Una poesia di Lara Lucaccioni

corrono e corrono non si fermano
e s’inabissano in strade controtempo
solo veloceveloceveloce
è la scommessa del sabato sera
e chi non schizza si perde la smania
del “mitico” del giusto del da farsi
fissare i vent’anni non invecchiare
e il ricordo sia morto, non ci tocchi
evapori in asfalto, si condensi
liquido seme che non serve
che brucia e resta cenere che svena

e il corpo che non cambia
si maschera da sosia di se stesso
per gli anni che verranno e ancora oltre
fisso nel fotofinish dello specchio
caricatori a salve
e chiacchiere da bar
e le ronde e l’ipnosi e il festivàl
la canzonetta che tutto fa passà
tira a campà che oggi siamo qua
oggi per poco domani chissà
tanto per tanto c’è l’immunità
le barzellette e il non detto
il nonsense e il kapò
i desaparecidos
le corna o la bandana
la carne che va in onda
l’Italia da vergogna

29 pensieri su “Una poesia di Lara Lucaccioni

  1. MeretrixBaldraque

    Si coglie un forzato tentativo d’originalità che finisce col naufragare nel suo stesso intento, confluendo in un paludoso pout pourri.
    La seconda parte forzatamente cadenzata dal ritornare di accenti sull’ultima sillaba di ogni verso, disturba la lettura e ne offusca il senso.

    Apprezzabile il contenuto del messaggio che fissa in frenetiche frequenze fotografiche l’attuale degrado sociale e politico.

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  2. francesco accattoli

    Altro che naufragio, per fortuna esiste l’ironia.
    Forse alla commentatrice che mi ha preceduto non è venuto in mente che il ritmo è così voluto?
    Mah…
    Leggendo ultimamente qualcosina di Zanzotto e di Sanguinetti, dico: per fortuna che c’è ancora una poesia, come questa di Lara, che parla di ciò che esiste, e non solo di poesia, di intellettualismi, di tane da disadattati.

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  3. Valerio Marconi

    “tira a campà che oggi siamo qua” non so perchè ma questo verso ha un che che non mi convince: credo che la seconda parte del verso stoni con la prima… ma può essere solo una mera impressione. Ho avuto modo di sentirla leggere al reading futurista e l’ho apprezzata molto. ORIGINALE sia nella forma che nel contenuto, questa poesia riassume una critica sociopolitica ad elementi futuristi, che non stonano affatto coll’insieme. E’ davvero una bella poesia, sia fuori che dentro il contesto del reading. Sembra quasi che la prima commentatrice voglia ignorare le condizioni della nostra povera italia… ancora e sempre “non più donna di provincie, ma bordello”, come già la compianse Dante nel ‘300.

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  4. lucy

    può darsi che mi sbagli, ma in alcuni versi si nascondono frasi fatte (l’orrendo “mitico”, che non avrei virgolettato perché ammicca di suo) o versi di canzonette, rovesciati.
    ritmo e contenuto mi paiono armonizzati dall’ironia. “è il mio corpo che cambia!” cantava coso, come si chiama.
    “la canzonetta che tutto fa passà” riecheggia jannacci “quelli che…una bella dormita passa tutto…anche il cancro, ohhh yeah!”.
    “le corna o la bandana
    la carne che va in onda”
    sono paronomasie, calembours, allitterazioni: due bei settenari.
    lara lucaccioni: non ti conosco, ma sei forte, da’ retta. e non te la tiri pe gnènte a fa’ l’origginale, nun ce bada’. a.l.b. nun se sbaja.

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  5. Giuseppe D'Emilio

    Già: l’obbligo di divertirsi, possibilmente a pagamento, a quarant’anni con le stesse modalità dei venti, e di farlo per forza sabato (lunedì, a scuola o al lavoro, c’è l’obbligo di produrre…).

    Mitico!

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  6. Antonio

    Godibile nel suo complesso, ritmata a sbalzi solleticanti. Colpi di sole e di depressione.Misto di tragedia e avanspettacolo.

    Si coglie la ricerca troppo voluta di parole da usare.
    Poesia è soprattutto mente che vomita senza stimoli neuronici.

    Ma mi piace.

    Un abbraccio

    Antonio

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  7. lucy

    “Poesia è soprattutto mente che vomita senza stimoli neuronici”: si può obiettare che questo è un mito nefasto inventato da quei buontemponi dei poeti romantici, che neanche novalis vomitava gli inni. oppure sì, ma poi, da buon ruminante, ci ruminava sopra. la poesia è ispirazione, è un sentire diverso che non a tutti è dato di possedere. ma poi la ricerca di “quella” parola e non un’altra è ancora poesia e nulla le toglie. poesia vuol dire “fare”. troppa libertà produce effettivamente tanto vomito. e molti applaudono financo i rigurgiti.

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  8. alex cartoni

    Ho avuto il privilegio di leggere Futurismo (credo sia questo il titolo)in anteprima (nel laboratorio in progress di Lara) e confesso che mi era piaciuta molto. Noterei che tra i commenti si ripropone la vecchia questione che pose il gruppo ’63 a suo tempo e cioè se “la mimesi del caos” sia anch’essa poesia o meno. Penso che sottolineare cio’ che è coi ritmi dell’attualità, coi modi violenti e sarcastci dello spirito dei tempi non sia affatto un puro gioco intellettuale. Ma aiuti a riflettere. Si tratta di ritmo dissonante e non conciliato, con aggiunte di elenchi che tendono a saturare il testo e farlo esplodere…Questo però non impedisce all’autrice di tenere ben salda la mano della regia, quando scrive: “il corpo che non cambia si maschera da sosia di se stesso” oppure “e il ricordo sia morto non ci tocchi” ebbene qui i versi assumono una densità filosofica e riflessiva potenti. Una poesia per pensare.

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  9. Stefano

    Prenditi un periodo di pausa, non c’è bisogno di un continuum cadenzato, nessuno ti obbliga. Corri il rischio di scadere in un automanierismo conclamato, una vita all’ombra dei propri alberi dentro un giardino.

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  10. Marco Di Pasquale

    La parte migliore di questa ode allo sdegno viene dopo l’immunità (che ci significa anche l’intangibilità delle nostre menti di fronte al meretricio virale e abituale delle cose che ogni giorno viscidamente cercano di intossicarci):

    “le barzellette e il non detto
    il nonsense e il kapò
    i desaparecidos
    le corna o la bandana
    la carne che va in onda
    l’Italia da vergogna”

    Prima forse Lara eccede nella cantabilità un pò compiaciuta, che quando uno è bravo è sempre in agguato. Resta comunque l’inconsueto valore politico che questi versi acquistano e restituiscono ruggendo.
    Adelante, asì.

    mdp

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  11. Alessandro

    Trovo particolarmente toccanti questi quattro versi

    e il ricordo sia morto, non ci tocchi
    evapori in asfalto, si condensi
    liquido seme che non serve
    che brucia e resta cenere che svena

    mi sembrano una panoramica molto efficace e suggestiva sulla realtà descritta.

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  12. Francesco Leone

    TRA IL PALUDATO E IL BANALE (FORSE PER IRONIZZARE SULLO STESSO FAR POESIA)L’AUTRICE SPAZIA DA SEGMENTI FUTURISTICI A SEQUENZE DA CANZONETTA.
    IL CONTENUTO E’ DI FORTE IMPATTO EMOTIVO E STIGMATIZZA IL DISUMANO-UMANO DI UN’ITALIA “DA VERGOGNA”, DI CUI SOLO QUALCUNO SI VERGOGNA.

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  13. francesco accattoli

    Cari lettori&scrittori,

    a me par cosa giusta non vivisezionare il testo di Lara dal punto di vista eccessivamente tecnico, sulla musicalità o meno, sulla cadenza cadenzata!

    Ribadisco quanto scritto al n°2: questo è un testo a cui bisogna rivolgersi per i contenuti e per la spudoratezza della cadenza.

    Il resto è chiacchiera sull’ovvio. O no?

    Brava Lara!

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  14. Riccardo Gabrielli

    Non sono un poetologo e non giudico. Mi piace ciò che mi fa riflettere, questa poesia mi ha fatto riflettere sia per la sua forma che per il contenuto. Mi piace!

    Complimenti Lara continua così!

    Ricky

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  15. Lara Lucaccioni

    Mi sembra tempo per fare qualche osservazione.
    Sono stata lontana dal pc nella giornata di ieri e voglio ringraziare Anna dell’entusiasmo con cui accoglie sempre i miei scritti, permettendo la loro visibilità e un confronto costruttivo su di essi, e ovviamente tutti quelli che sono passati di qua per leggere e magari anche commentare.
    Questa poesia è assai diversa da quelli che sono i miei modi (ho scritto per lungo tempo sonetti in endecasillabi e ancora continuo), ma questo è un periodo di forte ricerca e sperimentazione e quindi Futurismi (questo era il titolo originale, che poi ho eliminato in corsa) nasce da un’occasione vera e propria, una lettura per il centenario del Futurismo.
    La poesia, che all’inizio negava totalmente una metrica (riammessa poi con le varie revisioni), si è trasformata nel suo farsi ed è un po’ tutto quello che è stato detto, anche se considero il suo nucleo filosofico, come dice Alessandro Cartoni, la parte più importante, i versi chiave che reggono tutto. L’elenco finale vuole appunto creare un corto-circuito intorno al fatto che abbiamo perso il ricordo e la memoria, vivendo in un presente sempre più veloce e fagocitante, e che siamo costretti ad essere sempre identici al nostro migliore sé, conservandolo immutato il più possibile nella giovinezza (e qui il nostro premier ci istruisce a dovere).
    Trovo molto interessante, comunque, tutta la discussione che ne è nata, non pensavo davvero di scatenare questa polemica sulla cadenza, o forse sì?

    Un carissimo saluto a tutti, di cuore.

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  16. rosario

    Ne ho letto di piu belle delle tue. Ho notato uno stile non tuo, anche in certi temi. Ti sento giudicare per la prima volta rivolgendo la tua arte a gente che merita solo indifferenza, non giochi con le parole e tra i versi. Sorprendi poco anche se la poesia è bella e tocca un tema forte. Auguri Rosario

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  17. Lara Lucaccioni

    Caro Rosario, ribadisco che questo è un esperimento e va benissimo così. E’ giusto confrontarsi con tutti, se hanno voglia di passare di qua e leggere.
    Ed è anche giusto allontanarsi dal proprio stile, quello che ci fa stare comodi, ad un certo punto, e tentare vie nuove, per poi tornare con maggiore consapevolezza a quella che è la nostra via più congeniale.
    Un caro saluto

    Lara

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  18. renatamorresi

    è molto complicato scrivere una poesia di ‘denuncia’: strano, considerato che in italia non mancano gli spunti – ma scrivere una poesia civile sembra richiedere in qualche modo un eccesso di presenza di chi scrive, forse perché il giudizio presuppone un io giudicante che ne conosca la misura (ed è questo a rendere la poesia civile spesso puramente retorica: l’io che scrive ne sa troppo, insomma). da qui la difficoltà, io credo, di indicare, di “ostendere”, di d/enunciare: mentre mostriamo ‘la cosa’ essa scivola via, ci sfugge, e l’elenco stesso sembra rimandare più lontano ciò che volevamo svelare… questa poesia mi sembra felice in questa intuizione di mimare il disfacimento umano di chi è impegnato solo a ripetere se stesso, ad accumulare eterni presenti che subito “evaporano” (ma “in asfalto”, quindi ci spianano). la seconda parte (culminante nella lista di cazzate presidenziali che potrebbe allungarsi come ripetendo all’infinito lo stesso spot) è più chiusa, come faceva notare qualcuno qui sopra, e quindi più esposta ai pericoli di retorica di cui dicevo poc’anzi, ma sono molto felice che un’autrice così attenta alle vibrazioni formali esca dalla poesia più corporea e viscerale e si cimenti anche su un tema simile (come, d’altra parte, magistralmente fa anna, l’autrice del post).

    un saluto caro,
    r

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  19. lambertibocconi

    Ma grazie, Renata!
    Davvero ricca e interessante la discussione. Anch’io, come qualcuno ha già detto, nella seconda parte della poesia vedo un doppio livello, sia di denuncia sia di mimesi, e per questo mi piace e la trovo forte. Che poi c’è anche nella prima, solo che è meno evidente, perché lì (nella prima) il registro è più lirico, mentre qui (nella seconda) poi si impone all’orecchio la cantabilità della rima tamarra e si nota di più la corrispondenza fra lingua e contenuto, che a mio parere è un elemento imprescindibile della Vera Poesia.*
    La trama unitaria del tutto, il disegno sottile del testo mi pare essere il tema dell’infecondità suicida del parossismo vuoto, tanto nei giovinastri del sabato sera, quanto – disperantemente – in tutto ciò che ci propinano, nello spot infinito di cui diceva Renata, nel personaggio di Papi e in tutto il troiaio di contorno.

    * (il riferimento è a una discussione in atto in questi giorni su Nazione Indiana a proposito di una “poesia” non molto bella di Franco Armino. Personalmente la distinzione tra poesia e non-poesia, o fra poesia “bella” e “brutta”, non la trovo campata in aria; là invece si difende il concetto di poesia come vomito (sic), espettorazione viscerale, roba grezza non rifinita, alla come-viene-viene).

    Rispondi
  20. lucy

    alb: ho provato a dire la mia, ma sembrano non capire, ignorano: a meno che non si dicano cose difficili, dove non c’è niente di difficile da capire, o a meno non si tessano lodi sperticate, comunque.
    la poesia è lavoro lavoro lavoro, durissimo, ingrato. anche per quella che pare “umorale”.
    (dixi egomet ipsa).

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  21. paolarenzetti

    Forse la difesa della poesia alla “come viene viene”, serve a salvarsi da quella in cui prevale il mestiere o l’intellettualismo-criptico.
    Quando si dice poesia quella legata o declinata accanto a un nome “affermato” (si fa per dire, poeti-povericristi).
    Quando si dice poesia quella che vuole obbedire o disobbedire per forza a certe regole di maniera.
    Non va bene neanche la poesia alla come viene: facile cadere nel banale.
    Può succedere anche nell’affannosa ricerca di contenuti civili e politici: prendo un’immagine abusata (come una certa “bandana”) e allora lo scivolone è facilissimo.
    Ma se una donna parla di queste cose è comunque coraggiosa, perchè si espone facilmente a critiche, invade un territorio di cui non le viene riconosciuta appartenenza piena e nel quale lei stessa “si sente” estranea.
    C’è la spinta dell’ispirazione iniziale, ma poi è difficile mantenere ritmo e altezza.
    Per una donna non è facile “mantenersi” in poesia, come non è facile tenere il timone di una nave.

    Rispondi
  22. lucy

    anche la strada della critica letteraria è irta di ostacoli maschili…a prescindere. magari sparano scemenze, fanno l’inchino e la piroetta, oppure lo sgambetto, ma so’ omini ed è tutto permesso. tanti parlano a bocca piena e non sanno un ette di quello che dicono, ma so’ omini e lo ponno fa’. così per il coté creativo: una cacatina, un ruttino, due goccine di sudore stantìo e oh! e ah!
    (palus putredinis) con l’avallo che la cura formale, il mestiere tolgono smalto all’ispirazione. ma dài!
    di emissioni umorali in poesia riconosco solo “sangue sudore e lacrime”. gli sfoghi, come quelli di pelle, van bene giusto da ragazzi.

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  23. paolarenzetti

    Vero è però che la creazione poetica, nella sua origine, è molto vicina al mondo delle emozioni e delle passioni: (di sicuro qualcuno l’ha già detto!) quello dell’istinto, per dirla in breve. sono forze grandi che non vanno ignorate, ma ascoltate fino in fondo, altrimenti la poesia viene privata della sua stessa motivazione, che è quello che più ci attrae nel testo poetico.
    Che poi sia necessario il vaglio della “tecnica”, va bene. Ma anche la tecnica si riduce per chi è veramente “capace”, in poche scelte accurate ed essenziali.
    Ho presente una prima stesura della poesia “A Silvia”, in cui le correzioni erano ridotte al minimo (togliere o modificare una o due parole).
    Anch’io preferisco il rischio della bruttezza, piuttosto che quello del lezioso, dell’allontanamento dalla verità di una persona, anche se poeta.
    Per una donna non è facile nulla, perchè le forche caudine da oltrepassare sono tante (comprese quelle che lei stessa si erige).
    Un po’ di fretta…Buon giorno!

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  24. lucy

    il labor limae non l’hanno inventato i moderni: ne fa un uso addirittura metapoetico un certo catullo. e credo che questo dolcissimo – asperrimo talora – mio conterraneo sia tutt’altro che lezioso. scrive un carmen che solo gli sciocchi possono definire una “copia” di un frammento di saffo: quello che comincia con “ille mi par esse deo videtur…”, il canto di una gelosia – vera – devastante. per emulare la grande poetessa ha usato la tecnica: eppure ne esce un gioiello. la tecnica da sola è immiserente: chi parla di pura tecnica come valore? ma lo sfogo di pelle e budella non è altrettanto autorizzato a chiamarsi poesia. spesso si tratta di foruncoli e quanto alle budella…

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