
al cane Neruda
– voglio fare con te
ciò che la primavera fa con il ciliegio –
Pablo Neruda
Chi suona le campane?
Non è lo spirito del racconto, ma Giorgio che mi ha procurato l’enorme chiave dell’antica chiesa di Sostila, dedicata alla Madonna della Neve. Suonano le campane nell’aria primaverile su questo paese abbandonato da oramai mezzo secolo e il loro grave suono non chiama più nessuno nel freddo grembo dell’improbabile Dio. Con meravigliosa indifferenza il tempo ha divorato parole, amori, peccati, desideri e fatiche di ieri. Rimaste sono soltanto le grezze case di pietra, contenitori di uomini e di sogni.
Eccoci, siamo venuti a trovarvi, uomini e sogni, siamo venuti senza intenzioni precise o forse alla ricerca del tempo perduto che – lo sappiamo bene – non fu né meglio né peggio del tempo incerto del nostro oggi.
Svegliativi.
Vogliamo mangiare e bere insieme a voi. Siamo curiosi a sentire le vostre storie, ansiosi di udire la vostra parola, il vostro oscuro balbettare secolare. Vogliamo sapere chi eravate e cosa avete saputo della vita, se avete saputo qualche cosa.
Coraggio, non nascondeteci i vostri nomi, i vostri segreti, i vostri peccati, i vostri dolori e le vostre gioie, così come noi promettiamo di svelarvi, uno per uno, i nostri poveri pezzi di vita grandiosa, portati a Sostila da Como, Monza e da New York. Forza, ognuno si esprima come può, niente paura se una parola rimane a metà o una frase non sfocia nel suo senso compiuto. Fate cadere le vostre voci come pietre nere nel nostro oggi e spaventatevi del suono troppo acuto delle nostre voci che vi colgono all’improvviso come una brezza di vento gelido.
Silenzio.
Solo il suono delle campane e l’instancabile rumore dell’acqua.
E’ tra le fessure e nella polvere che dorme l’inconfessabile della vita. Nella cassettiera della stanza da letto dell’ultimo sacerdote di Sostila giacciono pizzi di cotone bianco, lavorati a mano – l’eterno sogno di bellezza, nato da mani femminili ruvide – sul muro un minuscolo specchio cieco e sul tavolo il vangelo ancora aperto. Furono di conforto le parole della sacra scrittura nelle lunghe notti invernali quando Sostila già da mesi era seppellita sotto una fitta coltre di neve? Hanno risposto gli evangelisti alle domande del curato, a tutte le sue domande – o furono i loro saggi versetti soltanto dei fragili ponti tra un abisso e l’altro, spazi infiniti, popolati da dubbi, eresie, sogni pericolosi di altre vite in letti meno casti, luoghi meno silenziosi?
L’eco delle parole dette e non dette e indicibili è il fitto tessuto di questa domenica di maggio, di sole e di minestra d’erbe, cotta sul fuoco aperto da Celeste e Giorgio che conoscono le piante e gli animali, che conoscono la vita generata dalla terra stessa e non dalla superbia del pensiero umano.
Il nero mestolo bucato appeso sul muro accanto ad una porta non serve più a nulla e a nulla servono quelle parole che predicano la risurrezione della carne, inventate per elevare l’uomo a quell’astrazione che è l’idea del cielo come supremo luogo di salvezza.
Qui siamo in basso, vicino alla terra e la sua incontestabile legge del fiorire e dello sfiorire. Sento, mentre taglio le erbe raccolte nei prati, la debolezza delle mie parole, l’insufficienza delle mie riflessioni, il ridicolo del mio orgoglio di essere una donna colta, quasi un’intellettuale. Invece sono le mie mani che sanno ciò che il mio pensiero non potrà mai raggiungere; è per questo motivo che ci tengo a sbucciare le patate, a tagliere le erbe e a lavare, a pranzo finito, le scodelle sotto l’acqua fredda del lavatoio. Sono e non sono quella donna chi si alza presto alla mattina per accendere il fuoco. Abita in me così come io, un tempo, abitavo in lei come il suo sogno più improbabile.
Vi abbiamo cercato, siamo venuti da lontano per dirvi che siamo gente come voi, che non siete soli, ma che in questo istante l’ombra dei vostri visi e delle vostre fatiche quotidiane cade sui nostri visi, e che, mentre compiamo i vostri gesti, siete e sarete ricordati per sempre nelle nostre membra.
Siamo allegri, anzi, felici. Mangiamo la minestra e il pane e beviamo il vino da una ciotola di legno perché ci piace così. Non è una fredda mattina d’inverno, non è buio e non dobbiamo preoccuparci di come saziare un’intera famiglia con poco cibo, non viviamo nel medioevo ma siamo gente di città in una gita domenicale, venuti a salutarvi. E, com’è buona usanza, vi abbiamo portato un regalo: la nostra inquietudine odierna, nuove domande senza risposta. Non sappiamo se voi ci vedete, se siete contenti o meno della nostra visita o se semplicemente ridete delle nostre strane scarpe e dei colori vivaci dei nostri vestiti.
Forse ridete di noi, forse no.
Nessun riguardo nei vostri confronti. Noi non vi assolviamo dai vostri peccati. Se volete proprio saperlo, il cielo non esiste e né voi né noi saremo mai salvi. Sostila non è terra innocente, ma come tutte le terre del mondo, al contempo il luogo più terribile e più meraviglioso, macchiato di margherite e di sangue. Il vostro ieri è il nostro oggi. Varia soltanto il peso della neve e la lunghezza soggettiva di ogni singola ora notturna che trascorre tra giorno e sogno, tra l’eterno tentare e arrendersi.
La vita vuole procrearsi e la vita vuole finire, scrive Gottfried Benn in Urgesicht. L’uomo vuole essere ricordato e l’uomo vuole essere dimenticato.
Tra tutte le cose e gli uomini dimenticati sei tu il più dimenticato di tutti, Giuseppe Menghi, che giaci nel cimitero di Sostila dal 1918. Solo tre anni hai vissuto, solo tre anni sei stato un soffio nel profondo respiro del mondo che si dona e si ritira come gli piace without any explanation.
Il cane Neruda non si pone domanda alcuna, anzi, è proprio la sua instancabile vitalità che spazza via tutte le mie domande. Corre senza stancarsi mai, si rotola sulla terra e sui prati, si butta giù in un pendio, riportando continuamente bastoni e grossi sassi, pronto in ogni istante a sfidare la vita che nel mese di maggio fa crescere i mughetti senza tregua.
(Foto: Maria de Piccoli)

Stefanie, questa è poesia in prosa!
Che meraviglia la vitalità del cane che corre incessantemente sulla terra che fa crescere i mughetti senza sosta, nel tempo che non conosce nè passato nè futuro.
Scrittura che fonde immagini e riflessioni, sempre sul filo di una intensa e partecipe emozione, che non si perde nel personale ma assume tratti di vera e propria compassione.
Grazie.
Un affettuoso saluto
m.