
di Lucilio Santoni
L’Italia mantiene un residuo, sempre più precario, di democrazia, di legalità, di libertà, di intelligenza, di dignità, grazie solo a un venti per cento di italiani. E diciamocelo senza falsi nascondimenti: grazie a noi venti per cento. Un noi generico ma, per noi che ne facciamo parte, ben definito e riconoscibile.
L’altro ottanta per cento è costituito da voi. E voi lo sapete molto bene chi siete voi. Servi, evasori, teledipendenti, lacché dei vip, fedeli di padre pio, clienti dei maghi, furbetti del quartierino che girano col suv, mafiosi, spacciatori, tossici, depressi, appartenenti a sette sataniche o religiose, idioti generici. E molto spesso appartenete a più di una tra queste categorie.
Ecco allora la proposta al venti per cento.
Andiamocene. Tutti. Abbandoniamo l’Italia, in massa.
Se noi ce ne andiamo, voi rimarrete a governare e a distruggere. Ma, noi ne siamo certi, distruggerete anche voi stessi. Non potendo contare su di noi e sulla nostra intelligenza, metterete in atto una guerra totale, devastante, di tutti contro tutti. Vi ucciderete. Con le armi. Con la sete di denaro che vi porterà all’angoscia mortale. Con i rifiuti tossici. E anche con quelli normali. Con gli autoscontri. Vi violenterete l’un l’altro. Vi accoltellerete per entrare nella casa del grande fratello. Vi sterminerete in una nuova inquisizione. Un misto di regole medievali e di delirio mass-mediatico vi farà implodere in un’unica cloaca risucchiante verso il centro della terra.
A quel punto, solo allora, potremo tornare. In pace. Per vivere. Lasciando un tassello aperto, come quello che si fa nei cocomeri, per vedere, da lontano, il fondo della cloaca che un tempo ci ammorbava l’esistenza.

“L’altro ottanta per cento è costituito da voi. E voi lo sapete molto bene chi siete voi”: l’articolo può essere abbastanza simpatico e provocatorio (anche se non incontra il mio gusto personale) ma contiene un errore di fondo, cioè che quell’80% non sa proprio un… come dire per non dire “cazzo”?
Percentuali da rivedere: un 20 % di giusti è eccessivo, come è eccessivo un 80 % di sbagliati.
E poi come dovremmo/dovrebbero andarsene: mica in gommone, spero!?
Un caro saluto,
Roberto
Sì, una provocazione, ma secondo me non serve a niente, ed è pure sbagliata. Fuori dall’Italia avvengono cose simili, anche se più difficili da leggere. Come giudicheresti il collasso di Wall Street? L’élite finanziaria del più ricco paese del mondo si è rivelata composta da truffatori, puttanieri, gangster. Obama è un piccolo buon segnale, ma non è un messia. E la Russia? La Cina?
L’Italia è il paese in cui la cività “così come l’abbiamo conosciuta” si sta suicidando in diretta TV, tra rotocalchi, camorra, precariato e barconi di immigrati a rimorchio di corvette della marina.
Siamo tutti partecipanti, il 20 e l’80%, in prima fila.
Mah, secondo me le percentuali sono inverse, un 20% (scarso)di furbetti/mafiosi/paraculi ecc. e un 80% di gente perbene, che però è soverchiata da quegli altri. E’ questa la cosa drammatica.
Però che c’entrano i fedeli di Padre Pio o i depressi con i mafiosi e gli spacciatori?
p.
Sì, appunto che c’entrano i depressi non lo capisco. il bello è che all’estero prevale l’immagine di noi di quell’ottanta per cento… mica facile andarsene, eh?
La situazione della nostra cara Italia è devastata poiché lo abbiamo permesso anche noi che, per quanto possa essere presuntuoso dirlo, apparteniamo a quel 20%. Ma la posizione elitaria per non smerdarsi troppo le scarpe, l’abbiamo mantenuta per troppo tempo ed è per questo (personalissima opinione) che l’80% restante è scivolato irrimediabilmente lungo il precipizio dell’idiozia socio-mediatico-televisivo-depressiva (perché tanto la depressione non è lo spleen tanto figo e romantico-poetico, la depressione “normale” è quella di chi non raggiunge il livello di eccelsi esempi come i reclusi del GF oppure i furbi di ogni categoria che se la cavano sempre, ed è questo che pensa la gente normale senza virgolette).
Sostazialmente d’accordo con Lucilio riguardo non la religione, bensì il potere repressivo che la gerarchia ecclesiastica, collusa con il Potere, esercita su chi pende dalle labbra di una statua che si mette all’improvviso a sanguinare o piangere o fare miracoli.
Ma perché dargliela vinta ed emigrare? Qualche anno fa, presentendo l’avvento del regime, mi ero immaginato ristoratore felice in Messico oppure coltivatore di mais azzurro alle falde di Macchu Picchu… tutto tranne che schiavo di un Paese berlusconiano! Ma, col la testardaggine che si acquisisce con la maturità, ho deciso di rimanere qui e mordere le chiappe finché i denti me lo permetteranno… E poi, a me, il gommone mi fa venire il mal di mare…
mdp
MEGLIO RESTARE
Dice Ken Kesey: “E’ facile cominciare a indicare i problemi quando i problemi sono sotto gli occhi di tutti. Chiunque sa trovare cacca di cane in un parco. Ma sai trovare un giglio che cresce da questa merda? Quello è il vero obiettivo: trovare una strada attraverso la merda di cane, farla sbocciare”.
Capisco lo sfogo, ma mi sembra un po’ compensativo, pensano così anche i girotondini, i massoni, gli appartenenti alle comunità ebraiche, e quelli che con un sotterfugio o l’altro si sono trovati un posto al sole, pensano così quelli che possono entrare al billionaire, in fondo è solo questione di cifre percentuali.
Il Profeta Amos dice che come un brandello di pelle tratto dalla gola del leone così sarà salvato il resto di israele, ma non pensavo che si riferisse a questo.
Il 20% è un sacco di gente, se non riescie a trovare un modo per avere i propri spazi, se non ha voce che in qualche mugugno, se sta seduta a cristonare contro il governo, (a proposito, sapete che la frase: piove, governo ladro! è di un figlio spirituale di Padre Pio?), se l’unica e andarsene, allora poco conta stare nell’80 o nel 20, sempre perdenti si è.
A mio parere, prima abbandoniamo la religione statistica meglio sarà per tutti, prima riportiamo l’altro ad essere uomo e fratello e non scarafaggio o zanzara molesta meglio sarà per tutti, anche per l’80 0 il 20 di sfigati consenzienti o sfigati ribelli.
la visione apocalittica, però, non è male. è una fotografia abbastanza veritiera della realtà e suggerisce una prospettiva irrealizzabile di “vendetta” passiva, per sottrazione, che a me non dispiace. in fin dei conti, pur rimanendo, abbiamo l’opportunità tutti di non sporcarci nella cloaca, di sottrarci. si spegne la tv, per esempio, non si va al massacro settimanale nei centri commerciali, si legge qualche libro in più o si inizia a leggere. si sfoglia il vocabolario a caccia di parole abusate: libertà democrazia censura progresso civiltà solidarietà, cercando di reinterpretarne il senso alla luce (o al buio?) dei fatti quotidiani. ci si parla sommessamente di sentimenti, di progetti, di speranze invece di farci sovrastare da imbonitori di ogni risma, da demagoghi e ambulanti. si resta e si ficca qualche dito nell’occhio, si morde qualche chiappa, a sangue!, si impara a dire noi e voi, con il coraggio di schierarsi, di mettersi da una qualche parte, che non può essere dalla parte di tutti. anche dalla parte del torto, come diceva quel tale.
Lucy! mi meraviglio che non lo si stia già facendo ;))
Il pericolo è il narcisismo degli epigoni, o degli eletti, che di solito porta a delusioni e frustrazione.
Noi siamo stati abituati a conferme istituzionali di quello che ci piaceva; letteratura, cinema, pensiero, oggi l’istituzione pensa solo alla propaganda e la qualità è diventata un fai-da-te, se esce un film interessante bisogna sbrigarsi a vederlo perchè sta poco nelle sale, libri ne escono moltissimi e bisogna leggere molto e discernere, ancora c’è qualche riferimento condiviso, ma la direzione è l’autarchia culturale del singolo.
Se non ci si dimostrerà capace di far rete, libera e selettiva.
Quello che contestavo all’articolo è la passività.
La rete si smaglia poiché i nodi troppo spesso s’allentano e la trama non trattiene quelli che dovrebbero i principali fruitori delle nostre parole: i lettori in primo luogo, ma soprattutto tutti coloro che faticano a tenere un libro in mano, oppure a condursi al cinema per un film impegnato, o che non sanno da dove cominciare per raccontare il loro disagio. Credo che gli intellettuali non siano troppo d’aiuto a chi ha la bussola rotta o malfunzionante. Con ciò non dico che gli uomini che eleggono gli Amici di Maria De Filippi come loro amici siano dei poveri, mansueti scemotti che vanno guidati, tenuti per mano e condotti verso il Bene supremo. Dico soltanto che non abbiamo svolto, e continuiamo a non svolgere la primaria funzione di termine di paragone critico per la società che ci ospita, facendo finta che ci basti scrivere libri, postare sui blog, scambiarci frecciate nelle deserte tavole rotonde letterarie, ecc ecc ecc.
Un pò di attivismo tra la gente forse aiuterebbe qualcuno a sbrinare gli ingranaggi del cervello e rianimare la ragione da troppo sopita. Magari si passerebbe così meno tempo ad autodistruggersi…
mdp
sottrarsi e schierarsi per sottrazione non è, infatti, passività, ma consapevolezza, scelta.
mdp: la grande sfida, perduta, stando ai poveri resti attuali, io l’ho sempre avvertita come la capacità della cultura di essere…cultura: cioè scambio, confronto, circolazione, ad un alto livello. non solo il livello culturale del paese è quello che è, ma gli intellettuali (chi siano poi costoro non è del tutto dato a sapere) non scambiano, se non fra di loro, si confrontano, spesso con invidia o piaggeria, che sono le facce della stessa medaglia, vorrebbero far circolare, possibilmente più denaro nelle loro tasche, e, alcuni, ci riescono, la più parte no. ciò in nome di una vetusta e comoda visione del sapere come “per forza” elitario. ovvero secondo una visione opposta che se il sapere, il bello, l’arte, la poesia, le scienze, attaccano a diffondersi si abbasseranno per forza. in questo gioco perverso all’automassacro hanno la meglio le miserie televisive: miserie umane e intellettuali. hanno la meglio i metrapansé dell’ultima ora. quando il gatto non c’è, i topi (de fogna) ballano. per lo sbrinamento (l’immagine mi piace!) ci vuole condivisione e umiltà, bisogna anche credere che la condivisione sia un valore, che il parlare a chi da solo non ce la fa ad aprire un libro sia un compito di un qualche valore, che ne valga la pena, che sia meglio essere in tanti a ragionare che in pochi. ma: interessa, questo, oppure fa comodo guardarsi l’ombelico o al massimo l’ombelico del tuo vicino di tavola rotonda e vomitargli addosso il tuo compiacimento per l’opera straordinaria, per il contributo eccezionale portato al problema, al tema, alla poesia (mentre pensi che ha scritto una sonora cretinata: tanto lui farà, alla bisogna, lo stesso con te?).
come non ci sono politici che meritino neanche l’ombra di quelli che costruirono l’italia, così non ci sono voci che diano voce a chi non ce l’ha. senza paternalismi, ma, accidenti: la facessero sentire la voce, invece di biascicare sussurri entre eux.
Qualcuno mi chiede come mai ho scelto di pubblicare questo pezzo; di solito, infatti, io mi occupo di poesia, di anime complesse, di questioni che si intrecciano e riverberano, e rifuggo le semplificazioni o le provocazioni. Mi sono ritrovata interessata a questo pezzo un po’ populista, un po’ suicida, forse persino un po’ “omicida”, perché è scritto da un poeta, un poeta *sensibile*, oltretutto, se ancora vale qualcosa questo aggettivo. Sentite qua:
Voi certamente ricorderete com’era triste la brezza tra gli ulivi,
in quell’ora precisa della sera.
Ma io dico che l’ho desiderata
come a volte si desidera un grumo di sangue e di speranze.
Dio che hai fatto di questo regno un giardino
fa’ che giunga al più presto la resurrezione della carne.
La mia bocca impastata di parole andrà in processione, tutti i giorni da lei
e farò in modo che le tue opere vengano in processione da me, nel mio corpo
che vuole risorgere e non importa, no, nient’altro.
Il testo di Lucilio Santoni è tratto da Corpo di Guerra (2002) ed è stato riadattato per diventare una bellissima canzone dei Dounia, in cui appare anche questo verso: “Dio del cielo che hai dato la vita anche a chi non capiva non scordarti di noi”.
Ecco, questo mi interessava, che dietro la polemica dicotomica e sprezzante ci sia questo senso di sfinimento di fronte all’ingiustizia che non riusciamo mai a colmare, questo senso di snervamento, di stanchezza, di arresa, che non riusciamo in primis *intellettualmente* (e non con un atto vitalistico) a compensare.
@lucy: micidiale come al solito, mi diverto sempre tanto a leggerti! tocchi, tra l’altro, un punto che mi sta molto a cuore: il fatto che *noi* *intellettuali* abbiamo introiettato la svalutazione dell’intelletto (come dimostra anche il mio virgolettare…)
@mdp: grazie delle tue belle parole, marco, sono d’accordo sull’attivismo, ma anche lì trovare il tempo per ascoltare e pensare, al di fuori della corsa all’ *evento*, è un privilegio.
@mario: bella questa cosa che dici sulla passività, il punto è che è difficile essere forti e attivi nella solitudine culturale (l’autarchia, come l’hai ben definita) in cui galleggiamo…
@roberto plevano: già, ma come facciamo, da qui, dai nostri piccoli loculi telematici, a gestire tutto quel sapere? e dobbiamo davvero farlo, misurarci con la planetarietà dico, ogni volta che cominciamo a parlare *politicamente*? io dico di sì, solo che abbiamo bisogno di metodi, di strumenti, di pensiero per farlo, sennò tutto diventa una pappa indistinta, e ci sfiniamo a tentare di gestire in un unico gesto critico i problemi dei monaci tibetani, le mutilazioni genitali, l’influenza suina, i crack finanziari, etc.
@roberto rossi testa: il gommone, già, mi fa pensare il gommone, cercavo proprio un’immagine del gommone per questo articolo, poi ho trovato una foto di porno-dive col seno gonfiato al vento intitolata “boat-people” e mi sono schifita, e ho pensato fino a che punto possiamo pensare alla contemporaneità senza tener conto delle boat-peoples vere, di quelli che lasciano tutto e rischiano tutto per venire qui, il posto da cui spesso ce ne vorremmo andare…
@renata: allora, eliminiamo l'”evento” perché se dobbiamo rincorrerci come il cane la coda non andiamo da nessuna parte. Lo so che per essere qualcuno a volte l’inseguimento è necessario, ed è chiaro che il confronto con chi ha i tuoi stessi cromosomi è imprescindibile, anzi fecondo; ma io a volte preferisco i miei laboratori a scuola o nelle biblioteche comunali dove posso parlare ed ascoltare, di letteratura, di poesia e di vite e problemi concreti. Se poi riuscissi a parlare di questi problemi tramite quello che scrivo, sarei davvero contento… questa sarebbe la vera “politica” della letteratura…
@lucy: secondo me, l’unico rimedio è uscire di casa e non solo parlare con chi galleggia sulla tua stessa linea, ma anche con chi non galleggia affatto.
@mario: si sa che l’autarchia, come il delitto, non paga…
Comunque, un grazie a tutti voi che partecipate al dibattito (senza retoriche, è difficile che si tirino fuori argomenti di questo genere senza che si ricada nella condanna di prammatica svuotata però del calore necessario a darle vita), e soprattutto grazie a Lucilio per questo bel pezzo tagliente della sua riflessione.
mdp
Qualche giorno fa l’edizione on line di un quotidiano messicano riportava un articolo dove un ex presidente accusava (con 20 anni di ritardo…) il suo successore alla presidenza (anch’egli oggi ex) di essersi rubato la metà dei fondi segreti di cui un presidente dispone. In fondo all’articolo c’erano i commenti dei lettori messicani. Ebbene, ogni commento faceva appello ai messicani di non votare più i politici corrotti, di ribellarsi contro il malgoverno, di avere il cervello spappolato, ecc. Tutto come qua. Per cui meglio non andar via, perché si rischierebbe di rimanere col gommone in mezzo all’oceano, non sapendo dove dirigersi.
però, anche se il luogo comune, o proverbio, “tutto il mondo è paese” mostra di avere una sua verità, sono convinta che certe miserie all’estero non siano così smaccate.
“novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e com’io mi volga, e come che io guati”.