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“Sporca faccenda, mezzala Morettini”, di Ferrari e Magliani

Recensione di Giovanni Agnoloni

Marco Ferrari, Marino Magliani, Sporca faccenda, mezzala Morettini (Edizioni Atlantide, 2024)

Quest’opera, scritta a quattro mani da due scrittori di razza, Marco Ferrari e Marino Magliani (in ordine alfabetico), è un romanzo divertente e spiazzante, intenso e a tratti drammatico. Il protagonista, Diego Álvaro Menconi, è un procuratore di calciatori di basso profilo, che partendo da Buenos Aires esplora tutta l’Argentina (siamo negli anni Sessanta) per cercare talenti in erba o calciatori consumati, nel senso di “sbreccati” dopo brevi stagioni di relativi successi e svariati anni di oblio. La sua esistenza si consuma tra banali riti quotidiani e rapporti più o meno superficiali con un vicinato che imbeve la sua esistenza di un invisibile gas anestetico. Finché appunto una vicina di casa, preoccupata per la scomparsa del marito, una mezzala un tempo abbastanza conosciuta, Luis Pacifico Morettini, non gli chiede di cercarlo. Ha così inizio, venata da un retrogusto di seduzione, un’informale e quanto mai irrituale indagine, che Menconi, figlio di un italiano anarchico della zona di Carrara fuggito in Argentina, porta avanti tra scalcinati campi periferici, bar e ristoranti di quarta e angoli di strada della capitale federale. Sono questi i luoghi in cui incrocia, a volte in modo turbolento, personaggi del mondo del calcio locale che vivono, un po’ come lui, sospesi in una sorta di bolla galleggiante in un mare di indeterminatezza ben più vasto della “pozzanghera”, l’Oceano Atlantico che separa l’Argentina dall’Italia, dove Menconi non smette mai di provare a piazzare i suoi protetti.

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Il contro in testa e le prospettive future del mito anarchico carrarino

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Il contro in testa. Gente di marmo e di anarchia (Edizioni Laterza) l’ho letto nel giro di poche notti ma ci sono voluti mesi perché mi decidessi finalmente a scriverne. Un libro che parla della propria terra, e che lo fa alla maniera in cui è riuscito a farlo Marco Rovelli, ovvero con dedizione e rispetto, e poesia, e analisi critica e rabbioso disinganno, è un’entità difficile da approcciare, una madre su cui si fatica ad esprimere un giudizio e dalla quale si è quasi intimoriti, perché ogni frase nasconde un ricordo, ogni parola un’aspettativa, ogni descrizione un sogno e una speranza andate spesso, e come dire?, fatalmente, deluse.
Quando poi dalla propria terra ci se n’è andati, anche per i motivi di cui parla l’autore, e nondimeno ci si ostina a tornarvici, allora ogni tentativo di recensione diventa immersione in se stessi più che nelle pagine che ci stanno davanti, e l’analisi del testo si trasforma in ragionamento sui motivi che ne hanno resa necessaria la scrittura.
Rovelli conosce bene quello di cui parla, e ce ne fa racconto attento e affascinante, muovendosi in bilico tra coinvolgimento personale e distacco critico, con un approccio che potremmo definire ‘dialettico’ Continua a leggere