Johnny Cash, il lungo cammino

di Mauro Baldrati

Esce per l’Arcana, storica casa editrice alternativa, con una lunga tradizione di collane di musica, meditazione, spiritualità, controcultura, Johnny Cash, di Valter e Francesco Binaghi. E’ una interessante fusion di biografia partecipata, più letteraria che analisi storica distaccata – benché la ricostruzione della vita e delle vicende di Cash sia precisa e documentata – e antologia di canzoni tradotte. Quest’ultimo aspetto è stato seguito da Francesco Binaghi, figlio di Valter, studente di 22 anni già appassionato di heavy metal, che si è cimentato con successo coi versi anarchici, malinconici, oscuri e ribelli di uno dei miti della tradizione musicale americana, che trae la sua epica dalla frontiera, dal nomadismo della Grande Depressione, i canti di lavoro del blues rurale, il gospel, i versi d’amore disperato del blues urbano, il country, l’avvento del rock’n’ roll con Elvis, il folk elettrico di Bob Dylan. Johnny Cash, nato in Arkansas nel 1932, scomparso a Nashville il 12 settembre 2003, ha assorbito fin da bambino, come un organismo onnivoro che si nutre li luce e di materia, tutti questi stili, queste tradizioni, e ha iniziato un lungo cammino di formazione alla ricerca di un proprio brand espressivo, che continuasse, rinnovandola, la classicità. Valter Binaghi lo segue con pazienza, lungo 9 capitoli suddivisi in decine di sotto-capitoli, brevi e precisi, che hanno sempre al centro una canzone. Ricostruisce l’infanzia durissima e povera, segnata da un padre duro e scostante, che disprezzava nel figlio i segnali di un talento artistico considerato sconveniente, se non addirittura vergognoso, per i discendenti dei cow boys e dei pionieri. Lo segue mentre si arruola nell’esercito degli Stati Uniti, mentre forma i primi gruppi country, sulla scia di Hank Williams; lo accompagna nelle sue tremende depressioni, che lo porteranno sulla soglia di crisi psicologiche devastanti, mentre cerca continuamente una luce, un segnale di salvezza, che a un certo punto della sua vita tormentata troverà nella religione cristiana. E proprio da queste pagine, apparentemente chirurgiche, sul lato oscuro del man in black Johnny Cash (Mi vesto di nero per i poveri e gli sconfitti/Che vivono senza speranza, affamati ai margini della città/Per i carcerati che hanno già pagato a lungo per le loro colpe/Ma restano dentro perché sono vittime dei tempi), avvertiamo la vicinanza tra Binaghi e Johnny Cash: entrambi musicisti e cantanti (Binaghi è un singer provetto, gira l’Italia facendo dei reading musicali), entrambi “sbandati” in gioventù, con abusi di droghe, sconfinamenti pericolosi in territori bui, alla ricerca di una luminosità, forse, di una occasione di salvezza, che sembrano trovare nel cristianesimo, come spiritualità purificata e primigenia, e nella creazione artistica, un contenitore dinamico in cui riversare parti di se stessi, delle proprie esperienze, speranze o delusioni – eterni elementi di destrutturazione della vita in cerca di un riscatto, di un’assoluzione. E’ interessante infatti scoprire come in molte canzoni – tradotte con aderenza al testo originale ma anche con la maturità di un traduttore esperto da Francesco Binaghi – Johnny Cash trasferisca se stesso, le sue tristezze e speranze giovanili, o addirittura infantili, nei country boys dei quali canta le gesta: “Ragazzo di campagna, non hai neanche le scarpe/Ragazzo di campagna, non conosci la tristezza/E’ vero che lavori tutto il giorno/Aspettando di andare a giocare sotto il sole e sulla sabbia/Con il volto abbronzato/Ma alla fine della giornata, quando hai fatto il tuo lavoro/Non ti resta nient’altro che divertirti”; ma è adulto il cantante e poeta Johnny Cash, un adulto sofferente che nel country boy invoca la giovinezza perduta. E quanto è americano tutto questo, quanto è kerouachiano: “Ragazzo di campagna, sei fortunato/Ragazzo di campagna, io vorrei scambiare le nostre vite”. Forse questo desiderio di innocenza perduta lo seguirà per tutta la vita, durante gli anni del grande successo, sostenuto dall’energia frenetica e velenosa dell’amfetamina, e nel suo lungo percorso affettivo, con un matrimonio fallito e una nuova unione con June Carter, star del country del suo tempo.

Questo tipo di biografia partecipata, che difficilmente può venire scritta senza l’amore che lo scrittore prova verso il suo soggetto, ha modelli consolidati, sia in campo musicale che letterario: la mitica biografia di Bob Dylan del 1972 di Anthony Scaduto, quella di Jimi Hendrix di Sharon Lawrence, che fu sua amica e confidente, e in letteratura le biografie-esegesi di Proust e Baudelaire scritte da Giovanni Macchia, per citarne solo alcune. In questo libro agile, sintetico, eppure profondo, padre e figlio portano avanti con successo questa tradizione nobile.

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Johnny Cash nel 1959 fa il verso a Elvis Presley (il quale rispondeva con altre imitazioni del country boy Johnny)

4 pensieri su “Johnny Cash, il lungo cammino

  1. vbinaghi

    Grazie a voi (anche da parte di mio figlio, Mauro, che gli hai aumentato di un anno l’età).
    In questo libro ci ho messo sangue, imn effetti, più che nei romanzi: col personaggio in questione ho una sintonia profonda, che a tratti mi è sembrata inquietante.
    A chi non lo conosce consiglierei di ascoltare almeno la serie degli American Recordings, dove come un cantore omerico raccoglie i frammenti sparsi di un secolo di musica popolare americana.

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  2. krauspenhaarf

    johnny cash. mi ha sempre impressionato la voce. non lo conosco bene, cercherò di colmare la lacuna anche leggendo il libro.

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