È giunto il momento di creare un nuovo soggetto politico, reticolare e libertario, che riparta dai movimenti e metta al centro dell’azione i beni comuni e i diritti
Da mesi mi chiedo come sia possibile che nessuno, in questo frangente, prenda l’iniziativa per ricostruire una sinistra che non c’è. Nelle ultime due set…timane ho letto con piacere una serie di interventi che sembrano preannunciare la ripresa di un’iniziativa. Ma adesso occorre agire. Che cosa stiamo aspettando? Siamo in una crisi radicale, senza più alcuna rappresentanza, con milioni di persone che non si riconoscono più in nulla e in nessuno, che hanno fame di una prospettiva altra da quella che ogni giorno abbiamo davanti agli occhi e sottopelle. E invece stiamo qui a baloccarci con le armi sterili della critica senza passare, non dico alla critica delle armi letteralmente intese, ma a quella forza materiale che sola può abbattere la forza materiale. Lo scorso anno ero stato coinvolto nell’esperienza di Cambiare si può , e avevo raccolto l’appello con entusiasmo, vedendolo come un’opportunità per ridar vita dalle fondamenta a un aggregato di forze e movimenti in forme inedite e all’altezza delle sfide presenti. Continua a leggere
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MARCO ROVELLI – Per Valter Binaghi
Valter Binaghi se ne è andato guardando in alto, verso il cielo. “Lo spirito si libera”, mi ha scritto nella mail che ho ricevuto da lui un paio di settimane fa. Non ha nascosto la morte che veniva, ma l’ha guardata in faccia. E ha voluto consegnare ad alcuni suoi contatti quella che lui stesso ha definito “un’eredità”: uno scritto assai articolato (Valter insegnava filosofia) cui ha lavorato negli ultimi mesi della sua vita sulla “conoscenza simbolica”, ovvero sul valore di conoscenza di simboli, metafore e analogie, “laddove i concetti risultano indisponibili o inadeguati”. Ed era così che Valter praticava la letteratura: “come costruzione di simboli, forme articolate in cui si allude come si può all’indefinibilità del mondo”. Valter ha scritto nove romanzi, da “L’ultimo gioco” del ‘99 a “Melissa, la donna che cambió la storia”, dello scorso anno. Il romanzo del ‘99 veniva dopo venti anni di silenzio: Binaghi infatti negli anni settanta era stato attivo nella “controcultura” dell’epoca, redattore di Re Nudo, pubblicando per Arcana libri su Pink Floyd, Lou Reed e il punk. Continua a leggere
Il contro in testa e le prospettive future del mito anarchico carrarino

Il contro in testa. Gente di marmo e di anarchia (Edizioni Laterza) l’ho letto nel giro di poche notti ma ci sono voluti mesi perché mi decidessi finalmente a scriverne. Un libro che parla della propria terra, e che lo fa alla maniera in cui è riuscito a farlo Marco Rovelli, ovvero con dedizione e rispetto, e poesia, e analisi critica e rabbioso disinganno, è un’entità difficile da approcciare, una madre su cui si fatica ad esprimere un giudizio e dalla quale si è quasi intimoriti, perché ogni frase nasconde un ricordo, ogni parola un’aspettativa, ogni descrizione un sogno e una speranza andate spesso, e come dire?, fatalmente, deluse.
Quando poi dalla propria terra ci se n’è andati, anche per i motivi di cui parla l’autore, e nondimeno ci si ostina a tornarvici, allora ogni tentativo di recensione diventa immersione in se stessi più che nelle pagine che ci stanno davanti, e l’analisi del testo si trasforma in ragionamento sui motivi che ne hanno resa necessaria la scrittura.
Rovelli conosce bene quello di cui parla, e ce ne fa racconto attento e affascinante, muovendosi in bilico tra coinvolgimento personale e distacco critico, con un approccio che potremmo definire ‘dialettico’ Continua a leggere
QUEL CHE RESTA DEL VERSO 26: Alla ricerca di un altro ritmo. Marco Rovelli, “L’inappartenenza”
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
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Alla ricerca di un altro ritmo. Marco Rovelli, L’inappartenenza, Massa, Transeuropa, 2009
Dopo tre formidabili reportages sull’anomalia giuridica e la barbarie italiana (Lager Italiani, Milano, Rizzoli, 2006; Lavorare uccide, Milano, Rizzoli, 2008 e Servi, Milano, Feltrinelli, 2009), Marco Rovelli ritorna alla poesia dopo il 2004 di Corpo esposto (il suo primo libro di poesie pubblicato dall’editore Memoranda di Massa). In quella straziata raccolta di versi e di affermazioni di principio forti e condivisibili, a un certo punto, con piglio severo e apertamente rimbaldiano, aveva dichiarato:
QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.4: Rabbia, furore e musica. Marco Rovelli, “Corpo esposto”
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
Rabbia, furore e musica. Marco Rovelli, Corpo esposto, Massa, Memoranda Edizioni, 2004
Il primo libro di poesie di Marco Rovelli (Corpo esposto, Massa, Memoranda Edizioni, 2004) è un libro furibondo, un libro che non concede requie ai suoi lettori e che non gli dà tregua né consolazione. Un esempio di questa sua scrittura che si trasfonde da furore a cenere è in questo suo:
“Trittico del tempo III. Non recedo (è necessario) dall’attesa / che scava le ossa e le sostiene / e mi tiene: sospeso come il sole / nel solstizio, in un supplizio / che precipita il mio sguardo / nell’abbaglio del mancarci / nel contagio” (il libro di Rovelli, per scelta e per disdegno, non ha pagine numerate).
Marco Rovelli libertAria a Milano

Al Leoncavallo (via Watteau-Milano) giovedì 25, alle 23, concerto-anteprima assoluta del nuovo cd di Marco Rovelli libertAria.
Il concerto sarà preceduto dalla presentazione di Con il nome di mio figlio – Dialoghi con Haidi Giuliani (Transeuropa), alla presenza di Haidi Giuliani e di Marco Rovelli, curatore. Continua a leggere
IN UN FRATTEMPO di Marco Rovelli

(Salgareda, Treviso, Veneto)
Il presidente del consiglio Romano Prodi ha detto, il 12 aprile 2007, che i morto sul lavoro sono “martiri”. Questa definizione ricorre di continuo, in bocca a politici e giornalisti. Ma a un uomo lucido tocca di pensare fino in fondo le proprie parole. Come è ben noto, la parola “martire” significa “testimone”. Martire, allora, è colui che offre la propria vita per testimoniare qualcosa. Questo qualcosa è Dio, nel caso dei cristiani che venivano gettati nelle arene, o la Libertà, nel caso dei partigiani uccisi come “banditi”. In entrambi i casi c’era una assoluta consapevolezza di andare alla morte, in nome di una Causa superiore, nei confronti della quale la propria vita individuale passava in secondo piano. Un martire mette sempre in conto la propria morte. Ma per Jasmine Marchese – ventun anni, che lavorava come interinale di notte, producendo ante di legno per mobili che finiscono all’Ikea, per pagarsi le rate della macchina, arrivare a metter su casa, essere indipendente – non c’era alcuna Causa al servizio della quale offrire la propria vita. O se ci fosse stata, non era certo quella. Jasmine era forse disposta a morire affinché noi tutti possiamo godere dei mobili dell’Ikea? Continua a leggere
