
Barry Callaghan,
Re delle bettole,
trad. Carla Pezzini Plevano,
Cosmo Iannone Editore 2008.
«All’inizio di quel round Ernest perse la concentrazione; mi venne incontro troppo in fretta, col sinistro abbassato, e ricevette un pugno sulla bocca. Il suo labbro cominciò a sanguinare.
Era accaduto spesso. Non avrebbe dovuto significare nulla per lui. Non aveva forse scherzato con il barista Jimmy sul fatto che mi riteneva sempre suo amico mentre ero capace di fargli sanguinare il labbro? Con la coda dell’occhio aveva forse visto l’espressione spaventata sul volto di Scott. Oppure il sapore del sangue in bocca l’aveva forse indotto a voler combattere con più violenza. Fece un affondo, sferrando colpi più avventatamente. Mentre gli giravo intorno, continuavo a colpire la sua bocca sanguinante. Dovevo dimenticarmi di Scott, perché il gioco di Ernest era diventato più pesante, i suoi pugni erano più violenti del solito. I suoi pugni pesanti, se avessero colto il segno, mi avrebbero stordito. Dovevo colpire più velocemente e più forte per stargli alla larga. Mi preoccupava il fatto che prendeva i pugni in faccia come uno che dicesse a se stesso che gli bastava solo mettere a segno un unico forte pugno.
Con la coda dell’occhio, mentre mi muovevo di scatto su e giù, avanti e indietro, vidi uno dei giovani che stavano giocando a bigliardo venire verso la porta e rimanere là a guardare. Era in maniche di camicia ma indossava un panciotto. Teneva in mano la stecca come un bastone. Vedevo Scott seduto su una panca. Mi domandavo perché mi stavo stancando dato che non ero stato colpito forte. Poi Ernest, asciugandosi il sangue dalla bocca con il suo guanto, e reso probabilmente incauto dall’esasperazione e dall’imbarazzo della presenza di Scott, fece un balzo contro di me. Facendo un passo avanti lo prevenni. Il tempismo deve esser stato perfetto. Lo colpii alla mascella; facendo un giro su se stesso andò giù, lungo disteso sulla schiena.
Se Ernest e io fossimo stati là da soli avrei fatto una risata. Ero sicuro della mia amicizia nel fare alla boxe con lui; in un certo senso ero pure sicuro di lui. In quella sala erano avvenute cose ridicole. Non mi aveva forse sputato sangue sul viso? E io non provai alcuna sorpresa nel vederlo lungo disteso sulla schiena. Scuotendo la testa un poco per schiarirla, rimase giù per un momento. Mentre si alzava in piedi lentamente, mi aspettavo che imprecasse, e poi si mettesse a ridere.
“Oh, mio Dio!” gridò improvvisamente Scott. Quando lo guardai, allarmato, stava scuotendo la testa con aria costernata. “Ho lasciato continuare il round per altri quattro minuti”, disse.
“Cristo!” imprecò Ernest. Si alzò. Rimase in silenzio per alcuni secondi. Scott rimase a fissare il suo orologio, muto e sorpreso. Avrei voluto essere lontano chilometri. “D’accordo, Scott” disse Ernest fuori di sé. “Se vuoi vedermi nella merda fino al collo a furia di prender pugni, basta che tu lo dica. Però non dire che hai fatto un errore”, e si diresse con passo pesante verso la doccia per togliersi il sangue dalla bocca».
Il knockout qui raccontato in prima persona avrebbe potuto avere luogo in una qualsiasi palestra americana, quando il pugilato, ancora nobile arte, era un passatempo comune di universitari e giovani professionisti. Siamo invece a Parigi, all’American Club, nel giugno 1929. Un composito ambiente di espatriati, artisti, faccendieri e diplomatici, l’American Club quel giorno vide incrociare i guantoni due scrittori non ancora trentenni e già affermati, Ernest Hemingway e l’appena più giovane Morley Callaghan. L’arbitro incapace era Francis Scott Fitzgerald. Il combattimento lasciò tracce durature: i tre, fino allora legati da cameratismo e amicizia, non si rivolsero mai più la parola. L’ego di Hemingway non tollerava lezioni neppure sul ring, Fitzgerald non ebbe cuore di scusarsi, Callaghan, miglior pugile di Hemingway e senza alcun complesso di inferiorità, era certo di non aver fatto nulla di male, anzi, aveva combattuto secondo le regole dello sport. E di questo rimase sempre convinto. Il ricordo del match viene raccolta dal figlio Barry cinquantasette anni dopo i fatti, in occasione dell’ultimo soggiorno parigino del vecchio scrittore.
Col titolo Re delle bettole (Cosmo Iannone Editore, 2008, trad. Carla Pezzini Plevano) esce in Italia il singolare Barrelhouse Kings, un intenso memoir di Barry Callaghan, figlio di Morley, pubblicato nel 1989. Il libro copre l’intera vita di Morley Callaghan e si estende indietro fino all’emigrazione dall’Irlanda in Canada della generazione precedente. Il racconto della vita di Morley cede poi il passo all’autobiografia sentimentale e intellettuale di Barry, dalla sua infanzia e giovinezza nel chiuso Canada di provincia degli anni ’40 e ’50 al suo successo come giornalista, critico, commentatore politico, docente, conduttore televisivo e scrittore in una società divenuta vibrante, metropolitana, aperta e multietnica. La storia, per molti versi unica, di due autori che per sorte sono padre e figlio, accompagna il costituirsi di una specifica identità letteraria canadese, e il suo sempre più rapido rinnovamento.
Morley Callaghan è poco conosciuto in Italia. A metà degli anni ’20 i suoi racconti brevi comparivano sulle principali riviste letterarie americane, accanto a lavori di Joyce, Pound, Gertrude Stein, Hemingway. Il primo racconto lungo, Strange Fugitive, uscì nel 1928, seguito da altri romanzi che Callaghan pubblicò negli anni ’30 con una cadenza quasi annuale. Senza falsa modestia, con orgoglio di discendente di pionieri irlandesi, Morley racconta al figlio di essere stato in grado di vivere e mantenere una famiglia attraverso la Grande Depressione con i soli diritti delle sue storie e romanzi (nell’economia narrativa del libro, e nel continuo confronto tra padre e figlio, questo finisce con l’essere un indiretto ma fermo ammonimento paterno a proposito delle ambizioni letterarie di Barry). Vittorini incluse due racconti di Morley nell’antologia Americana. Raccolta di narratori dalle origini ai nostri giorni (1942). Nonostante questa prolificità, un solo romanzo apparve in Italia, C’è più gioia in cielo (Mondadori 1955), seguito nel 1967 dall’autobiografico Quell’estate a Parigi, in cui Morley descrive tra l’altro il famigerato match con Hemingway. Alcuni racconti sono usciti presso Il Nuovo Melangolo (Aprile è arrivato: racconti, trad. Giovanna Albio, 1993), e il breve L’abito da sposa in Musica silente (a cura di Branko Gorjup, Abramo Editore, 1992).
Re delle bettole apre immediatamente nella comunità irlandese espatriata nell’area dei Grandi Laghi, tra Ontario e Michigan: i quartieri di case di famiglia, le scuole cattoliche, i pub, la malavita. Negli anni del proibizionismo ci si divertiva in locali di infimo ordine, un incrocio tra case di malaffare, bische e spacci di liquore di contrabbando. C’era musica anche, il jazz era già il contrassegno della generazione dei figli degli emigranti che, nati in una nuova terra, per la prima volta, si affrancava dai legami del clan familiare.
«Mia madre Loretto – racconta Barry – studiava arte quando incontrò mio padre. Andava spesso a Chicago a far visita ai Ryan, una famiglia che era emigrata da Cork, ma soprattutto per stare con Viola, sua cugina, più vecchia di lei, una bella ragazza di Detroit che come lei, era stata educata in una scuola di suore. Viola era una delle ragazze di Dion O’Banion. O’Banion, proprietario di un negozio di fiori, era anche conosciuto come Legs, un gangster, un killer altrettanto spietato quanto il boss irlandese Charlie Lonergine o Al Capone. O’Banion portava spesso in giro per Chicago le due giovani donne con la sua automobile blindata e si fermava a comperare dei dischi per loro e per sua madre. (…)
Portava anche le due ragazze nelle rivendite clandestine di alcolici, o al Napoli Cafe e nel ristorante di Big Jim Colosimo, o da Sherman, dove il pianista Fats Waller era di casa. Incontravano gangster, musicisti e un prete che confessava i gangster nella Cattedrale del Sacro Nome, dove O’Banion da ragazzo aveva cantato nel coro.»
Musica, alcol, famiglia, tradizioni, violenza: tutto mescolato nel melting pot della società nordamericana. L’eco della vita in quei locali risuona pochi anni dopo, come in un mondo divenuto di fiaba, nella nenia che Loretto, già madre, canta al figlio Barry nella «grande casa di mattoni, rivestita di edera e glicine», a Toronto:
Barrelhouse kings, with feet unstable,
Sagged and reeled and pounded on the table
pounded on the table
Malfermi sui piedi, i re delle bettole
Ciondolavano, barcollavano e sul tavolo picchiavano,
Sul tavolo picchiavano
Morley Callaghan si ispirò spesso a persone e fatti visti e ascoltati nelle bettole, e poi nei club, nei ristoranti, nei ritrovi, ovunque scorra alcol e denaro, i lubrificanti della società, e si discuta di arte e letteratura. Il figlio Barry, adolescente ribelle, scopre la sua iniziazione alla vita nella sala da ballo di College Street riservata ai neri nella Toronto degli anni ’50:
«entrammo nella sala, una stanza stretta fiocamente illuminata con delle sedie allineate lungo ciascuna delle pareti lunghe, e una ressa di coppie sulla pista da ballo – corpi neri in una luce color seppia – che seguivano il ritmo in modo quasi esibizionistico, compiacendosi della scioltezza con cui dimenavano i fianchi.
Sapevo che ero solo, l’unico bianco nella stanza, un fantasma in camicia rosa. (…)
Poi mi sentii una mano sul braccio, e una donna che si era alzata e mi si stringeva contro disse: “Come mai è libero un ragazzino dolce come te?” Ballammo, un po’ goffamente. Ero abituato alle collegiali che, anche se si rannicchiavano contro e ballavano strette, riuscivano a dimostrare una certa modestia. Questa era una donna con dei gran fianchi. Questa era sensualità, l’odore del sesso, acceso dalla sua risata irridente ma non maliziosa quando disse alla fine della canzone One Mint Julep: “Balli abbastanza bene, ragazzo, non benissimo, ma abbastanza bene. Per essere un bianco”.
“Devi insegnarmi”. (…)
Due settimane dopo, alle due del mattino, ero in un angusto appartamento sopra una pasticceria in Harbord Street. C’era una lampada con un paralume di plastica rosa accanto al letto. La musica trasmessa dalla radio era Randy’s Blues, un programma notturno da Nashville. Stava trasmettendo Please Don’t Leave Me di Fats Domino, e noi stavamo in piedi nella luce rosata del paralume, strascicando i piedi e ondeggiando secondo il ritmo, coi nostri corpi nudi, bianco e nero – o meglio, non nero… ma un corpo di terra d’ombra e terra di Siena bruciata e dai riflessi ramati. Era la donna più maestosa che avessi mai visto, la prima donna nera che vidi nuda, coi seni turgidi, snella eppure coi fianchi solidi, con le gambe lunghe eppure leggera sui piedi e il suo nome era Sharon.»
Già, restano in mente le musiche, le colonne sonore delle generazioni, lo swing del proibizionismo, che si risente alla fine della storia, all’ultima pagina, con un’orchestrina di vecchietti che accompagna la bara di Morley nella cerimonia funebre. Il rhythm and blues del giovane Barry in fuga da un padre presente e forte, e tuttavia inarrivabile. Il ragazzo comincia a essere davvero consapevole del padre osservandolo di notte dal giardino, dalla finestra dello studio, chino sulla macchina da scrivere, circoscritto dall’alone giallo della lampada, uno scrittore al lavoro, unico padrone e abitante del suo mondo. Il ragazzo che guarda dentro la finestra senza farsi vedere trova rifugio poi in un college cattolico di provincia, e di notte nei locali dei neri, tra le braccia di amanti occasionali, nel sottobosco di bische, botteghe e bordelli di Toronto e Detroit.
È un memoir forzatamente soggettivo, una lente deformante, che dà via via voce al bambino timido, al ragazzo ribelle, al giovane professionista del giornalismo, al critico d’arte, all’uomo sollecito verso un padre malato, al curatore (e in una certa misura continuatore) della sua eredità letteraria. Morley è una figura di integrità senza compromessi, integrità artistica, coniugale, familiare, un rimanere fedele fin dalla prima maturità alla sua letteratura, alla sua donna, all’Irlanda degli avi e al Canada del suo presente, ai pub, a se stesso fino agli ultimi momenti. Barry impiega tutta la vita a decidere che cosa essere. Studente svogliato a scuola ma intelligente, di quelli che i veri insegnanti prediligono, baseball e basketball a buoni livelli, come suo padre prima di lui, e poi fughe, alcol, litigi in famiglia, sensualità, prima di ripercorrere il medesimo cammino del padre. Giornalismo, critica letteraria, radio, televisione, cinema, pittura, insegnamento universitario, l’avventura editoriale della rivista Exile, amori complicati, matrimoni e divorzi, poi la letteratura in prima persona, poesie e racconti. Ancora oggi, a discorrere con il settantenne Barry, uno si chiede quali siano esattamente i confini del suo impegno intellettuale, e umano.
Attraverso le pagine il figlio e narratore Barry ripercorre la sua rincorsa alla statura artistica e morale del padre, con grandi trasporti e altrettanto grandi conflitti, che non sono solo quelli –ovvi – di un contrasto generazionale, ma più sottilmente di un confronto creativo che non cade mai nell’antagonismo o nell’emulazione, e coincide con l’affermazione e di sé e di un proprio posto nel mondo, nel pieno dei rivolgimenti politici e culturali degli anni Sessanta.
Così Morley trova lavoro e addizionale notorietà nella capacità di caustico commentatore radiofonico durante la guerra. Barry a sua volta si fa un nome come giornalista e conduce interviste con Muhammad Ali, Pierre Trudeau, e soprattutto trasforma l’incontro con il premier israeliano Golda Meir agli inizi degli anni Settanta in un’espressione di assoluta libertà di giudizio del giornalista nei confronti dell’unilateralità e del cinismo della Meir, spacciato per ragion di stato (e quell’intervista costerà a Barry l’accusa di antisemitismo, e la fine prematura della carriera nel giornalismo). Barry viaggia in Medio Oriente, è un reporter da Beirut tra le rovine della guerra civile, si reca ad Amman per la cronaca di quello che sembra un imminente colpo di stato, e arriva a un pelo dall’essere ammazzato come spia in un avamposto palestinese. Fa una certa impressione oggi constatare che i termini della questione mediorientale siano i medesimi da quarant’anni: da Israele Barry scrive pezzi che rivelano «una profonda e persistente tristezza, una confusione morale che smentiva la bravata della Guerra dei Sei Giorni. Quella non era una razza nuova, non proiettavano alcuna luce sul mondo; i paracadutisti piangevano, il rimorso era il loro rifugio… “la polvere, sono ossessionati dalla polvere”.
Yehuda Amichai, il poeta (…) parlava sussurrando: “quando si vive in una casa qui, è come vivere nella pelle degli uomini che han posseduto quella casa, forse non amici, forse nemici. È molto stancante girare nudi nella propria casa indossando tante pelli diverse”».
Al mondo dell’arte e della letteratura sono riservati ritratti insoliti e intensi. Edmund Wilson è di famiglia, per Barry come un vecchio zio, piuttosto assorbito da se stesso e dalle sue idiosincrasie, tra cui quella di non pagare le tasse, ma è ospitale e prodigo di consigli. E di incensamenti critici: l’amico Morley per lui è sullo stesso piano di Checov e Turgenev. Wilson distribuisce biglietti da visita con l’elenco delle cose che gli è impossibile fare: leggere manoscritti, scrivere articoli o libri su commissione, scrivere prefazioni o introduzioni, fare qualsiasi tipo di lavoro editoriale, concedere interviste, svolgere corsi didattici, tenere conferenze, fare discorsi, partecipare a trasmissioni radiofoniche o televisive, via via fino a fornire opinioni su argomenti letterari o altro e partecipare a congressi di scrittori; in realtà, come figura pubblica di scrittore e intellettuale non fa praticamente nient’altro. Morley e la moglie Loretto trascorrono una serata in casa Joyce a Parigi, «il soggiorno era tipicamente borghese» e Joyce fa lo spiritoso – come un irlandese può esserlo — mettendo sul giradischi la registrazione del sermone di una predicatrice evangelica che invocando «Vieni… vieni su di me» pare in preda a uno squassante orgasmo. A Parigi, anni dopo, Barry incontra Samuel Beckett, che si complimenta con lui per il suo lavoro. Barry era rimasto impressionato dall’imperturbabilità di Beckett, che una mattina aveva trovato un critico letterario letteralmente appeso alla grondaia fuori dalla finestra del suo bagno. Il critico aveva avuto la forza di mormorare «Beckett… una parola!» e Beckett aveva continuato a radersi in silenzio come se l’uomo non fosse stato là. Alexander Calder è un perenne fanciullo che incontra Barry nel suo studio-officina nella valle della Loira: «tutto era colore, vecchi pezzi di stoffa appesi qua e là con i Miró e i Léger, e dal soffitto, piccole sculture cinetiche che si giravano lentamente al minimo soffio di vento che proveniva dalle finestre aperte, e una bellissima testa di donna (sua moglie?) in filo metallico e una meravigliosa mano in filo metallico con l’indice alzato su cui era infilato un rotolo di carta igienica».
Questo libro aggiunge informazioni preziose sulla cultura nordamericana del 900, ed è un’opera complessa che contiene molte cose, tra biografie, autobiografia, anedotti, confessioni e ricordi, raccontati in modo vivido e intenso fino al dolore, allo stridore, come quando Barry descrive il suo “momento di grazia”, fare l’amore, o stringere quello che rimane della mano di un lebbroso in una missione africana: «c’è sempre una ferita nella luce». È soprattutto un racconto confidenziale e non privo di ammicamenti, detto a chiunque ami sentir raccontare buone storie, nel tono ironico e tuttavia sempre partecipato di chi conosce lo sfondo oscuro di tante risate, di tante bevute in compagnia, lo stesso sfondo che può divenire materia di scrittura, di pittura, di arte, quasi che la solitudine contemporanea, i conflitti del mondo, trovino una momentanea pausa in quell’alone giallo che circonda la scrivania di un padre al lavoro di notte, osservato di nascosto, da un figlio, fuori dalla finestra.

grazie per questa presentazione di “Re delle bettole” di Barry Callaghan. Barry è un autore di casa in Italia,è persona cordiale,generosa che non disdegna di parlare delle sue molte avventure. Oltre che giornalista e romanziere è anche un buon poeta. Grazie a Carla Pezzini Plevano per la traduzione di questo romanzo che, dalla biografia del padre e dall’autobiografia ricava un disegno del ventesimo secolo, nel melting pot di Toronto.
Non è frequente che un traduttore venga ringraziato e desidero quindi esprimere la mia riconoscenza a Piera Mattei. Avevo già tradotto due romanzi brevi di Barry Callaghan “Niente è solo l’eco di sempre” e “Di male in peggio” (Cosmo Iannone Editore) quando ho letto “Barrelhouse Kings” e ho capito che si trattava di un’opera straordinaria, di particolare interesse per un lettore europeo. Devo aggiungere che vanno riconosciuti il coraggio e l’entusiasmo di Rosanna Carnevale, direttrice editoriale della casa editrice Cosmo Iannone, che ha creduto nel valore di questo memoir di circa 650 pagine, corredato da una ventine di pagine di fotografie e da altrettante pagine di indice dei nomi (quest’ultimo presente solo nell’edizione italiana)
Il libro qui recensito ha trovato attenzione presso il Corrierone nazionale:
http://archiviostorico.corriere.it/2009/aprile/10/GUERRA_PARIGINA_DEI_DUE_CALLAGHAN_co_9_090410053.shtml
Colgo l’occasione per segnalare la presenza di Barry Callaghan in Italia (conferenze a Roma, Venezia e VIcenza tra 6 e 10 maggio).
via rete fisica e virtuale, posso, a mia volta, ritornare a ringraziare una donna, Carla Pezzini Plevano nell’avermi aperto a nuove scritture… dopo Joyce e T.S.Eliot, imparo a conoscere Barry Callaghan.