16.
cantuccio di elemosina la sposa
guardata a vista dall’eremo
del rantolo. dove domani il refrigerio
è favola. qui nel patibolo che ruba
le elemosine il silenzio del pargolo
corrotto. accosto accosto le sfingi
delle guance queste vedette tenui
di vento e le restie comunque. ora
ti chiamo adito alla sera per fingere
di nascere. le tue macule si curvano
turbate dal branco della bara.
17.
il crollo delle dita è avvertito ovunque.
qui resta il deposito del pane
nonostante le scorrerie. ride il pagliaccio
che si conferma re. tu intanto travalichi
le gemme verso la Veronica. la furia della fanga
questo rattoppo rorido alla fronte.
dammi un perno di liberanti solitudini
un gerundio di dadi finalmente super vincenti.
le mani chiuse aprono il vuoto.
di te ho l’etnia dello stallo
questa perdente crosta di resina.
stalla del prato credere dio
dialetto criptico tic da ultimo stadio.
l’eco ripete il giallo insoluto
la pacchia di trovare chissà che.
18.
in una spalliera di rondine ho visto nascere
l’indagine del solco di starti a guardare
datario di festa stato di bambino
che attenda ai riti dietro la tenda
nel bazar della mente. qui è loquace
il rantolo della bestemmia d’angolo
il grido di mettersi a dormire
per esilio. il rito delle trombe ha
abbreviato da anni le fanciullezze
d’oceano. ora è un cadere a ciocchi
come alberi segati per morte. tu ridi
l’indice che ti porto in visione:
non è tuo il dolore. vai in giro con
una superstrada offensiva, vanesia e forte
e forte sfollagente.
le conchiglie mi servono per le collane
del bello, le buco appena e sono infilate
per il paradiso della nuca marina.
19.
in corpo alla bravura di resistere
la cisterna non varia. attore e cornucopia
non eludono il filo della lama.
tra non molto il ludo della frottola
finirà i giochi. morrai. salita su salita
già si affanna la natura della falla
per spianare il rantolo. la spia
è un tratto magro in comunione
tragica. su, non piangere, le libertà
non possono l’asilo di nessun ritornello.
20.
essere in vita è un criterio sperduto
un alunno senza lavagna né voce
di maestro. in tanta precaria
esistenza si stenda un velo di lutto
un sillabario bianco. in bilico sul cipresso
la casa delle serpi. una dubbio da dentro
la nuca innocente arrovella. tu dove sei
bandito gentiluomo prestato al palmo?
qui nella minestra degli abiti sbilenchi
resta una donna in chiodo di dovere
di non esser madre. la natura sperpera
chi nasce. è scienza o mito
farsi pallottolieri nell’abaco del baratro?
21.
spauracchio di nodi ho letto l’indice
che mi diceva di gareggiare appieno
nonostante! in stalla con gli animali
condannati ho preso a pregare
negli occhi della cavalla. la consolazione
è stata franca ma non la voglia di vivere
con il basto alla nuca e alle caviglie.
la vigliaccata dell’ombra è stata tutta
per lo stornello del sole per le comete
ingenue. nudo corra l’atleta del miracolo
quando la genia della colpa sia sparita
dalle tempie dalle rughe della fronte.
22.
con la crivella ho saziato il sottosuolo
così per abbonire il velo della morte.
sotto la penuria della libagione
il condominio sbraita come al solito.
sbiadita dal tabernacolo la voglia
di essere bambina ancora un poco
diadema del randagio che elemosina.
e poi perché il mondo non adotta
la pellegrina giara del contagio d’aquilone?
23.
in gola alla meridiana
del male in assalto
sto col ventre freddo
nell’eremitica trappola
del re che imita felicità
non sue.
la gran regia del palio
è dare d’avvento
chissà quale prodezza
per la stamberga in guasto
perpetuo. il cipresso si fa fatuo
per il fuoco che non scalda.
24.
mi piacerebbe chiedermi perché sono morta
col tartufo nel palmo e il diamante nell’altro
con l’amante stretto al petto fino allo spasmo
e la novena del principiante che non sa frenare
lo strazio di restare. qui ti avvengo con le mani
sature di baci eppure piango con la gogna del
migrante. la casa è un arsenale di vendette
all’insaputa di tutti. voglio piangere il resto
dei miei giorni per morire satura, vacua.
nel giorno avviene l’entità del basto
questo pagliaccio che non fa ridere nessuno
con la pelle di ghiaccio e il ghiro sparato
dall’elemosina dell’assassino. il passato
è un crollo di cimitero un addobbo per l’erta.
domandami se gioco con la venia del salasso
quando leggo questi versi in riva al rantolo.
25.
nomea del buio stare con le pietre
per spaesarsi dentro le chimere
di regole del dubbio. meno che meno
è vita le macedonie delle bestemmie
in dolo in atto in perno di nomea.
eppure le doglie delle creature
vendemmiano cipressi neonati
per le lenti botaniche del bello
per le nature di fati che non stempiano.
le grandi emergenze delle favole
sono al gerundio di capire il mondo.
26.
sono tracolli gli angoli della sera
queste nomee di pianto delle ombre
queste previste aureole del coma.
in nome alla resina che piange
resta la melma della resistenza
questa sentenza in bilico nel pane vieto.
in ernia con le giostre del pacifico
piange la rana che cigola se stessa
con la cometa inane col natale.
il crollo delle dita è avvertito ovunque
se il corrimano rantola se stesso.

continua il grande “romanzo poetico” di marina pizzi, un lunghissimo pellegrinaggio nel dolore e nell’assurdo del mondo.
ah, che ricco ed acre dono è la tua poesia !!!
(p.s. ma lo Specchio di MOndadori che fa ? dorme ? cosa aspetta ancora a pubblicarla?)