Acasadidio, di Giorgio Morale

di Valter Binaghi

acasadidioA volte la stanchezza del vivere trascina con sè la stanchezza del lettore: si percorre svogliatamente lo scaffale della libreria, alla ricerca di un guizzo che possa ridarti passione e ti accorgi che i titoli più strombazzati dalle pubblicità editoriali difficilmente vanno oltre le alternative dell’intrattenimento giallistico o di un espressionismo che si pretende furibondo ed è solo velleitario. Sei già lì a pensare che in fondo il romanzo ha esaurito la sua funzione storica di conoscenza, quando ha saputo denunciare l’inferno mimetico della borghesia ottocentesca in ascesa, e da allora si limita a interpretare l’angoscia esistenziale del singolo o a rimestare negli stereotipi sociali della medesima, cucinando delitti e investigazioni senza poter competere coi ritmi del cinema.
Poi t’imbatti in un piccolo libro come questo, e sei felice di esserti sbagliato.
Oggi le cose grandi, le intuizioni profonde, si presentano in punta di piedi, e osano diventare parola dopo lungo pensiero, esonerando le maiuscole e il citazionismo e affidandosi a una lingua tornata tutta cose e sentimenti, ossificata e per questo illuminante, come se l’ampia visione del poeta e e l’austera fermezza del fabbro avessero lavorato assieme per restituire allo sguardo sull’uomo una pietà sottratta alla retorica.
La cosa grande è il colpo d’occhio con cui Giorgio Morale, scrittore, educatore e uomo d’esperienza, individua quello che forse è il dilemma più tragico di un occidente pacificato: l’ospitalità allo straniero trasformata in servizio sociale, l’assistenza come mestiere, possono veramente creare le premesse per un’integrazione che sia più che sfruttamento reciproco? Lo scenario principale del romanzo è infatti quello di un Centro (emanazione di un ente assistenziale cattolico il cui Presidente è un vero imprenditore della “carità”), che fa da collettore tra la manodopera degli immigrati e le offerte di lavoro, realizzando profitti non sempre trasparenti oltre ai finanziamenti pubblici.
Oltre al Presidente (“Il Presidente non si sa mai quando arriva, ma se c’è, si nota subito. Sta abbastanza in ufficio, ma in perenne movimento. Non fa nulla in particolare – fa il Presidente”) c’è il suo braccio destro, Martina (“Per Martina l’amore umano non esiste – lei ti aiuta ma crea dipendenza, ti accoglie e ti mette in gabbia, ti tiene in un purgatorio perenne”), e gli impiegati del Centro, che hanno scelto l’accoglienza agli immigrati senza vocazione ma per pura casualità, e svolgono stancamente le loro mansioni attenti a confermare l’immagine di onnipotenza che il Presidente ama dare di sè.
Gli immigrati sono ritratti a loro volta con crudo realismo: scaltriti dal bisogno, imparano presto il linguaggio del contratto mimetizzato da compassione e ripagano la finzione della carità con una finta sottomissione e una finta efficienza lavorativa.
Nessuno è buono, dove la bontà diventa merce: ci vorrebbe pochissimo a trasformare il tutto una sciarada di caricature (e l’autore ne avrebbe il tratto sapido e lo humour) ma Giorgio Morale snobba la facile soluzione della parodia così come si tiene ben lontano dal sociologismo puramente documentario, costruendo un bellissimo personaggio, quello di Teresa, che è insieme la protagonista e il testimone pietoso della vicenda.
E’ nel suo sguardo umile e desolato che noi constatiamo questa deriva d’umanità senza scivolare nel giudizio moralistico sugli uomini, perchè lei, umanissima, non ce lo consente. A sua volta impiegata del Centro (forse l’unica ad aver scelto quel lavoro con un’autentica motivazione), la sua vita sentimentale frammentata l’ha allontanata da una madre inchiodata al decoro dei tempi che furono e, a poco poco, la routine del Centro l’ha risucchiata in una rassegnazione senza sbocchi, per quanto lì dentro sia l’unica a percepire la miseria morale e l’ipocrisia su cui l’attività frenetica del Presidente si fonda.
Dopo una relazione con un albanese scopre di essere incinta: l’uomo, rimpatriato, difficilmente tornerà ed è troppo tardi per abortire. Teresa decide di tenere il bambino, e solo a poco a poco questa decisione sofferta si trasforma in una partecipiazione accorata al mistero della nuova vita che si fa strada in lei. Proprio questo rinnovamento, che torna a far vibrare in profondità la sua inappagata ricerca dell’autentico, le darà il coraggio di troncare con l’ipocrisia del Centro, rinunciando alla sicurezza di un impiego umanamente deprivante per scommettere finalmente sulle proprie risorse interiori.
Come lettore posso dire solo che ho divorato questo libro in poche ore, perchè ha un ritmo irresistibile ed è lì a dimostrare che si può narrare con maestria di cose umane senza cercare lo choc della cronaca nera o dell’erotismo di bassa lega. Come scrittore, sono ammirato dal lavoro di Giorgio Morale: davanti a un libro come questo ammetto volentieri che raramente mi è riuscito di mantenere una tale purezza di sguardo, l’umiltà che evita all’autore di trasformare la vicenda in un’allegoria del suo pensiero, e come Giorgio Morale dare al lettore il privilegio di una visione originaria piuttosto che la grammatica di una teoria del reale. Per far questo non basta essere abili artigiani della composizione: occorre una maturità linguistica che è prima di tutto maturità spirituale.
Chapeau, Giorgio.

Acasadidio, Manni editore

2 pensieri su “Acasadidio, di Giorgio Morale

  1. Giorgio

    Mi scuso del ritardo nel farmi vivo, gli ultimi giorni sono stati un po’ frenetici.

    Ma ci tengo a ringraziare Gena per la lettura e Mauro per aver proposto questo testo, e grazie in particolare a Valter per l’attenzione verso “Acasadidio”.

    Con un caro saluto a tutti.

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