La seconda vita degli uomini mezzi addormentati

di Daniele Muriano

Un giorno lui si svegliò di primo mattino con l’idea fissa di sempre. Svaniva e tornava ciclicamente da quando aveva sette anni. Un anno sì, uno no, passavano anche più di due tre anni prima di pensarla di nuovo. Poi, come oggi, si destava improvvisamente e non ricordava il sogno che aveva appena interrotto. La sua mente era buia: priva di pensiero. E a poco a poco sullo schermo nero compariva. L’idea fissa. A dire il vero era sempre stata con lui, sullo sfondo, nella sua testa – non c’erano periodi in cui l’idea fissa era davvero assente.

Non metteva un solo grammo di volontà o di fatica nel fare il caffè. Era un’azione completamente automatica. Nel frattempo pensava. Era sabato e la giornata non doveva essere noiosa, assolutamente, ecco cosa pensò: anche se era in pensione riteneva importante per il suo equilibrio il ruolo del sabato: che era appunto il perno della settimana, il giorno più interessante, aspettato. Questa piccola legge igienica era un retaggio dell’adolescenza; non avendo mai nutrito grandi speranze, in generale, cioè delle macro-speranze (le chiamava così) era bene averle in piccolo, verso un arco temporale definito. Pensava che se la vita intera fosse tesa al sabato, un evento ciclico e sempre a disposizione, avrebbe vissuto sereno. Era forte del fatto che le donne, la carriera, gli amici lo avevano lasciato a un certo punto, e il sabato era rimasto. Quanto il sabato fosse abbacinante e magnetico era comprovato dall’apparire dell’idea fissa. Che ricordava, non si era mai presentata in giorni diversi dal sabato. Negli altri momenti era comunque presente sullo sfondo – l’alone di un faro nella nebbia visto dal mare aperto.

L’idea era come il sabato, pensò, sommersa per tutto il tempo che non era il momento in cui si palesava, e da quel luogo invisibile, remoto in cui stava l’idea fissa gli faceva da guida.

Azzardò, ignorando il gorgoglio del caffè, che lui era quel che era soltanto grazie a lei.

Guardò alla finestra e vide che era bel tempo. Passavano in quell’istante due biciclette sulla via: le donne parlavano tra loro togliendo per un attimo la mano dal manubrio, per disegnare un gesto nell’aria, poi tornarono alla posizione china, ma continuarono a muovere le labbra.

Avrebbe preso il caffè alla finestra, osservando distrattamente la strada, sempre trafficata, sempre interessante. I suoi vicini erano gente curiosa però: meglio non mostrarsi, meglio spiare a tende abbassate, dalla trasparenza. Si ritrovò all’improvviso seduto al tavolo, con il gomito puntellato e la tazzina in mano. Ma cosa era successo in quei minuti? A cosa aveva pensato – sempre che avesse pensato? Se era stato alla finestra, ipotesi per la quale propendeva, che aveva visto?

Di solito, al primo sorso di caffè aveva un secondo risveglio. Ora non aveva più alcun pensiero, nessuna idea e avanzava in quella giornata come su un prato soleggiato, infinito.

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