altri Canti dell’offesa – di Fabio Franzin

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(Dunque dov’è l’offesa? Ma non è / offesa, è strazio)

Vittorio Sereni, “Gli strumenti umani”, Einaudi, 1965

(La sorte dell’uomo, è mutata. Ci sono dei mostri. Un limite è posto a voi uomini. L’acqua, il vento, la rupe e la nuvola non son più cosa vostra, non potete più stringerli a voi generando e vivendo. Altre mani ormai tengono il mondo)

Cesare Pavese, “Dialoghi con Leucò”, Einaudi, 1947

Ora è anche per noia che si violenta
e si uccide per ammazzare un tempo
ostile in tanti contro uno da vigliacchi

così rinascono squadroni e spedizioni
punitive riaffiora il razzismo fra spritz
e tramezzini fra gli eroi dei videogames

e i jeans griffati così si umilia l’indifeso
il portatore di handicap, così, fra la noia
e il porno l’orrore è ormai divertimento.

***

Preistoria è la parola e l’immagine
il bruto armato di clava la donna
preda trascinata per i capelli verso

l’antro buio della caverna. Il prefisso
a storia dice di un tempo anteriore
alla civiltà di un’epoca in cui l’uomo

era ancora dominato dagli istinti era
bestia fra le bestie. Da quale breccia
o rigurgito di ere questa involuzione

della specie questi stupri consumati
dietro cespugli nell’ombra polverosa
degli androni? Paura che la clava sia

stalattite di solitudine e rancore timore
anche delle proprie unghie di scoprirle
lunghe e appuntite che ritornino artigli.

***

Oggi, il kosovaro che lavora con me
mi ha chiesto se potevo imprestargli
cinquanta euro, si guardava nei piedi

mentre formulava quella sua richiesta
chissà quanto a lungo meditata – lo sa
che ho due figli, il mutuo per la casa

e tutto il resto – e sono sicuro sapesse
anche la mia risposta perché non se l’è
presa, sì, sì, certo, capisco, continuava

a dire scrollando la testa intanto che ci
avviavamo verso i reparti, stretti i guanti
nella mano. Però io non lo conoscevo

quello che ha dovuto dire mi dispiace
proprio quando suonava la sirena e non
c’era più tempo neanche per la vergogna.

***

L’ingiustizia è diventata vanto
e si vive sempre più arrabbiati
sconfitta l’idea di un bene che

affratelli il rancore farsi vetro fra
le ossa ragno che ora dopo giorno
tesse la sua scura rete nella mente

dentro i fragili estuari delle vene.
Qualcuno esplode ogni tanto non
regge quel male digerito riaffiora

negli occhi con tutta la sua rossa
radice allora l’innocente sacrificio
la strage per certuni è liberazione.

***

Ci hanno truffati ora l’abbiamo
compreso per davvero ci hanno
fatto credere che bastasse soltanto

adeguarsi a quell’andazzo l’auto
grossa il navigatore satellitare una
suoneria nuova sul cellulare stare

dentro l’onda sorridenti costasse
pure l’anima il tuffo la bracciata.
Si sono rotti gli argini ora non ci

salverà la griffe sulla camicia né
l’sms a tariffa ridotta quel fiume
dorato è crollato in nera cascata.

***

Non hanno remissione, né vergogna,
non hanno più nessun rimorso ormai.
Ognuno ha la sua maschera di scorta,

sorrisi di riserva pronti all’occorrenza
e promesse da infrangere cogli occhi,
un rotolo di banconote dentro l’anima.

Guarda le facce che hanno, oppure come
muovono le mani per convincere: meno
oscena la forca quando affonda nel letame;

e senti come graffia la loro voce ruffiana,
così melliflua suona in essi la menzogna,
rotonde le vocali, le consonanti arrotate

in spine, in ipnotiche spirali; come ogni
cattura poi sia virus per ottusi replicanti:
mimi e clown di un circo senza acrobati.

***

Ma siamo proprio noi quelli là
quelli che compaiono così allegri
e minchioni nei video fatti in casa

col telefonino il pollice alzato alla
Fonzie come in un autostop verso
il vuoto pronti a gridare italia uno?

a urlare in coro dal video di fronte
a qualcuno stravaccato sul divano
col suo telecomando stretto in mano

la mente come un sacco da riempire
di sangue e spazzatura lo sguardo
a catturare il capezzolo affiorante

la spallina lasca ad arte la scena
del mercato devastato dalla strage.
Siamo noi? Chi? Chi siamo, noi?

Un pensiero su “altri Canti dell’offesa – di Fabio Franzin

  1. Manuel Cohen

    (pensieri sparsi e sentimenti per Franz e Franzin)

    Grazie a Franz Krauspenaar per aver postato questi Canti dell’offesa, grazie per la sua sensibilità di lettore (e autore!!!)

    Grazie a Fabio Franzin per averli scritti (e Buon compleanno, fratello, per i tuoi 46!!!!)

    Devo dire che, non so se si tratta di una sensibilità generazionale (perdonate l’aggettivo, caduto in disgrazia, so benissimo che nessuno può più avere la pretesa di ‘rappresentare’ un gruppo, una categoria, una generazione…) ma non so se è solo un caso che siamo tutti e tre quarantenni… sta di fatto che questa offesa ci riguarda molto da vicino… e pure i non-luoghi descritti da Franzin, possono essere luoghi o paesaggi comuni a tutti noi: che si parli della (s)fortuna del ricco Nord-est (ormai in disgrazia) di Franzin, o della opulenta e ‘cagona’, mi si conceda l’aggettivo, Milano ‘da bere’ (o ormai, bevuta,un po’ al tramonto) di Franz, o della straricca provincia dei mobilieri pesaresi (le Marche da cui provengo, la Roma da basso impero, in cui vivo), i luoghi, i paesaggi, le vite, sono molto simili… come mode, atteggiamenti, abitudini pasolinianamente ‘mutate’, ammutolite nel degrado fisico, paesaggistico e morale…

    La bellezza di queste terzine sta tutta nella loro verità, nella loro nudità… nervi scoperti di uno spolpamento umano in atto, scrittura onesta, lingua franca che volutamente si ostina a ignorare certa parola ‘atteggiata’, improbabile, di tanta poesia che si fa e che quotidianamente (anche per lavoro) ho la ventura di leggere…

    Canti dell’offesa… trasportati dalla terzina che ci viene dalla più consona e ‘volgare’ tradizione dantesca, questi versi sono, appunto, Canti: conservano e salvaguardano la potenza icastica e evocativa del canto, si affidano a recursività foniche franche e oneste, non esibite, non gridate, e nella loro valenza periodica ( di suoni ritornanti, allitteranti, assillabanti) offrono una zattera alla melicità e al pensiero.

    Lo stile dimesso, l’hornatus semplice di Franzin, è la migliore risposta a poetiche postmoderne (postume?) che sanno troppo di mode ecolaliche e à la page.
    La lingua onesta, da Dante a Saba, passando per Pascoli,Biagio Marin, e che giunge fino a Caproni e Bertolucci, è quella più congrua a rappresentare un mondo, a riprodurlo potentemente, pure nella Indignatio di chi (più che osservare dal balcone) vive ed è, suo malgrado, immesso nell’orrore in atto, circondato dal degrado.

    Se ai poeti fosse concessa udienza nel mondo (occidentale), probabilmente ci aiuterebbero con armi più autentiche e non invasive a riformulare, non dico le regole, ma almeno alcune linee paradigmatiche del vivere civile, del coesistere nella differenza, nel ricordare che la religione possibile per gli uomini e per un consesso civile non si chiama necessariamente DIODENARO, ma forse, e più umilmente, rispetto, solidarietà, comunanza… anche questo mi ricorda, leggendolo, la parola autentica di Fabio Franzin….

    … anche questo, mi ricorda, leggendo Era mio padre, Franz Krauspenaar, l’infinita sete di vita, di solidarietà, di affetto. Grazie, di cuore.

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