
di Helena Janeczek
Forse l’ho saputo da lei per prima, ma la cosa è tanto anomala che non ricordo bene. Devo aver rimesso tutto nell’ordine consueto: c’è il comune amico che mi parla del suo medico di fiducia alternativo dal quale era andata avendo scoperto un po’ di sangue nelle feci e questo le aveva prescritto infusioni, dieta, creme o gocce omeopatiche per curare con pazienza un problema emorroidale.
Così, capisci, è passato quasi un anno prima che lei sia stata male quel tanto che bastava perché si rivolgesse a un ospedale.
Aveva il sangue nelle feci e questo non pensa di mandarla a fare un esame, le emorroidi, le tisane, capirai.
Ha un tumore all’intestino, ormai grosso, la dovranno operare.
A Bolzano c’è suo cognato che fa il medico, di cui si fida e che la sta seguendo, menomale. Sembra ottimo, del resto, il servizio sanitario su a Bolzano.
Anita era di nazionalità italiana, di lingua tedesca, di origine sudtirolese, ed era di natura felina. Ho passato anni a sentirla solo al telefono, ma la sua voce coincideva così tanto col suo aspetto, anzi con la sua persona fisica, che nonostante un amicizia fatta di cinque incontri e un resto di parole, non si è mai disincarnata.
Forse è per questo che se adesso guardo le sue fotografie a partire da quando era bambina, non provo l’imbarazzo dell’intrusa, anche se il libro in cui si trovano è fatto per consegnarla pubblicamente alla posterità: Anita sullo sfondo di boschi e montagne, in mezzo a prati, davanti allo steccato della fattoria, Anita in scarponicini e calzettoni, golfini a trecce, gonne a fiorellini, Anita insieme alla sorella nel dirndl della festa abbracciate da una giovane donnona, Kathi la domestica, che se non fosse in tiro anche lei con il suo bel costume tirolese e le trecce nere arrotolate in testa, farebbe sembrare di un’altra latitudine tutte e tre.
“Ce ne sono tanti su da noi, tutti tedeschi, molto più scuri dei terroni”. Avevo fatto una domanda forse indiscreta, invece lei rideva, contenta di sorprendermi in risposta.
Poi spiegava che questo non dipendeva dal passaggio di seduttori o soldataglie meridionali, ma dal sostrato mediterraneo che si era conservato nelle più remote valli dolomitiche. Aveva scavato nei miti e nelle leggende di questi oscuri antenati, però che questo c’entrasse qualcosa con lei, con Anita in carne e ossa, che magari si fosse messa dietro ai ladini vedendo se stessa allo specchio, pareva fin troppo evidente per arrivarci. In ogni caso, il libro in sua memoria contiene anche un contributo in ladino, nell’idioma recentemente uniformato, una poesia che suona svizzero-provenzale: “a ti nà recordanza per ladin dolomitan volessi ciamà te dedich‚…”
Non l’avresti comunque detta tedesca: non solo perché era scura di occhi e di capelli, ma perché gli occhi li muoveva, le ciocche dei capelli se le ravviava in un certo modo- con movimenti più rapidi e, se si può dire, più brillanti di quelli che hanno al Nord. Perché se è vero che portava soprattutto pantaloni e vecchi maglioni larghi, tirava fuori dall’armadio un paio di scarpe con la punta insù modello Aladino, broccate rosse, e si metteva un rossetto lacca che distribuiva alla cieca quasi con uno schiocco delle labbra, una boccuccia da camerino. Perché si chiamava Anita, il nome della signora Garibaldi.
Il libro commemorativo riporta una domanda al ministero per le Scienze, la Ricerca e l’Arte di Vienna per una borsa di studio intitolata a Robert Musil, nella quale viene esposto il progetto al quale avrebbe cominciato a lavorare già molto prima se, ammalandosi gravemente nel 1995, non gliene fosse mancata l’energia. “Ora”, taglia corto, “sto di nuovo meglio”.
Risalta, quel suo ultimo testo, con tutto il suo rigore burocratico che non le assomiglia: foglio uno: curriculum vitae, foglio due: bibliografia dell’autrice, foglio tre: “descrizione del progetto”. La storia si svolge fra il Nepal, Vienna, Berlino e Venezia, parla di sopravvivenza e di sopravvissuti e “come tutte le mie storie, tratta del caso, delle coincidenze, senza le quali non ci sarebbe dato di continuare a vivere.”
Il giorno in cui dovevo andare a Bolzano e in serata tornare a Trento, dove l’indomani si sarebbero sposati degli amici, c’era uno sciopero dei treni. Capita circa una volta al mese e di solito non è grave, si trova sempre un mezzo per sfuggire al blocco, un treno per lavoratori pendolari o a lunga percorrenza garantito. Mi ero anche alzata all’alba per partire prima che lo sciopero iniziasse con un Eurocity che non cancellano quasi mai. Invece si è fermato a Verona. Non ne erano annunciati altri né in quella né in un’altra direzione. Però lo sposo, avvisato, sarebbe venuto a prendermi da Trento. Ho consumato il resto della scheda telefonica per comunicare alla amica di Anita sempre raggiungibile che ero bloccata a Verona e non sapevo come e neanche se in assoluto avrei potuto raggiungere Bolzano, non oggi, in ogni modo, al massimo il giorno dopo.
“Se riesce, venga pure quando vuole”, ha risposto con la forma cortese ancora consueta in tedesco, “consideri però che Anita non regge alle visite più di mezz’ora”. Ho preso un cappuccino e una brioche, ho comprato dei regali di Natale guardando uno per uno gli articoli della cartoleria, della profumeria e del chiosco di tabacchi e souvenir della rinnovata stazione gialla di Verona. Fuori pioveva, non molto, ma la pioggia era fredda. Mi sono messa sull’angolo di una panchina già occupata, il piedi penzolanti fra la valigia e i sacchetti dei regali, tranquilla perché per il momento mi era andata bene, poi si vedrà. L’amica aveva aggiunto: “però se viene, a Anita fa piacere”. Ci avrei provato. In casi come questi viene la tentazione di credere che le cose vadano come devono andare, si vede che Anita non dovevo vederla più, si vede che il matrimonio dovevo festeggiarlo, e anche se uno cerca di non adagiarsi nel sentimento del disegno fatto altrove, in questa tristezza rassicurante, lo sente addosso lo stesso.
Una volta, Anita mi aveva raggiunto a Venezia su un treno diretto a Francoforte. Magari a una mia domanda sui doppi nomi riportati dai cartelli delle stazioni sudtirolesi, aveva cominciato a raccontare di quando, da un giorno all’altro, sua madre si era trovata la scuola in italiano, soltanto in italiano, e come poi li bocciavano sempre di nuovo perché non capivano quasi una parola. Avevano proibito il tedesco, licenziato gli insegnanti e il resto degli statali, cambiato i nomi dei vivi e anche dei morti sulle lapidi, i nomi dei paesi e quelli delle montagne.
L’unica cosa che era impossibile vietare o nazionalizzare erano forse le pietanze. Si arriva giusto a trasformare Knödel in canederli, ma di certo non ai fornelli dove si continua a cucinare gli stessi piatti, pressoché uguali dal Friuli fino al Baltico, incuranti di confini, lingue e razze. Lo avevo pensato ricordando la zuppa d’orzo che Anita aveva preparato per pranzo la volta che era venuta a prendermi alla stazione, la stessa zuppa, le avevo detto, che con l’aggiunta di funghi secchi anzicché speck era un piatto tipico degli ebrei dell’est. Nel pomeriggio eravamo uscite a fare due passi e al mercato del pesce di Rialto, vicinissimo a casa sua, Anita aveva comprato mezzo chilo di sarde. “Ci metto due minuti a prepararle”, aveva detto quando eravamo rientrate già sul tardi, e aveva squarciato la pancia con l’unghia, tenendo con un unico gesto in mano spina e testa. Mi domandavo se tutte le sardine che doveva aver consumato per riuscirci, le avrà comprate perché costavano poco o perché le piacevano molto o pure perché, come sembrava guardandola trafficare fra il bidone e il lavello della sua cucina grande, davanti alla finestra oblunga da cui entrava una luce acquatica, le piaceva pure metterci le mani, cosa che in genere aborrisce chiunque non sia nato e anche cresciuto in un posto di mare. In ogni caso era stato durante quel giro per Venezia che Anita mi aveva detto della sua partenza imminente per Berlino perché suo marito si era ammalato.
“Tuo marito?”
Anni fa abitava a Berlino Est dove si era sposata con un attore e non avevano divorziato anche se non stavano più insieme. Comunque gli voleva bene, a suo marito, che già si trovava in ogni sorta di difficoltà dopo la riunificazione e adesso gli era pure venuto un cancro.
Anche parlando della sua stessa malattia, Anita diceva cancro. Dopo l’intervento che aveva comportato la creazione di un ano artificiale, si era rifiutata di sottoporsi a un altro: niente più operazioni, niente chemioterapia. Al telefono raccontava di un medico tibetano di Zurigo che curava il cancro con delle palline di erbe himalayane, la più rigida dieta macrobiotica, passeggiate, esercizi di meditazione. Per questo, diceva, sono contenta di essere tornata a Bolzano. Questa nuova vita sedentaria e sana la faceva stare bene, per coronarla si era anche presa un gatto. Potevo finalmente reagire a tutte quelle notizie che non ammettevano commento chiedendo “e il gatto come si chiama?” Si chiamava Tina: come la prima persona che da bambina mi aveva insegnato a cucinare.
Nel progetto del romanzo che aveva presentato al ministero, il protagonista è un uomo scampato a una valanga che ha sepolto un intero paese del Annapurna perché quel giorno era andato a Kathmandu a procurare una medicina per la sorella di una conoscente. Torna in Sudtirolo con la consapevolezza di essere un sopravvissuto, matura un senso di concatenazione degli eventi all’apparenza più casuali che lo rende quasi felice e si mette sulle tracce della donna per la quale ha procurato la medicina per lui salvifica. Gli tocca di inseguirla per il resto del romanzo perché lei stessa è alla ricerca di una preghiera dei defunti per suo marito: “questo, l’attore ebreo venuto dalla DDR per ricominciare una nuova vita, é morto di cancro o forse anche perché non sapeva salvarsi”.
Quante coincidenze posso mettere insieme solo adesso, con l’aiuto del libro commemorativo. Anita si era laureata in slavistica, Anita aveva studiato a Praga, Anita aveva sposato un uomo morto di cancro prima di lei: Kurt Goldstein. Sembra una di quelle storielle ebraiche che, per parodia di se stesse, sono ambientate in Cina per tirar fuori comunque un Moshkovitz o un Cohn, ma non ci sono dubbi, basta guardare le foto del matrimonio. Berlino-Est, il 2. Novembre 1979, gli sposi davanti alla scrivania municipale, vestiti all’incontrario. Anita in pantaloni e giacca nera e boa di piume di struzzo al collo, Kurt con baffi neri cascanti e un completo bianco alla Nehru o alla John Lennon. Da un lato, scuri e seri, i genitori Pichler, dall’altro, scuri, solenni e nasuti, i genitori Goldstein e dietro un misto indistinguibile di amici e di parenti, visto che di biondi in mezzo ne compare uno solo. Quante coincidenze, tante da sembrare una presa in giro, ma Anita che in treno per Francoforte mi istruiva sulla discriminazione dei sudtirolesi durante il Ventennio, aveva scelto di non dirmi mai che suo marito fosse ebreo. Pensassi pure all’Alto Adige come a un posto diviso fra nazisti tedeschi e fascisti italiani, lei non mi avrebbe offerto i natali di un morituro per chiamarsi fuori.
Da Francoforte ci portarono a una specie di vacanza premio per gli autori giovani della nostra comune casa editrice in mezzo alla foresta. Durante il viaggio in macchina alcuni di questi dichiararono di non amare la foresta, troppo tedesca, e si misero a decantare le loro patrie elettive, Cornovaglia, Scandinavia, Francia del Sud. Quasi all’unisono, Anita e io protestammo: inutile ingannarsi di poter eleggere una “Heimat”, ti tieni quella che hai, se ce l’hai, ti piaccia o meno. Anita aveva vissuto a Trieste, Venezia, Praga, Venezia, Berlino, Venezia, Biel/Bienne, Venezia, Vienna, Villgraten. Sarebbe rimasta a Venezia, avrebbe preferito abitare in Italia, se non avesse temuto di perdere l’unica lingua in cui riusciva a scrivere, quella che invece io, sradicata per nascita ma sedentaria, ho tradito.
Le cose in cui credi, ho l’impressione, sono come i parenti o la “Heimat”: non le puoi scegliere. Posso ribadire che le coincidenze fra i miei percorsi e quelli di Anita Pichler sono casualità prive di significato, ma resto ugualmente impigliata nella loro rete. Non so se sia così perché Anita è morta o semplicemente perché la morte esiste. Però la storia della donna che cerca la preghiera per il marito morto forse perché non sapeva salvarsi, mi scatena un senso di rifiuto e di altrettanta pena. Non so quanto profondamente ci credesse, Anita, alle sue medicine tibetane, alla facoltà di vincere il cancro con la forza interiore, una forza che non sarà stata quella della volontà, ma temo somigli alla fede nella salvezza che devi guadagnarti. Non so neanche se sia stata questo a sconcertarmi, o il non essere riuscita a dirle che per me avrebbe dovuto farsi operare, sottoporsi a chemio e radio, e non sapere neanche se era per rispetto delle sue scelte sulla propria vita e morte, o per l’incapacità di credere, arrivati a questo punto, che la violenza invasiva della medicina tradizionale l’avrebbe salvata. Chi me lo diceva che era meglio delle palline di erbe dell’Himalaya?
Me l’aveva fatto capire l’amica sempre reperibile di Bolzano che se ci tenevo a salutare Anita, era meglio sbrigarsi. Ai turni da lei organizzati per assisterla non poteva più assegnarmi:gli amici e parenti ora dovevano almeno saperle cambiare la flebo. Da due mesi non mangiava più. Poi aveva avuto un raffreddore degenerato in bronchite, e non si sapeva neanche come l’avesse superata. “Non sappiamo se arriva all’anno nuovo”, aveva dichiarato, “neanche a Natale”. Avevo sentito Anita stessa, con un filo di voce aveva detto:”in questo momento sto poco bene, ma fatti viva ancora, ci risentiamo.”
Sono partita dritta dal rinfresco, con degli amici arrivati in macchina da Milano. C’era il sole, a Trento, la piazza era ancora quasi vuota e in municipio la cerimonia si era svolta sotto un magnifico soffitto a cassettoni affrescato. Ero contenta di farmi scortare da queste persone care, così gentili da dichiarare che, anzi, facevano volentieri un giro per Bolzano. Ci siamo salutati sull’angolo della piazza coperta dalle casette del mercatino di Natale, dandoci appuntamento dopo un ora, in un bar dall’altro lato.
La casa era una casa da dopoguerra germanico, dall’aria più solida di quelle italiane, ma con i soffitti più bassi, niente imposte, sentore di detersivo per le scale di linoleum. Alla fine del corridoio si arrivava in un soggiorno doppio dove c’erano delle librerie di legno grezzo, forse Ikea, forse le stesse che Anita aveva avuto a Venezia, e qualche foto alle pareti imbiancate di fresco. Comunque esalavano odore di nuovo, c’era aria di casa appena inaugurata e molta luce, una bellissima luce di montagna, calda non solo per tonalità. Nella parte più spoglia della stanza nuotava Anita con il suo letto da ospedale e la sua flebo, circondata e avvolta di bianco illuminato dal sole di montagna, la gatta bianca a macchie brune arrotolata in grembo sul lenzuolo. Erano i capelli crespi grigi che non le avevo mai visto, il dente che le mancava davanti in basso, la magrezza, magrezza esorcizzata in vano ridiscendendo le scale con la parola concentrazionaria “Muselmann”,- potente perché misteriosa: non so perché chiamassero musulmani i detenuti del lager all’ultimo stadio. Sembrava vecchia, Anita, ma invecchiava ancora di più quando parlava, perché‚ quando parlava, si spalancava quella voragine in bocca e la pelle intorno, delle guance ma anche vicino agli occhi, essendo pelle e basta, si solcava di rughe, e vederla parlare mi spaventava. Più tardi mi sconcertava che quella bocca da vecchia decrepita come in giro per le strade non se ne incontrano più, lasciasse uscire la voce di sempre, così sottile da non essere altro che una voce di bambina. E anche gli occhi, in mezzo alla raggiera di rughe, erano uguali a prima, curiosi e mobili, salvo una lucentezza troppo diffusa e troppo dolce per sembrare dovuta a un residuo di febbre o a altre conseguenze della malattia. Le era venuto uno sguardo infantile. Forse per questo, spaventosa come era, non pareva soffrire: anche se qualche volta tossiva, tossiva compostamente nascondendo la bocca con la mano. Ma no, stava già meglio, oggi, davvero una magnifica giornata anche se fuori doveva essersi scatenata la ressa del mercatino di Natale che per fortuna lei questa volta si evitava.
Sì, fuori era una domenica d’Avvento aperta agli acquisti, ma dal letto ai cui piedi mi ero seduta vedevamo solo il cielo terso e le montagne leggermente bianche in cima, e cominciavo a stare bene con la gatta giusto in mezzo fra me e Anita perché bastava dire ” allora questa è la Tina” o chiederle se le faceva piacere avere di nuovo vicine le montagne. Ma all’improvviso la gatta salta giù e corre via, richiamata da qualche rumore lieve. Anita muove le mani rimaste vuote e dice accennando a una risata, hai visto come fila, quella scema crede che ci sia qualcosa da mangiare. Non c’è niente da mangiare, non fino a quando l’amico di turno non aprirà la scatoletta con la pappa della sera, perché la padrona non può farlo, però vorrebbe mangiare, le si accende negli occhi uno sguardo rapace. Se fosse arrivata qualche anno fa, non posso fare a meno di pensare, la gatta Tina avrebbe potuto sbafare a crepapelle lische e teste di sarde. Adesso Anita può solo nutrirsi degli ultimi omaggi di chi è venuto da Austria, Svizzera, Germania e resto di Italia per trovarla, cercando di farci capire con pietosa ironia che preferirebbe evitare la buona morte che le viene preparata. Non si può toccarla per salutarla, di un bacio neanche a parlarne, nemmeno fare un carezza vicaria alla gatta che non è tornata. Stringo la mano all’amico di turno che mi da il cambio, mi rimane più di mezz’ora prima di tornare a Trento, la ammazzo entrando a fare acquisti natalizi in un negozio di articoli da regalo gremitissimo, dove non so se rivolgermi alle commesse in tedesco o in italiano.
Anita é rimasta viva a Natale e a Capodanno, a febbraio è andata in coma, ne è uscita, forse a marzo mi ha detto al telefono che aveva ripreso a mangiare, ieri ha mangiato una mela.
“Una mela?”
“Beh, frullata, ma intera.”
Non so se credere o non credere al senso delle coincidenze, ma credo nel senso del tortino di sarde e patate che rifaccio in ricordo di Anita, e anche al fatto che, come seppi da chi mi ha avvisato, avesse avuto una buona morte, intorno a Pasqua. Un mese dopo aver mangiato una mela.

meraviglioso.
grazie a helena e a effeffe che l’ha pubblicato.
è *meraviglioso*.
sotto e sopra e intorno, l’affetto, prima e dopo, quel che resta,V.
(….)
formidabile profondo bellissimo
c.
“SUD” è senza dubbio una rivista di qualità, pubblicando articoli come questo –