenso, fatte salve le differenze di contesto, alla modesta proposta di Pasolini: abolire, in attesa di tempi migliori, cioè di un altro sviluppo, la televisione.

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  5. enea

    Luigi Tenco non a caso si suicidò durante il festival sanremese…

    Ne sono passati di anni d’allora e fanno ancora queste cose?

    poveri italiani … allora questo festival non è meno uguale del piu noto Premio Nobel e l’Oscar americano…*__=

    enea

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  6. Antonio Fiori

    Undici anni fa Peter Weir ci propose l’ottimo Truman Show,film emblematico sulla ‘mission’ aziendale di cui parla Tarantino.Penso che quasi nessun diciottenne di oggi l’abbia visto o ne sia comunque rimasto colpito.Temo anche ad accennare la proposta di renderne obbligatoria la proiezione – e la discussione – nelle classi quinte delle superiori: Maria se ne approprierebbe, lo farebbe trasmettere ad Amici nella nuova rubrica ‘Il ritorno del cineforum’ e lo vedremo definitivamente e oscenamente fagocitato dalla mission aziendale.

    Buona domenica
    (oops non dovevo dirlo?)
    Antonio

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  7. alex cartoni

    Sgombriamo però il campo dall’idea che la tv commerciale sia una cosa soltanto dozzinale, per spiriti semplici. E’ un prodotto complesso alla cui fabbricazione partecipano le energie “peggiori” della nazione. Non è così banale o così poco appetibile. Penetra altroché…E destruttura, insinuando magari il dubbio che certe semplificazioni o certi richiami facciano da sempre parte del modello umano contemporaneo. Resistere? Certo, ma è faccenda, credo, da salotto, o da élite culturale. Il problema è capire perché ha così credito, cioè perché da essa dipende l’immagine del mondo. Forse avevano ragione Popper e Condry nel 1994 a dire che ci sarebbe voluta la patente per fare la tv. Nelle scuole bisognerebbe prima insegnare a spegnerla e poi, dopo, magari a “leggerla” e criticarla. Ma, si sa, i dirigenti si occupano di altro

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  8. Giuseppe Panella

    Già Gore Vidal scrisse in Myra Breckinridge che il filmato pubblicitario sarebbe stata (anzi era già) la forma d’arte del futuro. I moralismo in questi casi serve a poco – anzi il rimedio è peggiore del male:-… quello che potrebbe servire è creare degli anticorpi costringendo chi vende spazzatura ad ammettere che la sua è proprio spazzatura…

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  9. lambertibocconi

    @ Alex: la tv commerciale è uno stumento di potere, complessa sì, complessa come un carro armato. Anche la guerra peraltro passa nelle scuole come una cosa “naturale”, e forse lo è anche, ma “fatti non foste a viver come bruti…”.

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  10. mbaldrati

    Sono molto d’accordo con questo:

    “il trionfo della proiezione emulativa che intercetta il fondo di violenza e sadomasochismo mascherato da sogno di successo che alberga in ogni adolescente.”

    Mia figlia quattordicenne guarda spesso Amici, e quindi capita anche a me. Potrebbe essere un programma con una sua dignità, dove ragazze e ragazzi cercano di esprimere talenti nel canto, nella danza e nella recitazione. E ho pure visto alcuni che mi sono sembrati dotati. Invece è un gioco al massacro, dove l’unico requisito è la competitività esasperata, la contrapposizione, la denigrazione del “concorrente” visto come nemico. Il tutto condotto da personaggi sui generis cosidetti “professori” che non fanno altro che sostenete i loro protetti e denigrare gli avversari. E su tutti regna lei, Maria de Filippi, che coi suoi modi finti-calmi, cerca in realtà la rissa continua e, come dici, il sadomasochismo. E’ un brutto spettacolo per gli adolescenti, uno dei tanti pessimi esempi che non so quali guasti produrranno nelle generazioni future.

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  11. sergio pasquandrea

    Sanremo di quest’anno è stato un avvenimento di portata quasi metafisica. L’ha vinto un cantante che semplicemente non esiste, se non in forma catodica. E’ fisicamente insignificante, non ha talento, cantava una delle canzoni più brutte del festival, ma è bastata la sua forza mediatica (anche senza tirare in ballo inciuci e call-center comprati) a farlo vincere.
    Se qualcuno aveva ancora dubbi circa il fatto che la TV contemporanea non imita né riproduce la realtà, ma semplicemente la sostituisce, credo che questa ne sia la prova definitiva, l’experimentum crucis.

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  12. eziotarantino

    Per alleggerire il tono apocalittico, ed entrare nel merito, mi sono andato a sentire la canzone di Carta e l’ho trovata una vera schifezza. Ma una schifezza davvero assoluta che non fa che corroborare l’asssunto del mio articolo.
    Ezio

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  13. enea

    Si narra che Zeus (DIOs) dopo la Grande Battaglia contro il padre Crono e i Titani, (Teogonia) per governare nel nuovo mondo dei vedenti, abbia avuto su suggerimento di una divinità femminile, aver bisogno di un antico potentissimo Dio di nome “Fanes”; il Dio conforme ad un serpente, il quale, viveva girato di spalle e muto come “spento” in fondo all’universo. Zeus lo prese e lo riaccese con l’energia sua propria: Fanes si riaccese, illuminandosi. Poi per governare il mondo attraverso le illusioni mentali cui Fanes attraverso l’ipnosi sa ingannare, Zeus (DIOs)dovette ingoiare tutto il sapere del padre Crono e vomitarlo fuori come: ” cose simile al vero ma non uguali” dando origine alle Metamorfosi.
    L’inganno è all’origine delle metamorfosi, quindi i poeti svegli sanno che non è nell’apparire il vero, ma attraverso l’apparire bisogna sapere riconoscere i disegni invisibili del grande Zeus (DIOs).

    Nelle tragedie greche, i poeti indagarono molto sull’icona misteriosa di Zeus con intorno al collo il serpente (scialle), icona sovrastante molti templi greci, icona racchiusa sempre in un triangolo. Altri poeti sostenevano che Faners avesse forma, prima dell’accensione, ad un Uovo. Credo che in tutte e sue le versioni ci sia del vero. L’illusione è una magia alla quale è difficile sottrarsi se non si ha il senso della realtà. Ecco la forza dei greci, la perfezione e conoscenza della e nella realtà.

    Così i poeti antichi narrarono di Fanes in un passaggio delle sue molteplici metamorfosi:

    Si poteva dalla luce essere invasi
    da distinte figure dalle squame radianti
    la luce emanata dal proprio ventre
    nascondeva tra i gas chi le promanava.

    Cordialmente

    Enea
    (pagano)

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  14. alex cartoni

    @anna: certo bisognerebbe non “brutalizzare” ulterioremente soprattutto in quegli ambienti che si definiscono formativi. Però è più semplice dirlo che farlo. Per quello che ne so io (e mi piacerebbe che non fosse così)la scuola dovrebbe riumanizzare gli educatori prima che gli educandi. Però certo le tue parole sono sacrosante. Forse solo il disastro provocherebbe un soprassalto di “spirito”…

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  15. Impiastro

    E internet?

    Nessuno dice niente di internet?

    Più che valvola di sfogo in una società che è organizzata per automi, dove il progresso tecnologico rende prevedibile ogni evento, questo dovrebbe essere una zona libera?

    La libertà è una conquista

    internet è la catena

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