Gentile Fabrizio,
mi metto a scriverle poche righe per dirle perché Laurana Editore ha deciso di fare un libro come “10 buoni motivi per essere cattolici” di Valter Binaghi e di Giulio Mozzi e subito mi rendo conto che, il giorno stesso dell’uscita, nutro un leggero timore. Il motivo è questo: temo che, come sempre quando si parla di cattolicesimo nell’Italia di oggi, si faccia coincidere automaticamente la fede con la Chiesa, e per questo motivo o si abbracci senza tentennamenti la causa o si storca il naso senza neppure entrare nel merito. E invece “10 buoni motivi per essere cattolici” è un libro tutto diverso, che non parla né di Chiesa né, in qualche modo, di fede. Parla invece delle storie che sono dentro la Bibbia, le racconta e le mette in dialogo tra loro, cercando di tirare le somme per vedere in che modo queste storie ci riguardano. Perché oggi la Bibbia non la legge più nessuno. E invece se qualcuno la leggesse, ci troverebbe dentro una grandissima vicenda amorosa, d’amore tra Dio e l’uomo, e scoprirebbe quanto terribile e bella è questa vicenda amorosa.
Il libro dunque è un contenitore di storie. Si tratta di storie che fanno parte della nostra identità culturale, perché nei millenni si sono sedimentate, sono state raccontate molte volte e in molti contesti, non foss’altro perché sono storie davvero notevoli. Solo che da un po’ di tempo a questa parte, sembra che le abbiamo perse di vista. Sembra che ci possiamo accontentare di vedere qualche film. E così ce ne sono molte che non ricordiamo più, e non ricordiamo più che valore hanno.
Né Valter Binaghi né Giulio Mozzi vogliono convincere di niente il lettore. Vogliono solo mostrargli che esiste una identità culturale – quella del cristiano cattolico – per la quale l’attesa della fine del mondo è un’attesa lieta, grazie alla quale si pensa a un Dio come a uno che sperimenta il mistero della morte, nella quale si sa individuare il Nemico e opporsi a lui. E tutto questo avviene perché c’è una grande narrazione alle spalle, una narrazione su cui tutto si poggia. Questi due scrittori, quindi, tornano a narrarcela. E a Laurana Editore pareva opportuno che lo facessero.
Un caro saluto,
Gabriele Dadati


Che sorpresa. Da leggere senz’altro. Scrittori cattolici, immagino che l’essere cristiani sia implicito.
considerando che la Bibbia è un libro che accomuna cattolici, protestanti, ortodossi ed ebrei, per quale ragione dovremmo essere cattolici se il libro non si occupa di quell’aspetto dottrinale che distingue una chiesa dall’altra ma, semplicemente, il libro dunque è un contenitore di storie e si occupa di storie (quelle della bibbia) che potrebbero tranquillamente riguardare anche un non credente, ma che prese senza il taglio, l’interpretazione, lo ” spirito di parte”, possono significare tutto e il contrario di tutto.
sto leggendo un libro in cui si parla di una donna che non può avere figli e che dopo averle provate tutte getta il marito nelle braccia di un’altra donna disposta a fare da cicogna ovvero da utero in affitto ( non un’inseminazione artificiale con utero in affitto ma proprio rapporto sessuale fra il marito e l’altra donna che poi avrebbe ceduto il figlio alla coppia…) non ricorda niente questa storia? non ce n’è una simile proprio all’inizio della storia fra Dio e il suo popolo? non so se chi ha scritto il libro che sto leggendo sia credente, ma non ha inventato nulla che non sia già stato raccontato (con la particolarità che la Chiesa Cattolica vede, oggi, questa soluzione al problema della sterilità della coppia, come un peccato gravissimo contro il matrimonio)
curiosità delle interpretazioni possibili del libro.
Sono sicuro, Gabriele, che il libro avrà il successo che merita.
La riflessione di F&R è molto ragionevole, ma probabilmente deve accettare il fatto che si tratta di due scrittori.
Non resisto alla tentazione di riportare qui sotto un brano di Giulio che avrebbe dovuto entrare in un progetto rimasto in mente Dei ( o forse semplicemente nella mia).
Il giudizio finale
Matteo 25, 31-46
31 «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. 32 E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; 33 e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli della sua destra: “Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; 36 fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi”. 37 Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? 39 Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?” 40 E il re risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me”. 41 Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! 42 Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; 43 fui straniero e non m’accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste”. 44 Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: “Signore, quando ti abbiamo visto aver fame, o sete, o essere straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e non ti abbiamo assistito?” 45 Allora risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto non l’avete fatto a uno di questi minimi, non l’avete fatto neppure a me”. 46 Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna».
***
Fabrizio Centofanti
E’ un vangelo apparentemente semplice.
Non c’è una teologia ostica, di quelle così astratte che sembrano qualcosa di diverso dalla vita.
Qui troviamo la fame, la sete, la nudità, la malattia. Cadono barriere e divisioni che separano gli uomini e le donne, talvolta crudelmente. Conosciamo le guerre di religione (qualche piccolo litigio sulla fede – qualunque fede – , prima o poi l’abbiamo fatto pure noi): scandalizzano perché l’etimologia stessa – re-ligare – dovrebbe richiamare qualcosa che unisce, che affratella.
Questo vangelo dà un suggerimento: quando vogliamo parlare agli altri della fede, non avventuriamoci in discorsi teologici, che spesso dividono, ma cerchiamo di tenerci all’essenziale.
***
Il secondo messaggio, però, ne fa un testo difficile, che mette in crisi.
Si parla di condanna senza appello. “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!”.
Verrà il giorno in cui si rivelerà la verità del bene e del male e non ci potremo più nascondere.
Quando Gesù si adira, e accade piuttosto raramente, è a causa dell’ipocrisia: “Guai a voi, ipocriti. Guai a voi, sepolcri imbiancati”. Il maestro vuol condurre a una meta, e la meta è il giorno del giudizio. C’è un giorno in cui l’ipocrisia non pagherà, perché il bene e il male verranno alla luce, definitivamente.
Qui si parla di quel giorno. E’ buono o cattivo? Meglio porsi una domanda più mirata: è buono o cattivo il giorno in cui ognuno di noi sarà se stesso?
Nel discorso escatologico, sulle ultime cose, sembra un giorno terribile. Ma Gesù aggiunge: “In quel giorno alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.”
Saremo liberati dal male dei mali, che è l’ipocrisia.
Questo annuncio dovrebbe entusiasmarci. Nel momento in cui le menzogne si dileguano, si profila l’orizzonte della libertà.
***
A ben guardare, ci sono due elementi nel giudizio.
Il primo è chiaro: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere”. Sono le opere buone, le cosiddette opere di misericordia.
L’altro è nelle parole di Gesù:” Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. L’opera buona è indirizzata a lui.
Nella celebrazione eucaristica, durante la consacrazione, il sacerdote pronuncia la preghiera sul pane e sul vino e noi cattolici crediamo che, da quel momento, ci sia la presenza reale di Gesù.
In base al nostro testo, la presenza reale assume un significato più complesso.
Oltre a inginocchiarci davanti al tabernacolo, dovremmo chinarci di fronte al povero che ha fame, ha sete, è nudo, è malato o carcerato.
E’ facile pensare a una presenza reale dentro il tabernacolo, nell’ostia e nel vino consacrati; più difficile, invece, è pensarla nel povero che vive sotto i ponti, con la barba lunga e il tanfo dell’alcol. Se ci si china solo davanti al tabernacolo si rischia di diventare uomini e donne della forma, devoti che disprezzano il povero, spingendolo ai margini della società.
Il Nazareno è stato giustiziato perché ha toccato punti sensibili. Le implicazioni sociali sono intollerabili, perché investono la vita materiale.
***
Ci si può domandare perché Gesù si identifichi con gli ultimi del mondo.
Sono migliori degli altri? Non sembra, in molti casi.
Ci si identifica perché sono poveri, e basta. Noi preferiamo accostarci alle persone di successo. Mettiamo Dio nel tempio e costruiamo chiese splendide e curate.
Ma Dio si identifica nelle persone e nelle situazioni disastrose. “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Un uomo avvolto in morbide vesti? No, vi dico, perché gli uomini avvolti in morbide vesti abitano nei palazzi dei re”. Il Dio avvolto in morbide vesti nei palazzi dei potenti non esiste.
Ricordo la sensazione che ebbi quando, in Terra Santa, visitai la chiesa del Santo Sepolcro: nel punto culminante si leggeva: “Non est hic”, non è qui. Andammo a cercare Dio in quel posto sicuri di trovarlo e invece c’era scritto: ”Non est hic”.
***
Il giudizio finale, per il nostro testo, non è altro che un incontro. Un secondo incontro, per la precisione: il giudice lo abbiamo già visto; lo rivedremo e ci sorriderà: è bello incontrarsi nuovamente.
Ritroverò l’uomo che vidi sul ciglio della strada, lasciato mezzo morto dai briganti: aveva fame, sete, era malato, nudo, carcerato. Ci guarderemo negli occhi e, in un istante, scoprirò il mio ultimo destino. Forse cercherò ancora, con la coda dell’occhio, il ricco, l’arrivato, l’osannato dalla pubblica opinione. Rivedrò l’epigrafe che mi aveva colpito, nella chiesa di Gerusalemme: “Non est hic”.
Dio mi sorprenderà ancora, come sempre.
Giulio Mozzi
Mi pare, caro Fabrizio, che quando arrivi alla domanda “è buono o
cattivo il giorno in cui ognuno di noi sarà se stesso?”, il centro
della questione sia vicino. Io risponderei che quel giorno è
necessariamente buono. Quale maggior letizia, per il peccatore, che
pagare consapevolmente la pena del proprio peccato? In ogni istante
della sua pena il peccatore, nella pena stessa, vedrà (essendo
liberato dall’ipocrisia) la propria vera faccia; si riconoscerà in
somma come creatura; e quindi godrà della visione del Signore.
Tu dici che qui non c’è una “teologia ostica”. Però non mi convinci
tanto. Ci sono due questioni che, secondo me, rimangono da capire.
Una questione è quella dell’eternità del fuoco. Perché il fuoco è
eterno? Se noi creature siamo poste fuori dall’eternità, cioè nel
tempo, come è possibile che ciò che facciamo nel continuo divenire,
nella continua variabilità del tempo possa avere conseguenze
eternamente permanenti? Non la so porre bene, questa questione, ma
provo con un esempio. Mi immagino di fronte a una scelta che deve
essere fatta una volta per tutte. Mi domando: che senso ha scegliere
“una volta per tutte”? Se ci sono tante “volte”, se il tempo ci dà una
quantità di istanti in successione, che senso ha che io tenti –
diciamo così – di abolire il tempo, scegliendo “una volta per tutte”?
Mi si chiede forse – è questa la richiesta che mi viene fatta? – di
produrre eternità dentro il tempo? Ed è forse sensato immaginare
l’eternità come una permanenza eterna – anziché come un divenire, un
variare eterno?
L’altra questione sta nella frase: “ricevete in eredità il Regno
preparato per voi fin dalla creazione del mondo”. Quindi il Regno c’è,
e c’è non eternamente, ma a partire da un certo momento: dal momento
della creazione (che nella storia della creazione non se ne parli
minimamente, è un altro problema, forse non così importante: la
promessa di una “terra” arriva abbastanza presto nella narrazione
biblica). Ora, se questo Regno c’è e non c’è eternamente, com’è
possibile che ciò che vivremo in questo Regno sia eterno? Il Regno è
stato creato con il mondo, cioè nel tempo; com’è possibile che il
mondo finisca – ossia che quella finestra, quell’ “a parte”,
quell’interstizio, quella ferita ecc. che è il tempo si chiuda – e che
il Regno (così come il suo contrario, il fuoco) entri invece
nell’eternità?
Quel passo di Matteo contiene un insegnamento etico che è bellissimo e
indiscutibile. Ed è bello immaginare il giorno della “fine del mondo”
come il “momento in cui le menzogne si dileguano” e “si profila
l’orizzonte della libertà”.
Ma quel passo di Matteo contiene anche un discorso sul cosmo. E quel
discorso mi è ostico.
Veramente, l’ottavo capitolo del libro è dedicato appunto alla chiesa.
E: se possibile, chi volesse pubblicare testi miei inediti o corrispondenze private, mi farebbe piacere essere avvertito prima.
Viva l’anacoluto!
L’avvertimento è l’anticamera del silenzio, dice il saggio.
@F@r
Se intendiamo la Bibbia come compresa di Vangeli e lettere apostoliche, direi che possiamo escludere ebraismo e islamismo. Dal momento che il libro contiene (come ha già scritto Giulio) un capitolo sulla Chiesa e, aggiungo, uno sulla Madre di Dio, e questi due argomenti sono trattati in un certo modo e non in un altro, ecco la giustificazione del titolo: cattolici, e non protestanti. Ricordo che la differenza tra cristianesimo cattolico e ortodosso è più nella concezione “politica” della chiesa che nel dogma, ossia nella sostanza teologica.
Quanto agli uteri in affitto, secondo me più che la morale cristiana o cattolica offendono il buonsenso.
Fabrizio dice: Ci si può domandare perché Gesù si identifichi con gli ultimi del mondo.
Sono migliori degli altri? Non sembra, in molti casi.
Ci si identifica perché sono poveri, e basta.
A parte ogni altra vexata quaestio che si ponga dal testo di Matteo, a me pare il passo faccia chiarezza e sia il miglior argomento contro la dottrina della giustificazione per mezzo delle opere: se Gesù è l’affamato, l’assetato, il migrante, l’ignudo, l’ammalato e il prigioniero, se destinati alla beatitudine sono coloro che piangono e che hanno sete di giustizia, evidentemente la vita a costoro non è andata molto bene, no?
Credo che una considerazione di questo tipo abbia persuaso Benedetto Croce nel 1942 a scrivere il suo saggio sull’inevitabilità del Cristianesimo. (il titolo è una litote)
Un piccolo blog sulla bibbia è leggibile – e commentabile – su wordpress, a ilquintogiorno.wordpress.com
L’interrogativo successivo sarebbe chiedersi perché, pur nell’apparente successo numerico del meme “cattolico”, l’occorrenza dell’affamato, assetato, migrante, ignudo, ammalato e prigioniero non venga immediatamente riassorbita dai mezzi (tutto sommato potenzialmente notevoli) di una soccorrevole comunità, che invece non mi sembra distinguersi così fondamentalmente dal resto della società. In teoria, se uno crede davvero alla verità letterale-metafisica di quei passi del Vangelo, a ciò quella retribuzione, come potrebbe mantenere un qualsivoglia conto in banca, una seconda casa, le villeggiature al mare e via dicendo? Ci deve essere qualche tenace compartimentazione che permette di commuoversi profondamente con Gesù rimanendo al contempo, sostanzialmente, dei prudenti borghesi, attenti al calcolo della percentuale.
Ci dev’essere e c’è una differenza tra la libertà di corrispondere personalmente al dono di Dio e l’istituzione della carità obbligatoria. Il primo somiglia all’essere umano, il secondo al socialismo reale in nome del quale si chiede ai cristiani di essere dei mistici di professione, mentre d’altra parte si ratifica una concezione puramente materialistica della storia e dei rapporti umani.
Questo libro racconta il mistero dell’incarnazione, ossia di come Dio si manifesta nel mondo senza assorbirlo in sè come una colonia, ma rispettando la libertà dell’uomo.
Se ti va questa storia, Elio, leggilo.
Potresti scoprire che è veramente la storia di tutti.
Caro Valter, benché non accetti certo tutto quanto della dottrina economica “austriaca”, vi sono in essa certe formulazioni che davvero rifulgono per chiarezza. Come questa (la prendo da qui http://www.carlopelanda.com/theunedited/milacci/calcoloeconomico.htm)
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L’azione razionale, per Mises, ha come unico fine il maggior piacere dell’agente, la necessità di uscire da una situazione di insoddisfazione. Ogni azione razionale è poi un’azione che l’agente affronta analizzando il tempo, il lavoro, le risorse materiali necessarie al suo compimento. L’agente si trova così a dover “soddisfare diverse insoddisfazioni” avendo a disposizione risorse limitate, dovrà decidere quale azione compiere per prima, dovrà altresì considerare la limitatezza delle sue risorse per distribuirle “efficacemente” tra le varie azioni razionali. Ogni azione razionale, pertanto, origina un’attività economica, allo stesso tempo Mises può dire che ogni attività economica è anche razionale. In quest’ottica un’attività razionale è costituita da azioni di scambio vere e proprie: tra il raggiungimento della soddisfazione e le risorse che un’agente impiega nel raggiungerla, tra le risorse che possiede e quelle che può procurarsi per il suo scopo. Nell’esecuzione di questi atti di scambio l’individuo compie delle valutazioni: quale soddisfazione ricercare per prima, quante risorse dedicare a tale scopo. Per compiere queste valutazioni ha bisogno di un’unità di valutazione omogenea per le varie risorse. Tale unità di valutazione, necessaria al calcolo economico, è, secondo Mises, il valore oggettivo di scambio.
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Ora per vedere se queste valutazioni hanno effettivamente luogo, non occorre certo entrare nei profondi conflitti interiori di un individuo, basterà osservarlo dal di fuori. Se è pulito, ben nutrito, attore impegnatissimo sul proprio percorso di individuazione, pieno delle grazie donate dalla cultura, dalla frequentazione assidua delle arti ecc., allora è ovvio che questi calcoli hanno avuto efficacemente luogo.
Così come è altrettanto ovvio che se uno CREDE VERAMENTE a quanto riportato di Matteo qui sopra, allora se ne starà in qualche Korogocho a sostituire Zanotelli, non qui a discutere e promuovere, o comunque non potrebbe darsi pace sapendo quel che accade là fuori.
Non vedo infatti limite alla croce che Gesù ci esorta a portare insieme a lui, e non si tratta affatto di misticismo.
Si tratta di avere l’onestà di rispondergli: “mi spiace, ma la tua favola, per quanto bellissima, non mi suona abbastanza plausibile, posso permettermi soltanto una piccola puntata in essa, sperando che questa mi procuri almeno il purgatorio. Ma però il grosso lo lascio accortamente investito su questo mondo. Mi dispiace, tengo famiglia, e poi non sono poi così felice, avrò diritto ogni tanto anch’io..”
E io continuo a non capire perchè mi citi teorici del liberismo come Von Mises o altro che riguarda l’economia politica, materia di cui Gesù Cristo non si è mai occupato, mi risulta, e che presume un soggetto collettivo anzichè personale.
Forse vuoi che ti dica a chiare lettere che la trasformazione della chiesa di Cristo in istituzione è all’origine di quasi tutti i mali dell’occidente.
Te lo dico, ma l’ha già detto e scritto per mezzo secolo Ivan Illich, pensatore cattolico che io notoriamente prediligo.
Personalmente, la distinzione fra piano collettivo e personale non mi ripara dai dilemmi della fede che ho cercato di evidenziare. Ma è un tema troppo arduo per sviscerarlo qui. Mi accontento degli elementi di riflessione raccolti. Grazie.
Elio, scrivi tra le altre cose: “[…] In teoria, se uno crede davvero alla verità letterale-metafisica di quei passi del Vangelo, a ciò quella retribuzione, come potrebbe mantenere un qualsivoglia conto in banca, una seconda casa, le villeggiature al mare e via dicendo? […]”.
Rovesciando la domanda si può vedere che la domanda diritta è inutile.
La domanda rovesciata è: il fatto che un tot di persone dichiarino di credere davvero alla verità letterale-metafisica di quei passi del Vangelo, a cioè quella retribuzione, e nel contempo mantengano conti in banca, seconde case e villeggiature al mare, costituisce prova della falsità di quei passi del Vangelo?
Secondo me, no. Altrimenti i milioni di persone che consultano l’oroscopo, e che ne tengono conto durante la giornata, rischierebbero di costituire prova della verità dell’oroscopo.
Sospetto che l’oroscopo e le verità di fede siano veri o non veri indipendentemente dai comportamenti di chi li ritiene veri o non veri.
Poi: è forse vero “in teoria” (ripeto: “in teoria”) che se uno crede vere certe cose, necessariamente agisce di conseguenza? E’ vero, “in teoria”, che conoscere il bene conduce necessariamente a compierlo?
Mi pare che non sia mai stato dimostrato.
Ragionamento ineccepibile, Giulio. Io però non intendevo negare Matteo: non mi sento affatto anticristiano, né anticattolico. Riconosco complessità, ricchezze, contraddizioni e fascinazioni che non mi permettono simili liquidazioni. Piuttosto, cercavo di evidenziare (evidenziarmi) la radicalità del messaggio cristiano, che storicamente è stato di volta in volta attenuato e rivitalizzato attraverso tutte quelle drammatiche vicende che conosciamo. Ma il punto principale era l’assenza di limite: se mi ritenessi cristiano allora sarei costretto, dalla coerenza logica, a comportarmi in un determinato modo. Dato che, per un complesso di ragioni, decido di non comportarmi in tale modo, allora non posso ritenermi cristiano, e questa valutazione naturalmente la estendo anche a ciò che vedo intorno a me, constatando una certa mancanza di coerenza. Ma senza rimprovero.
Elio, secondo me quel che ti manca è la distinzione tra comandamenti e perfezioni evangeliche, che sono destinate a tutti ma non pretese. Chi pronuncia i voti religiosi (povertà, castità, obbedienza), lo fa adempiendo a una vocazione personale, ma questo non significa che chi vive “nel secolo”, sacerdote o laico che sia, non possa dirsi cristiano. Come sa bene ogni insegnante, pretendere da tutti il 10 è il modo migliore per deprimere il 95 per cento degli alunni. Tu scambi per mancanza di coerenza quella che è la diversa risposta di diverse libertà (e diversi mezzi: rivedi la parabola dei talenti)
Elio, il punto è metafisico. Quando scrivi: “se mi ritenessi cristiano allora sarei costretto, dalla coerenza logica, a comportarmi in un determinato modo”, assegni alla logica la capacità di produrre effetti necessari nel mondo. Il che mi pare non si dia. Intendo il verbo “sarei costretto” nel senso di “non potrei fare a meno”. Se devo intendere diversamente, correggimi.
Mi sembra che siamo davvero arrivati al punto. Sì, si tratta proprio di un “sarei costretto”, un imperativo di coerenza che andrebbe a forzare tutto un corredo di istinti contrari, che non chiamerò “naturali”, anche se un poco lo sembrano. Capisco immediatamente (vedi quei calcoli di cui parlavo sopra) a quante bellezze e dolcezze dovrei rinunciare per trovarne di altre, più ardue ed “alte” . Certamente ammetto che, come suggerisce Valter, la dottrina cattolica ha raggiunto – nel tempo – un buon grado di saggezza, tanto che talvolta ne riattraverso il confine, per esempio partecipando alle messe dei funerali, frequentandone le problematiche o anche pregando mentalmente nel pericolo. Però il testo di Matteo rimane così chiaro che non posso esimermi nei suoi confronti da un riflesso luterano, rinunciando a ogni mediazione: proclamare un’adesione graduata mi sembrerebbe opportunistico, un mentire a Dio stesso (qualunque cosa sia). E con tutte le incredulità che albergo preferisco non provarci. Eh, per me ci vorrebbe proprio una visione vecchio stile 🙂
(visione nel senso di “apparizione”)
Non sono cattolica,ma credo sia un bene ci siano anche loro.Ci sono dei periodi in cui la gente atea mi stanca.Gli ultimi cattolici che mi ricordo,voglio dire che mi ricordo io,erano delle simpatiche signore anziane che mi facevano sempre le stesse prediche,ma simpatiche:mangia,non fumare,sei troppo magra.Ma poi ci si incontrava a metà strada,e mangiavo dei piatti loro,ma un pò modificati da me,o almeno credevo.Soprattutto mi ricordo i piatti di Agnese.:ricotta fresca ed erbette,ma chissà cosa ci metteva dentro,di nascosto,perchè era buonissimo,lei sorrideva,ed io non dimagrivo.E la torta di patate.Poi ho provato a fare le erbette come mi diceva lei,ma avevano tutto un altro sapore,come se mancassero i due terzi degli ingredienti,almeno.Un giorno ho digiunato tutta la giornata(lavoravo,ed anche lei)ed il giorno dopo,il sapore è cambiato ancora.Ma il piatto sembrava uguale.Un saluto,Lucia
interessanti le note di elio, da rifletterci sopra a lungo. e bella questa nuova avventura editoriale, e bastano i nomi dei due autori, oltre che il tema che trattano, a farci andare in libreria con fiducia, certo di trovare un libro “vero”. un grande in bocca al lupo a loro e a laurana editrice.
e.c.: certi di trovare…
Grazie Franz!
PS – Quel libro non mi è mica arrivato…
che stronzi… gli faccio una lavata di capo…
Elio, scrivi: “si tratta proprio di un ‘sarei costretto’, un imperativo di coerenza”. Avresti dovuto scrivere: “No, si tratta di un imperativo di coerenza”.
Ho finito la prefazione di Tullio Avoledo e anche solo quella varrebbe la spesa.