Chi è Blackjack, il personaggio chiave dell’ultimo romanzo “ Nome al tavolo Blackjack ” di Valter Binaghi, morto nel Luglio del 2013.
Forse qualcuno che abbiamo conosciuto, un eroe, oppure l’antieroe di manzoniana memoria.
Blackjack è un uomo solo, che in modo scanzonato cerca di cavalcare le onde tempestose della sua esistenza. Lo fa in maniera apparentemente facile, gioco d’azzardo, donne e intrighi sembrano essere il fulcro della vicenda, ma è solo questo? No, è ben altro! Il romanzo è una metafora su come affrontare la vita, su come ogni giorno sia una lotta per restare saldi ai propri principi, il gioco è solo uno dei modelli. Il baro, l’uomo che da sempre sta sul crinale, è colui che guarda bene in faccia il proprio destino. Non chiede sconti, nessuna pietà, solo qualche attimo di pace per il riposo, parentesi che spesso gli è negata. Egli non può e non deve distrarsi: basta un attimo e la partita è persa. Continua a leggere






La “riforma epocale” della scuola è basata su tagli di docenti, saperi risorse. Nessuna novità su programmi e didattica. “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia” dice 



A volte la stanchezza del vivere trascina con sè la stanchezza del lettore: si percorre svogliatamente lo scaffale della libreria, alla ricerca di un guizzo che possa ridarti passione e ti accorgi che i titoli più strombazzati dalle pubblicità editoriali difficilmente vanno oltre le alternative dell’intrattenimento giallistico o di un espressionismo che si pretende furibondo ed è solo velleitario. Sei già lì a pensare che in fondo il romanzo ha esaurito la sua funzione storica di conoscenza, quando ha saputo denunciare l’inferno mimetico della borghesia ottocentesca in ascesa, e da allora si limita a interpretare l’angoscia esistenziale del singolo o a rimestare negli stereotipi sociali della medesima, cucinando delitti e investigazioni senza poter competere coi ritmi del cinema.
Tu che leggi, anche tu lo sai che le cose sono molto cambiate. Non una catastrofe eclatante, uno tsunami o un undici settembre. E’ la realtà che è cambiata, lentissimamente, impercettibilmente, ci siamo svegliati un giorno e il mondo era senza futuro, senza suono, senza sogni. Solo una smania comune, di gridare (per sentirsi prima che farsi sentire), di essere pubblici (per vedersi prima che farsi vedere): “una civiltà morente che butta semi con furia, come per un mandato primordiale. E tutti a scoprirsi addosso dei talenti, tutti a voler lasciare un segno. Diari, confessioni, prove tecniche di fine del mondo: fioriture tardive, che l’inverno stava già per bruciare” (così scrive Silvia Tebaldi, e così può scrivere solo chi ha vero talento nelle vene).