Via Berenini
Sbucavano sempre dalla strada di Tabiano
alla fine di febbraio coi primi tepori
e noi ci appostavamo giorni interi
finché uno li avvistava e urlava
arrivano i baracconi! arrivano i baracconi!
come se fossero le rondini.
*
Nel buio del tramonto
la corsa a chiudere i fantasmi
di giorno i pattini a rotelle
la prima bicicletta con le ruote piccole.
Un corridoio lungo stretto
aperto sui fiori di un terrazzo in fondo
la mia misura del mondo.
*
Tango rumba
samba fox-trot
il ballo a me viene naturale
ma il merito è dei valzer
tra le braccia di mio padre
i lenti poi
i miei piedi sopra i suoi.
*
Via Malpeli
Certe sere d’estate
davanti al portone
la portinaia un donnone
si accomodava su una sedia da chiesa
come un papa che non bada al suo trono.
Era un regno
vasto buono la strada.
*
Via Podgora
Coi risparmi di un anno
ci portavano al mare
per il sole
per lo iodio
per nuotare
e noi ore chiuse in cabina
a cotonarci i capelli
a imbrattarci di rimmel le ciglia.
*
Buia
disadorna
ammobiliata con la cerata
in quella stanza inaspettato
timido
ingordo
subito in fuga
come un bombo è arrivato
sul sofà
il primo bacio.
*
Via Melloni
A coda di cavallo
a paggio
alla maschietto
biondi platinati
scuri sfumati
lisci
ricci
cotonati
tutte le ho provate
non riuscivo a trovare la mia faccia.
Poi
un giorno
ho smesso
di cercarmi nello specchio.
*
Non ricordo più gli oratori
per la pace nel Vietnam
al comizio di aprile.
Con lui sotto il palco
ricordo le nuvole chiare
* * *
Presentazione
di Giovanni Tesio
I primi due libri poetici di Graziella Tonon (antecedenti a Traslochi) sono intitolati a due donne, Irma (Scheiwiller, 1996) e Diva (Manni, 2000). Ma il nome di Diva (che fa pensare a una passione belliniana, come accade di scoprire in una poesia che evoca la complice figura di un nonno) già compare in una dedica di Irma. E tanto in Irma quanto in Diva c’è l’esigenza di ordinare il percorso in una scrittura d’impianto teatrale.
Sono nomi e storie di donne che incrociano storie di altre donne e di altri uomini. E a tenere insieme il punto è lo scenario di una provincia (la Bassa parmense di Fidenza, qui evocata dalla “strada di Tabiano” già del resto presente in Diva con qualche altro toponimo locale) che insieme con Milano (nel secondo libro) spunta dalla memoria come un’esperienza essenziale. Divisioni sociali, pregiudizi, ricordi di ambienti e movimenti, un tempo che sta tra guerra (qualche flash per la prima, un po’ di più per la seconda) e dopoguerra, un’atmosfera concreta che sembra venire da un sogno e un sogno che resta solidamente ancorato a fatti, figure, immagini, gesti, oggetti.
Ma già anche – ben individuata – la grana di una voce soda, che sa modulare con sapienza il suo dettato. La parola e la cosa che si stringono in una musicalità accorta, finemente giocata in una rete di connessioni sonore, risonanze, echi, affinità. Nessuna traccia di fonosimbolismo, tuttavia, e invece una musica laica, lontana da misteriosi (esoterici) effetti d’indistinto e di flou. Vale a dire, un’evidente volontà di restare nei confini del “fare” più discreto, domestico, quotidiano. Grande e sintomatica frequenza di assonanze e consonanze (lo scarto, la piega, il salto); più rada adozione di rime (in ogni caso facili). E nell’insieme un’allure di conio esatto e trasparente.
La Bassa dell’origine deve pure averci avuto la sua parte. Ma è più facile ipotizzare che vi abbia vuto parte maggiore Milano, e soprattutto la cultura che il capoluogo lombardo (al di fuori della famosa “linea” poetica in cui se ne siano voluti difettivamente costringere o convogliare gli umori antiretorici e concreti) è stato capace di sprigionare in una fitta trama di echi e di richiami anche contraddittori, e tuttavia complementari. E se proprio dovessi fare un nome che possa accompagnarsi a Graziella Tonon come un esempio mi parrebbe di poter evocare la presenza di Vivian Lamarque, a patto di tenerne distinto quel tal candore ad alta dissimulazione che – della Lamarque – costituisce l’inconfondibile (e straniante) filo rosso.
Traslochi è il frutto ancor più maturo di un percorso già nato maturo. Il libro di un io che racconta se stesso (scarsamente significativo che corrisponda alle ragioni di un’esperienza di tratto autobiografico, per la quale tornerei in ogni caso a parlare propriamente di memoria, ossia del recupero di un “vissuto” che è dato per istanti, per momenti, per illuminamenti, ancorché disposti, a posteriori, entro la necessità ordinativa di una cornice o di una catena di stazioni).
Certo, c’è dentro una storia, e dunque un intento di narratività. La storia di una donna che recupera frammenti di vita attraverso i suoi passaggi di via in via, di abitazione in abitazione: i ricordi d’infanzia, le cose (le tante cose), i pattini a rotelle, la prima bicicletta, la storia di Biancastella, i nonni, il padre, il ballo, le feste, i sogni, le mascherate, le villeggiature, il fascino di cinemini che trasfigurano la loro povertà in un’eterna – magica – fabbrica d’illusioni, la strada, la settimana Incom, la Topolino, la Cisa, l’aprendimento del corpo, il primo bacio, la difficoltà ad accettare il proprio volto (la maschera che ne sdoppia il ritratto), il Sessantotto, l’occupazione, la rivoluzione (bon marché), i comizi, il Vietnam, e infine le stupite e più dimesse e fragranti madeleines che al pari delle rondini tornano a fare “come nuova” la vita:
Certe mattine frastornate
i rumori ingigantiti nella testa
tentata di lasciarmi andare
sale in soccorso un profumo di pane alla finestra.
Fra tutti vale la pena di sottolineare il gran tema dei ritorno, la “paura” e l'”azzardo” che ne accompagnano i passi:
E’ un gioco d’azzardo il ritorno
l’ultima volta ho perso in un colpo
l’ombra gentile del tiglio
e il profumo delle granaglie
sul consorzio ora incombe una torre.
Per questo appena imbocco il vialone
gli occhi li abbasso
accelero il passo
e punto dritto al portone di casa.
Lì tiro il fiato
come un baro che cala
un poker d’assi.
Ma a caratterizzare tutto il libro – la sua cifra, il suo carattere – un già sperimentato strascico di voce, di cui voglio dare un esempio solo (e se ne potrebbero trarre di continuo):
Ma io di una Pasqua soltanto porto il tepore
non era mai stata una festa
mi era sempre toccato un vestito scartato
fuori misura
talvolta macchiato
(ho una sorella maggiore).
Quell’anno mi hanno mandato dalla sarta.
Le rime distanti (tepore-maggiore, scartato-macchiato, la quasi rima dei due versi “Mi era sempre toccato un vestito scartato./Quell’anno mi hanno mandato dalla sarta” (scartato/sarta). Ma poi soprattutto le prossimità diversamente allitteranti, consonanti e a tratti quasi anagrammabili (“porto il tepore”, “stata una festa”, “vestito scartato”), per non dire di quell’effetto d’eco (anno-hanno) che promana dall’ultimo verso (un verso-pointe quasi sempre isolato o qualche volta un distico), internamente e facilmente rimante con “toccato” prima ancora che in fine di verso con “scartato” e con “macchiato”. Tutto giocato su una tastiera che rifugge da struggimenti e melodie.
Ed è inutile proseguire in altre illustrazioni, perché non ne verrebbe che una troppo arida elencazione di occorrenze. Ciò che veramente conta è semmai sottolineare – entro un così calibrato intreccio sonoro – una studiata efficacia di tratto tra la disposizione prosastica e il (sintetico) controllo emotivo. Che è come dire la nessuna propensione a fare del lirismo sentimentale (scriveva Lalla Romano: sono i sentimentali quelli che non amano).
Quanto più rischiosa è la materia affettiva tanto più alto diventa il controllo cui è sottoposta, la vigilanza l’avvince a disciplina. Anche attraverso i registri plurimi dell’ironia. A volte piegando ad un sorriso pinzato in assonanza:
O al Cielo o al Fiamma
il nostro pomeriggio di domenica.
Il film d’obbligo due volte
compresa la settimana Incom
anche se da piangere o di guerra.
Il buio profumava di ciambella.
Altre dissimulandosi in modulazioni da filastrocca, come nel caso dei versi:
le suore con le orfanelle
la mole dell’ospedale
il funerale.
dove nel ritmo giocoso, acuito dalla liquida disposizione delle dentali, s’insinua l’avviso finale, isolato nel verso, ma in rima con il verso precedente.
Altre, infine, mostrando del tutto esplicita – non è, ancora una volta, che un esempio – la stortura, per così dire in re, della situazione:
Riunione al Portello
studenti operai
tema la fabbrica lo sfruttamento
il capitale la società
e lui va via
neanche a metà
curvo a tracolla il borsello
su una spider fiammante
lei in guanti al volante.
Sempre un pudore espressivo che sta dalla parte delle cose, rendendo trasparenti le immagini e le emozioni. Sempre un equilibrio che nasconde in superficie la sua profondità. Sempre una sorveglianza che imprigiona la centralità del suo fuoco. La stessa che presiede al dialogo costante tra prosa e poesia, istituendo – tra vita e verità: tra “aghi” e “Magi” – la più sorprendente eterogenesi (dei fini), che la memoria – ancora una volta – sappia onestamente dipanare:
Una notte in giardino sotto il pino per l’afa
un black-out ha piombato il paese nel buio
e improvviso come un cieco che vede
tra il folto degli aghi
è riapparso il cielo dei Magi.
(da Graziella Tonon, Traslochi, Manni 2008)
* * *
Graziella Tonon è nata e vive a Milano dove insegna Urbanistica al Politecnico. Ha pubblicato due raccolte poetiche: Irma (Scheiwiller 1996) e Diva (Manni 2000). Sue poesie sono in antologie, riviste e plaquettes delle Edizioni Pulcinoelefante.


molto interessanti, complimenti (mi chiedo cosa accadrebbe se la misura del verso non combaciasse più con la sintassi della narrazione, secondo me si può osare di più) – molto belli anche i titoli dei libri precedenti.
un saluto,
r
Grazie, Renata, e grazie a Graziella Tonon per i suoi testi. Anche a me piacciono queste poesie, che compongono una sorta di romanzo in versi costruito per frammenti e momenti alti, e la liricità sottile e controllata che ne deriva.
una scoperta nel ricordo tangente
romantica fragile precisa e determinata
una donna