
di Achille Maccapani
La pratica della musica nella provincia italiana va male. Anzi, peggio. Gli scenari raccontati da Riccardo Muti, intervistato dal Venerdì di Repubblica del 29 maggio 2009, non sono apocalittici. Peggio. Nelle chiese, l’accompagnamento musicale si è ridotto ad una stonatura corale con chitarre. E nel contempo, il rimpianto per quelle messe nelle chiese austriache in cui il senso della partecipazione spirituale alla liturgia è profondamente sentito.
Ma per fortuna, non dappertutto la situazione è terribile. Se il maestro Muti, durante i suoi quasi vent’anni di permanenza ininterrotta e incontrastata alla Scala di Milano, avesse fatto un giro tra le chiese e le cittadine della provincia, avrebbe potuto scoprire una realtà artistica molto viva. Per esempio, a Treviglio, città della bassa bergamasca ai confini con le province di Milano e Cremona, non ha mai smesso di operare il teatro Filodrammatici, con una stagione musicale e teatrale di alto livello, e con concertisti di fama, quali ad esempio Bruno Canino e Antonio Ballista.
Uno scenario di ulteriore interesse proviene da due cittadine dell’hinterland milanese vicino ai confini proprio con la bassa bergamasca: Inzago e Melzo. Due realtà diverse tra loro, ma che si sono trovate accomunate dalla realtà del decanato diocesano. A Melzo, infatti (che ospita anche il Teatro Trivulzio, gestito dall’omonima fondazione), da parecchi lustri funziona regolarmente Melzomusica, una rassegna di musica da camera di livello internazionale, nella quale hanno trovato ospitalità formazioni ed artisti emergenti, ora riconosciuti ovunque: basti pensare al Giardino Armonico diretto da Giovanni Antonini. Chi scrive ricorda ancora il concerto della formazione milanese, quando uscivano i suoi primi dischi per Nuova Era, e ancora Antonini non si era affermato come direttore ospite dei Berliner Philharmoniker e della Kammerorchester Basel. Nella stessa città, la scuola di musica “Guido d’Arezzo” muoveva i suoi passi e svolgeva un lavoro intenso. Proprio da Melzo ha preso le sue mosse Roberta Invernizzi, soprano di fama internazionale presente in numerose registrazioni discografiche di musica antica e barocca, a fianco di direttori come René Jacobs, Alan Curtis, Nikolaus Harnoncourt.
Tuttavia la sorpresa più incredibile proviene da un vicino paese, Inzago, che da pochi mesi ha raggiunto la fatidica soglia dei 10mila abitanti residenti. Più che un paese, si può definire una città vera e propria, con un fermento culturale più che notevole: due formazioni corali, decine e decine di associazioni operanti, una proloco, una sagra locale che funziona da quasi due secoli tutti gli anni durante la seconda settimana di ottobre. In particolare, il Coro Polifonico “Santa Cecilia” (www.corosantaceciliainzago.it), fondato nel 1907 su iniziativa del prevosto don Mosè Villa, si è pian piano affermato con una continuità davvero ammirevole; composto da volontari, che nella vita svolgono tutt’altri lavori, il Coro ha avuto la grande opportunità di essere stato avviato da un valente docente, Gerardo Bizzarro, che per tantissimi anni ha tenuto la cattedra di direzione d’orchestra al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano.
Da molti anni, il Coro è attualmente retto da una valente direttrice di coro e orchestra, Federica Mapelli. Nativa di Inzago, diplomatasi al Conservatorio di Brescia, la Mapelli divide – con un’intensità ammirevole, in termini di gestione del tempo – l’attività di docenza alla scuola media statale di Cavenago Brianza, cittadina vicina del monzese, e la scuola di musica “Guido d’Arezzo” di Melzo. Proprio all’interno di quest’ultima scuola, nel corso degli anni, si è formata un’orchestra da camera di ottimo livello, che ha permesso di svolgere un più che significativo affiancamento al Coro Sant’Andrea di Melzo, operante anch’esso da tantissimi anni.
L’ammirevole zelo di Federica Mapelli, che aveva preso le mosse, giovanissima, nello studio del pianoforte, e poi ampliando gli interessi al canto corale e alla direzione d’orchestra, trasformandosi così in una Emmanuelle Haim in stampo lombardo, si è via via sviluppato, coinvolgendo sempre di più il Coro Polifonico “Santa Cecilia” in una vera e propria crescita del repertorio. Se infatti la parallela formazione locale, il Coro “Valpadana”, non aveva mancato di proporre in svariati concerti lo “Stabat mater” di Gioacchino Rossini, il “Santa Cecilia” ha accettato la sfida, cimentandosi addirittura con la “Messa in si minore” di Bach, il “Requiem” di Gabriel Fauré, e così via. Ma lo choc più tremendo doveva ancora arrivare: con il “Requiem” di Mozart.
E qui entra in gioco una piccola etichetta discografica milanese, seppur molto conosciuta dagli addetti ai lavori, Preludio Music, la quale si è resa conto delle recenti potenzialità di questa formazione corale parrocchiale diversa da molte altre in Italia. E ha pubblicato alcuni dischi del Coro “Santa Cecilia”, registrati dal vivo nella particolare, ampia e suggestiva acustica della chiesa parrocchiale “Santa Maria Assunta” di Inzago, inaugurata il 28 ottobre 1827 dall’arcivescovo di Milano Carlo Gaetano Gaysruck, e poi sviluppatasi con la creazione del nuovo altare maggiore adeguato ai canoni conciliari dal prevosto don Domenico Boga negli anni Settanta.
La sera di venerdì 6 ottobre 2006, evento speciale della succitata sagra patronale, è dunque l’occasione di una sfida artistica significativa per i due Cori, il “Santa Cecilia” di Inzago e il “Sant’Andrea” di Melzo, assieme all’orchestra da camera “Guido d’Arezzo” di Melzo, tutti diretti da Federica Mapelli. Alle prese con il Requiem di Mozart. E un quartetto di validi cantanti solisti: il soprano Anna Maria Calciolari, il contralto Olga Semenova, il tenore Krystian Krzeszowiak e il basso Daniele Bicciré. Il risultato è immortalato in un cd, pubblicato da Preludio Music (http://www.preludiomusic.com/a/coro-polifonico-s-cecilia-di-inzago-22-a.htm) nel 2007, e che rappresenta una felice sorpresa. Per alcune ragioni che cercherò di esporre, partendo da lontano.
Da molti anni vivo nel ponente ligure di confine tra l’Italia e la Francia, o meglio con questo lembo di Francia che è la Costa Azzurra, scenario di importanti festival concertistici come la Printemps des Arts di Monaco o quello estivo di musica da camera di Menton, e sono abituato alla lettura dei giornali musicali d’Oltralpe (“Diapason”, “Classica”, oltre a “Le monde de la musique” che ha chiuso i battenti da un paio di mesi). Ebbene, ogni volta che emerge un nuovo pianista o violinista o cantante lirico francese, gli elogi non si sprecano. Artisti francesi che ottengono ottimi riscontri nei palcoscenici e nelle sale da concerto dell’Esagono trovano spazio discografico attraverso una rete di piccole e agguerrite etichette, ed anche un’adeguata promozione e sostegno delle istituzioni concertistiche. Puro sciovinismo, quello dei francesi? Forse, ma c’è da dire che il senso di orgoglio e difesa che il Ministero della cultura francese non ha mancato di sostenere i progetti di direttori validi e indubbio prestigio quali l’americano naturalizzato francofono William Christie, la già citata Haim, stimolando in tal modo il sistema discografico locale (mi riferisco in particolare a Naive e Virgin Classics) nell’amplificare e sviluppare il sostegno alla crescita di nuove generazioni di musicisti, cantanti e direttori.
Fermenti, questi, che esistono anche in Italia, ma che pochi riescono a percepire. Così accade che questo “Requiem” di Mozart, eseguito con un trasporto, un’energia e nel contempo con un rigore filologico davvero ammirevoli, registrato dal vivo in occasione della tradizionale sagra patronale di Inzago, rischi di passare inosservato. Eppure questa interpretazione, seppur priva di nomi famosi, mi ha favorevolmente stupito. Abituato nelle orecchie a registrazioni discografiche celebri (penso alla trasfigurazione che ci ha offerto Lenny Bernstein con i complessi della Radio Bavarese in memoria della moglie Felicia, o all’energico furore che ha saputo trarne lo stesso Riccardo Muti con i Berliner Philharmoniker), debbo ammettere di essermi trovato di fronte ad un raccoglimento e ad un senso di preghiera davvero incommensurabile.
Non so se Federica Mapelli, prima di lavorare con l’orchestra “Guido d’Arezzo”, avesse collaborato con altre formazioni orchestrali. Ma anche se non fosse, non sembra affatto una neofita. Conduce l’orchestra con una concentrazione e un senso di afflato continui, senza cedere mai alla tensione, neppure nei passaggi apparentemente tranquilli (ammesso che si possano considerare tali), e soprattutto “sente” l’acustica della chiesa parrocchiale, della sua chiesa, quella che l’ha vista coinvolta sin dalla più giovane età, quando era ancora studente di Conservatorio, e riesce ad unire le due formazioni corali di Inzago e Melzo, assieme all’orchestra, in un unico abbraccio, in una tensione emotiva che pur non perdendo il senso della ritmicità e dei giusti tempi, man mano che avanza la composizione sacra mozartiana, evita di cadere nella solennità esagerata, nelle dilatazioni inutili, preferendo soffermarsi su questo o quel passaggio, solo ove effettivamente necessario.
Mi ha colpito in modo positivo il risultato complessivo di questo “Requiem” di Mozart, senza nomi altisonanti, senza strumenti originali, eppure basato su uno spirito cameristico, profondo, fatto di preghiera vera, espressione di un’umanità di persone che nella vita di tutti i giorni appartengono, per larga parte, al popolo dei “pendolmen”, dei pendolari per Milano, abituati al pullman verso il capolinea di Gessate della Linea due della metropolitana milanese, ma che tutte le settimane si ritrovano regolarmente nella cantoria della chiesa parrocchiale per studiare insieme questo o quel nuovo lavoro di musica sacra. Molti di questi coristi si conoscono da tantissimi anni, sono cresciuti insieme, da giovani sono diventati adulti, padri di famiglia. La loro partecipazione al Coro è diventata qualcosa di più di un impegno settimanale, bensì il senso di una testimonianza di fede espressa attraverso il canto corale, e con una partecipazione e condivisione che lascia l’ascoltatore senza parole.
Poi, ovviamente, si può discutere su qualche piccola smagliatura che, ahimè, può sfuggire in un live recording senza correzioni ed editing degli studi mobili. Ma proprio in questa limitazione trova fondamento la vera forza del Coro, la vera capacità di mostrarsi dinanzi agli spettatori, e di esprimersi al massimo dei livelli, con pari dignità rispetto a formazioni estere famose e fortemente presenti nel mercato concertistico e discografico straniero, e soprattutto il grande senso di umiltà e coraggio nel rimettersi in discussione e nel progressivo miglioramento ed ampliamento del proprio repertorio. Questo “Requiem” di Mozart, proveniente dalla terra lombarda di confine lungo l’Adda che divide l’area estrema della provincia milanese con quella della bassa pianura bergamasca, rappresenta veramente una felice testimonianza del “fare musica insieme”, un segnale estremamente positivo di come ciò possa cambiare in meglio la vita di una comunità parrocchiale, oltre che il tessuto sociale di un territorio locale in continuo sviluppo ed espansione, per una volta non solo edilizia ed infrastrutturale, ma anche sotto il profilo della cultura e soprattutto dell’aggregazione sociale, nel nome di un valore significativo: quello di contribuire a servire la liturgia con il canto. Difatti il Coro ha sempre mantenuto strette le proprie radici parrocchiali: per tre domeniche al mese, svolge tuttora la funzione di accompagnamento alle messe delle ore 11 in quella stessa chiesa parrocchiale che ha visto la formazione corale coinvolta in diversi concerti di musica sacra.
Insomma, una felice riscoperta. Che conferma, una volta di più, che spesso e volentieri le pietre preziose dell’espressione artistico-culturale, seppur non pubblicizzate dagli organi di informazione, seppur nascoste dall’anonimato della vita provinciale, splendono e producono frutti molto lusinghieri. Il caso del Coro polifonico “Santa Cecilia” di Inzago ne è una prova tangibile.
W.A. Mozart, Requiem in re minore per soli, coro e orchestra K 626, solisti vari, Coro polifonico “Santa Cecilia” di Inzago, “Coro “Sant’Andrea” di Melzo e Orchestra “Guido d’Arezzo” di Melzo diretti da Federica Mapelli (reg. dal vivo). Preludio music PL 4507

qual era la necessità di questo post? il suo interesse?
la provincia italiana, con i suoi appassionati di bel canto, offre spesso panorami sorprendenti di abnegazione e bravura proprio laddove non te li aspetteresti.
in provincia di latina opera da 25 anni un coro “di dilettanti” (dove la parola va presa nel suo senso più alto di otium latino) con un repertorio vastissimo che va da pierluigi da palestrina a andrew lloyd webber, passando per mozart rossini e puccini, da fare invidia ai più rinomati cori stabili.
il bello è che quella è gente che, smessi i panni da lavoro, invece di rimbambirsi di televisione, due volte alla settimana suda su spartiti musicali che negli anni ha imparato a decifrare con pazienza e umiltà, senza percepire una lira, solo per l’immensa passione per la musica e per il canto.
a che pro un articolo del genere? a me sembra che sapere che non tutto in Italia è solo tette, culi e pacchi da aprire, ma che ci sono ancora passione e amore per l’arte sia cosa da gridare ai quattro venti con speranza e orgoglio.
grazie di questo post.
f&r
Lo spunto è venuto proprio dall’ultimo Venerdì di Repubblica contenente una serie di approfondimenti sul rapporto tra l’Italia e la musica, prendendo spunto dalla fresca pubblicazione per Einaudi del libro “La parrucca di Mozart” di Jovanotti.
Tra questi, appunto, c’era l’intervista a Riccardo Muti: concetti già noti, ripetuti dal maestro di Molfetta, e che meritavano di essere approfonditi. Non dico confutati, ma almeno che potessero aprire una discussione.
Il caso del “Santa Cecilia”, secondo me, è emblematico. Ci si stupisce nel vedere ed ascoltare su cd o dvd formazioni corali famosissime all’estero come l’Orfeon Donostiarra, l’Arnold Schoenberg, quando esistono moltissime realtà corali dilettantistiche in Italia che continuano a lottare e ad andare avanti, nonostante il rimbambimento televisivo generale. Potevo citare la splendida realtà dell’Athesis Chorus di Filippo Maria Bressan, oppure del Luca Marenzio di Darfo Boario Terme. Ho pensato invece di ricordare il “Santa Cecilia” di Inzago e l’operato tenace di questa giovane e valente direttrice, Federica Mapelli, perchè esprime il segno di una tenacia e di una costanza non comuni, in un’epoca che – ripeto – risulta molto difficile costruire qualcosa che resti e che abbia continuità per il futuro. Un esempio, questo, fortunatamente testimoniato da alcuni cd, acquistabili perfino su Itunes, e che mi era sembrato meritevole di essere proposto ai lettori di LPELS (che ringrazio per l’attenzione mostrata).
molto interessante, dunque, voi dite, anche se a me importa decisamente poco peché mi sembrano iniziative locali e molto marginali… vorrei essere fiero di ben altro… d’altronde, contenti voi:-)