Poeti-guitti, poeti-fosfeni

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Franco Cordelli, Il poeta postumo, Le Lettere, 2008, pag.265, euro 28,00.

Chi avrebbe potuto concepire un explicit più folgorante? Quale allegoria più potente e abbacinante di quello sfascio di tubi Innocenti e di assi di legno che, nella sua distruzione, racchiudeva la fine di un’epoca, di un movimento, del ‘sogno di una cosa’? Ma forse persino di una generazione, se si riflette su come poi sono andate le cose. Il crollo del palco a Castelporziano, sulla spiaggia di Ostia, a pochi minuti dalla chiusura ufficiale del Festival Internazionale di Poesia, sembrò davvero la materializzazione della metafora perfetta. Sulle assi sconnesse di quel palco periclitante e nella spiaggia adiacente, per tre giorni -convulsi, folli, deliranti, irripetibili-, nel giugno 1979 star internazionali della letteratura e perfetti sconosciuti s’erano alternati al microfono, dando vita ad una nonstop memorabile di parole e deliri. Un happening di autentica PopCulture fragoroso e caotico, costellato da tanti frames indimenticabili: lo striptease di Dario Bellezza, la Maraini cacciata dal palco, la ragazza che in preda all’Lsd vaneggia e non molla il microfono, il set jazz-blues-rap di Amir Baraka( LeRoy Jones), gli Indiani metropolitani che occupano il palco al grido liberatorio:‘Volete er minestrone o la poesia?’, Ginsberg che seda una rissa gigantesca intonando un Ohm che acquieta anche i più facinorosi, Evtuschenko che già pontifica da vate, Nanda Pivano e Margherita Hack ingoiate dall’orda fricchettona. I coraggiosi inventori e demiurghi di questo evento erano i dioscuri dell’off romano, ovverosia Simone Carella e Franco Cordelli. È quest’ultimo che scriverà poi su questa ‘Woodstock per poeti’ un mèmoire struggente e disperato: “Proprietà perduta” (Guanda,1983), che varrebbe la pena ristampare. Ma Castelporziano, in fondo, era solo l’atto finale di una epopea, iniziata due anni prima al mitico Beat 72, il teatrino romano off per antonomasia. Lì 12 poeti, ‘laureati’ e non, avevano infatti messo in scena le prove generali di ciò che, a Castelporziano, sarebbe, in un certo senso, collassato. La storia di questa parte prima è tutta contenuta in questo “Il poeta postumo”, con annesso corollario di ‘manie pettegolezzi rancori’ ( così recita il sottotitolo), ripubblicato nella prestigiosa collana Fuori Formato de Le Lettere. È la riedizione di un’opera uscita per Lerici nel 1978, un’ importante testimonianza-reportage che sa definire lo spirito del tempo cento volte meglio di tanti specialistici e sussiegosi saggi accademici. Un testo scritto praticamente in presa diretta, “ a una velocità vertiginosa, quasi una scrittura automatica” come ricorda “il cosiddetto autore” ( così Cordelli si autodefinisce). I dioscuri Carella e Cordelli avevano pensato a questo ciclo di dodici ‘letture poetiche’ ( ma leggi meglio: reading, performance, happening, body art, teatro in progress, dadaismo allo stato puro, serate futuriste, kermesse,…) a scansione settimanale, nella Roma della primavera 1977. Una metropoli scossa da scontri al calor bianco fra studenti e polizia che si ripetevano, con cronometrica precisione, alla fine delle manifestazioni del sabato. In questo libro, come in altri della collana diretta da Cortellessa per Le Lettere, il cotè visivo gioca un ruolo di grande rilievo, non meramente succedaneo alla scrittura, capace di registrare con maggiore efficacia l’aura mesmerico-dionisiaca di quelle serate. La grana violenta e grezza di quelle istantanee, la loro rudezza da inchiesta sul campo, restituisce la potente dissonanza di quelle serate, giocate sulla contaminatio fra media diversi quali teatro, musica, danza, architettura. La cronaca febbrile, quasi artaudiana di Cordelli, poi, ci restituisce intatta la grana di un tempo che pare abissalmente lontano dal nostro, soprattutto se si analizza la modalità di fruizione dell’evento artistico. Oggi il pubblico pare catafratto in una condizione passiva che trova il massimo della sua partecipazione nell’applauso scontato e prevedibile, che scatta sempre con rituale meccanicità. Trent’anni fa invece la poesia, dovendo praticamente reinventarsi uno status ed un pubblico, accoglieva positivamente la choccante influenza di una scena artistica vivissima, dominata dalle sacerdotesse della body art ( in primis, Marina Abramovic e Gina Pane), dalla violenta rottura dei canoni del teatro tradizionale proposta dal Living e/o da Carmelo (Bene) e Leo( De Berardinis) . A quel tempo, l’artista ( nel caso delle serate al Beat’72 il poeta),come officiando una specie di rito sacrificale, si offriva a quella variabile indipendente, a quella specie di ‘perverso polimorfo’ che interagiva ( ma leggi meglio: cannibalizzava) sempre e comunque con l’artista. Scrive giustamente Cortellessa quando paragona quelle serate allo sparagmos d’orfica memoria. Le cronache cordelliane su quelle serate al Beat’72 ci dicono che i vari Bellezza, Manacorda, Zeichen, Conte,Cucchi, Pecora, Orengo, Paris, Coviello, Bettarini, non facevano altro che realizzare, in fondo, l’incubo che viene profetizzato nell’albatro baudelairiano: il poeta che nella società di massa si consegna alla mercé dei propri aguzzini, stanco della mastodontica inanità delle “sue ali da gigante”. Eppure quei poeti guitti, quei poeti-fosfeni che nella foto del libro paiono abbagliati da una luce violenta, quei poeti-sagoma che, nipotini di Artaud eJarry, compivano happening sorprendenti, indicavano, confusamente, caoticamente, un qualche differente orizzonte di senso. La stessa atmosfera di delirio organizzato che contagia anche la prosa di questo “ Il poeta postumo” che frulla insieme le riflessioni di Cordelli sulle serate con inserti da libri e giornali: i corsivi di Beniamino Placido e il Cabrera Infante di “Tre tristi tigri”, il Lowry di “Caustico lunare” e Bifo sull’Espresso:un collage-caleidoscopio in cui lo scrittore postumo sa connettere frammenti e frantumi che, paradossalmente proprio in virtù della loro delirante irrelatezza, della loro visionaria entropia, riescono a darci una foto abbastanza realistica di quel tempo vanitoso e crudele.

Un pensiero su “Poeti-guitti, poeti-fosfeni

  1. Marco Guzzi

    Ricordo quella serata a Castelporziano come una cosa drammaticamente noiosa, un vero flop, un fallimento, che solo lo stato comatoso attuale della cultura occidentale, può ricordare con qualche fremito…

    Non avvenne nulla, se non una grande caciara, in cui la parola poetica, d’altronde rarissima, fu sepolta da grida e lancio di bottiglie.

    Una pena.
    Un avvilimento, un’estrema sconfitta, e anche una vergogna.

    La vera parola poetica, rarissima, già da tempo viveva ai margini del mondo, inascoltata, libera, e felice.

    Marco Guzzi

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