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Fatti.

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1) Il Carrione è un torrente che corre per 20 chilometri scarsi dalle Alpi Apuane all’alto Tirreno, attraversando Carrara, Avenza e Marina di Carrara. Un torrente: non il Danubio, il Tamigi o l’Arno.
2) Il Carrione è esondato nei seguenti anni: 1936, 1952, 1982, 1985, 1992, 1996, 2003, 2009, 2010 (due volte), 2012 (tre volte), 2013 e 2014. È esondato sempre a cavallo dei mesi di ottobre, novembre e dicembre.
3) Dopo l’esondazione del 2003 (la più grave) vennero indagati per omicidio colposo e omissione di atti d’ufficio due sindaci, dieci dirigenti comunali, due dirigenti del Genio civile e 32 industriali del marmo. La prima udienza del processo cominciò a venti giorni di distanza dalla prescrizione dei reati e di conseguenza tutti gli indagati vennero prosciolti senza neppure essere giudicati.
4) 5 novembre 2014, nuova esondazione, crolla un argine messo in sicurezza pochi anni fa e che, malgrado gli allarmi lanciati da molti cittadini a partire dal 2013, era stato ritenuto ‘sicuro’. Attualmente a Marina di Carrara ci sono migliaia di sfollati, commercianti e liberi professionisti che hanno perso la loro attività e privati che hanno perso casa e macchina. Gran parte degli ‘indagati’ del 2003 sono tutt’ora ai vertici dell’amministrazione comunale e del settore del marmo. Stessi nomi, medesimo capo d’accusa: arriveremo questa volta a un processo?

Il contro in testa e le prospettive future del mito anarchico carrarino

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Il contro in testa. Gente di marmo e di anarchia (Edizioni Laterza) l’ho letto nel giro di poche notti ma ci sono voluti mesi perché mi decidessi finalmente a scriverne. Un libro che parla della propria terra, e che lo fa alla maniera in cui è riuscito a farlo Marco Rovelli, ovvero con dedizione e rispetto, e poesia, e analisi critica e rabbioso disinganno, è un’entità difficile da approcciare, una madre su cui si fatica ad esprimere un giudizio e dalla quale si è quasi intimoriti, perché ogni frase nasconde un ricordo, ogni parola un’aspettativa, ogni descrizione un sogno e una speranza andate spesso, e come dire?, fatalmente, deluse.
Quando poi dalla propria terra ci se n’è andati, anche per i motivi di cui parla l’autore, e nondimeno ci si ostina a tornarvici, allora ogni tentativo di recensione diventa immersione in se stessi più che nelle pagine che ci stanno davanti, e l’analisi del testo si trasforma in ragionamento sui motivi che ne hanno resa necessaria la scrittura.
Rovelli conosce bene quello di cui parla, e ce ne fa racconto attento e affascinante, muovendosi in bilico tra coinvolgimento personale e distacco critico, con un approccio che potremmo definire ‘dialettico’ Continua a leggere