Vivalascuola. La riforma dei Tecnici

Nella seduta del 4 giugno il TAR del Lazio: i provvedimenti della Gelmini sono inapplicabili. Sui precari il Tar ferma il Ministero: bocciato il metodo delle graduatorie. Controversa pure la circolare sui libri di testo. Inoltre il DPR recante il Regolamento sulla valutazione viola unilateralmente il Concordato con la Santa Sede non modificabile da uno dei contraenti… E poi si toglie il Diritto nei licei…

La riforma dell’Istruzione Tecnica
di Daniela Bertocchi

Tra bozza e bozza
Premessa: non sono una specialista né di politica scolastica né di Istruzione tecnica. L’argomento della riforma dell’Istruzione tecnica (d’ora in poi IT) mi interessa però sia come docente che si è molto occupata di progettazione curricolare sia soprattutto come privata cittadina che crede al dovere dello Stato di assicurare a tutti i ragazzi e le ragazze una scuola pubblica di qualità. Il mio contributo non ha come scopo primario quello di “giudicare” se la riforma dell’IT, di cui stanno circolando diverse bozze di regolamento (l’ultima mi risulta essere quella del 29 aprile 2009: Schema di regolamento recante norme concernenti il riordino degli istituti tecnici ai sensi dell’articolo 64, comma 4, del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito dalla legge 6 agosto 2008, n. 133: vedi qui), sia “buona” o “cattiva” o magari “pessima”, ma di cercare di illustrarne gli aspetti principali, perché è certamente vero, come si lamenta  da più parti, che i documenti relativi alla riforma circolano quasi clandestinamente e l’utente (sia esso studente, docente, famiglia), e in generale il cittadino, ne è ben poco informato e comunque non è affatto coinvolto nelle decisioni.

Una riforma, due filosofie
Il problema fondamentale, dal mio punto di vista, è che nella riforma dell’IT si coniugano, in modo non sempre coerente, due diverse “filosofie” o logiche, chiamiamole così: quella della “Commissione De Toni” che, voluta dal Governo Prodi, è stata riconfermata dal presente Governo e quella che definirei “Gelmini-Tremonti”, quest’ultima alla base di tutte le riforme dell’ultimo anno.

La Commissione De Toni ha adottato un punto di vista che certo si può discutere, ma che ha una sua logica: semplificazione dei profili professionali in uscita (riducendo drasticamente i percorsi e gli indirizzi degli Istituti Tecnici), riqualificazione dell’IT stessa, vista come portatrice di una cultura dell’innovazione, il che ne dovrebbe migliorare l’attrattività per studenti e famiglie, rafforzamento da una parte della cultura scientifica (“scienze integrate”) e dall’altra dei laboratori, visti come ambienti di apprendimento  privilegiati per la loro metodologia tipicamente progettuale e non certo come puri e semplici luoghi di apprendimento di automatismi. Sempre nella logica della Commissione sta il fatto dell’avere abbracciato in pieno la prospettiva europea, per cui “i risultati di apprendimento sono descritti in competenze, abilità e conoscenze anche con riferimento al Quadro europeo delle qualifiche  per l’apprendimento permanente (EQF)” (“Schema di regolamento”, All. A), così da rendere il titolo spendibile a livello europeo. La Commissione ha inoltre previsto un più stretto rapporto con il mondo del lavoro, che si è tra l’altro tradotto nella costituzione di un comitato tecnico-scientifico, con una composizione paritetica di docenti ed esperti del mondo del lavoro, finalizzato a formulare proposte per l’organizzazione delle aree di indirizzo e per l’utilizzo degli spazi di autonomia e flessibilità.

Senza voler giocare “ai buoni e ai cattivi”, è indubbio che all’impianto previsto dalla Commissione si è sovrapposta, con effetti molto negativi, la logica del Ministro Gelmini dei tagli e dei risparmi, che purtroppo ben conosciamo, anche se finora rispetto ad altri livelli di scuola.

E’ stata tagliata così una percentuale notevole degli insegnamenti laboratoriali previsti; è venuta meno la compresenza nei laboratori di due docenti, di cui uno tecnico-pratico, mettendo a rischio proprio quella valorizzazione degli apprendimenti attraverso il saper fare e l’acquisizione di un metodo scientifico che la Commissione aveva valorizzato. Inoltre il fatto che tutte le cattedre siano state portate a 18 ore di insegnamento frontale rende più difficile, forse impossibile, il “lavoro per progetti”, che pure è citato nello “Schema di regolamento” (art. 5,  comma 2, c).

Mi rendo conto di aver fatto precedere delle annotazioni valutative alla pura e semplice descrizione delle caratteristiche strutturali della Riforma, che non è invece opportuno dare per conosciute.

La struttura dei Tecnici secondo la riforma

Brevemente, ritorno alla struttura dell’IT prevista dalla riforma:

  • Tutti i percorsi degli IT hanno durata quinquennale, con un primo biennio finalizzato al compimento dell’obbligo e caratterizzato soprattutto dagli assi culturali comuni a tutte le scuole secondarie di 2° grado, ma con una presenza già congrua di insegnamenti di indirizzo, “in funzione orientativa”; un secondo biennio in cui il maggior numero di ore è dedicato proprio  agli  insegnamenti di indirizzo; questo rapporto caratterizza anche il quinto anno, specificamente finalizzato all’acquisizione di “un’adeguata competenza professionale di settore” (“Schema di regolamento”, art.5, comma  2, d).
  • L’orario complessivo annuale è in tutti e 5 gli anni di 1056 ore, corrispondenti a 32 ore settimanali.
  • Gli IT si distinguono in due tipologie:
    • IT del settore economico, con due indirizzi: amministrazione, finanza e marketing; turismo
    • IT del settore tecnologico, con 9 indirizzi: meccanica, meccatronica ed energia; trasporti e logistica; elettronica ed elettrotecnica; informatica e telecomunicazioni; grafica e comunicazione; chimica, materiali e biotecnologie; sistema moda; agraria e agroindustria; costruzioni, ambiente e territorio.
    • Le aree di indirizzo potrebbero essere ulteriormente articolate  in “opzioni”, nel secondo biennio e nell’ultimo anno, grazie alla quota di flessibilità del 30% nel secondo biennio e del 35% nell’ultimo anno, introdotte perché la scuola possa tener conto delle particolari esigenze e del fabbisogno di tecnici nel territorio.

Era ed è convinzione pressoché unanime che la scuola secondaria di 2° grado, e in particolare l’istruzione tecnica e professionale, necessitasse di una decisa riforma: e, al momento dell’insediamento della Commissione De Toni, c’era anche un accordo generale sul fatto che la riforma dell’IT non dovesse andare nel senso della “licealizzazione” che era stata prefigurata dal Ministro Moratti, e invece dovesse ricostruire e “valorizzare il grande patrimonio italiano della scuola tecnica”, tenendo conto del fatto che in molti territori “la presenza di ottimi istituti tecnici ha costituito un volano essenziale per la qualità dello sviluppo economico e sociale” (Bastico, 2007, qui). Come pure era per tutti evidente che la frammentazione degli IT in 315 indirizzi, con inoltre un altissimo numero di sperimentazioni non adeguatamente monitorate e valutate, non solo non era economica e razionale, ma anche portava a profili d’uscita insieme rigidi e troppo specialistici.

Perché allora oggi la riforma degli IT è vista in modo assolutamente critico, diciamo pure “apocalittico”, come fattore certo di peggioramento della scuola?

Propongo di distinguere tra due piani del discorso, entrambi molto importanti, certamente concatenati, ma che partono da punti di vista diversi:

  • Il piano specificamente collegato alla qualità della scuola.
  • Il piano “sindacale” o, più correttamente, riferito agli insegnanti come lavoratori (di questo secondo punto, che pure ritengo fondamentale, non ho né la competenza né la possibilità di occuparmi in questa sede)

Belle parole
Partendo dunque dal primo punto di vista, cominciamo con l’annotare che si prevede per gli IT un’identità molto, e giustamente, impegnativa: “L’identità degli Istituti tecnici si caratterizza per una solida base culturale di carattere scientifico e tecnologico in linea con le indicazioni dell’Unione europea, costruita attraverso lo studio,  l’approfondimento e l’applicazione di linguaggi e metodologie di carattere generale e specifico.”(“Schema di regolamento”, art. 2, comma 1).  Destinati ad operare in una società complessa, gli studenti degli IT dovrebbero acquisire le competenze chiave di cittadinanza (compresa quella legata all’imparare a imparare) ed essere culturalmente attrezzati tanto per la continuazione degli studi all’Università e nell’istruzione e formazione tecnica superiore, quanto per un rapido inserimento nel mondo del lavoro, in funzioni non puramente esecutive, ma tali da richiedere “abilità cognitive idonee a risolvere problemi, a sapersi gestire autonomamente in ambiti caratterizzati da innovazioni continue, ad assumere progressivamente anche responsabilità per la valutazione e il miglioramento dei risultati ottenuti” (All. A, par. 2). Coerentemente con questa premessa, anche  i risultati di apprendimento previsti per tutti percorsi sono di alto livello (ad esempio, per non citarne che due, ripresi dall’All. A, par. 2.1,  “utilizzare, in contesti di ricerca applicata, procedure e tecniche per trovare soluzioni innovative e migliorative, in relazione ai campi di propria competenza”; “analizzare criticamente il contributo apportato dalla scienza e dalla tecnologia allo sviluppo dei saperi e dei valori di riferimento, al cambiamento delle condizioni di vita e della fruizione culturale”). Di analogo livello, molto alto, sono i profili culturali previsti specificamente per il settore economico e per quello tecnologico (cfr. All. A, par. 2.2 e 2.3). Ad esempio, lo studente che porta a termine un percorso del settore economico dovrà essere in grado di “riconoscere la varietà e lo sviluppo storico delle forme economiche, sociali e istituzionali attraverso le categorie di sintesi fornite dall’economia e dal diritto”. E lo studente che porta a termine un percorso del settore tecnologico sarà in grado di “comprendere le interdipendenze tra scienza, economia e tecnologia e le relative modificazioni intervenute, nel corso della storia, nei settori di riferimento e nei diversi contesti, locali e globali”.

Anche solo da questi pochi esempi, si comprende bene che la riforma punta ad una IT “alta”, innovativa, con diplomati capaci di muoversi con spirito critico ed imprenditorialità nel complesso ambito delle tecnologie, tenendo ben presenti parametri scientifici ed economici di fondo, senza il riferimento ai quali la tecnologia si esaurisce in processi tecnici ripetitivi, di cui non si comprende bene il senso. Un passo in avanti, allora? Ma…

Brutti tagli
Ma… è chiaro a tutti che per promuovere un’IT di questa qualità, sarebbe necessario un investimento davvero epocale sulla scuola (pensiamo alle scelte fatte in questo senso negli USA da Obama!), sia per quanto riguarda le strutture sia per quanto riguarda le risorse umane, da valorizzare, formare, aggiornare tanto sui contenuti quanto sulle metodologie.

E invece che cosa troviamo? Un drastico taglio di orario, dalle attuali 36 ore settimanali alle future 32 ore, taglio tra l’altro operato non solo sulle future prime e seconde classi, ma addirittura nelle terze e nelle quarte, in cui pure gli ordinamenti (e quindi le discipline e i programmi) restano invariati: elemento in base al quale si può ben affermare che i tagli sono arbitrari e privi di criterio.

Sempre per restare nell’ambito dell’esemplificazione, come faranno gli studenti dell’indirizzo “Turismo”, settore economico, a utilizzare “le categorie di sintesi fornite dall’economia e dal diritto” se le discipline  previste in quest’ambito sono solo “Economia aziendale” nel primo biennio e “Diritto e legislazione turistica” negli ultimi tre anni? In modo analogo, nel settore tecnologico, lo studio di “Diritto ed economia” è previsto esclusivamente nel primo biennio (con 2 sole ore settimanali): dopo, niente di questo tipo.

Dobbiamo pensare che i “risultati di apprendimento previsti” siano solo belle parole enunciate, senza nessuna reale volontà di creare le condizioni perché essi possano essere conseguiti: tanto la colpa sarà poi degli studenti che non si impegnano, degli insegnanti assenteisti e fannulloni, dei DS che non sanno né dirigere né amministrare, come ha recentemente affermato il nostro Ministro.

Ci sono altri punti che lasciano perplessi: si fa un gran parlare di buone pratiche, ma le sperimentazioni, anche quelle che sono state realmente efficaci, sono state chiuse senza una valutazione analitica che ne recuperasse gli aspetti positivi.

Si parla tanto di flessibilità, ma nel mondo della scuola è già chiaro a tutti che ben difficilmente si potranno attivare gli insegnamenti facoltativi, che richiedono comunque risorse specifiche. Questo significa, ad esempio, che l’insegnamento di una seconda lingua comunitaria resta escluso dal settore tecnologico, con buona pace delle raccomandazioni europee sull’apprendimento, negli stati membri, di due lingue oltre a quella di origine: e con probabili conseguenze anche sulla cosiddetta “occupabilità”, di cui è certamente una componente il multilinguismo.

Sappiamo tutti che non si risponde alla complessità sociale aumentando continuamente l’orario scolastico: ma non si risponde neppure tagliando l’orario, soprattutto senza pensare a modalità diverse di “fare scuola” (ad esempio tutoraggio, lavoro per progetti trasversali, reale flessibilità del curricolo): insomma, la scuola di qualità richiede maggiori risorse e investimenti, non certamente minori.

Vorrei concludere con una considerazione solo apparentemente estranea al discorso fatto finora: nell’ambito di OCSE PISA, nelle ricerche cosiddette di secondo livello (in pratica “studio di casi”), si è dimostrato che le scuole i cui studenti ottengono migliori risultati, a parità di condizioni socioculturali ed economiche, sono quelle in cui è migliore il “clima di classe”: in cui c’è maggiore interazione, possibilità di dialogo tra pari e tra studenti e insegnanti, progettualità condivisa. Quale clima ci sarà in classi fino a 35 studenti, che si affolleranno in aule pensate, al meglio, per 25, con insegnanti spesso frustrati sia dalla precarietà della situazione lavorativa sia dalla sensazione di non contare niente nella scuola sia dalla mancanza di risorse? Questa non vuole essere una domanda retorica, ma invece una questione che richiede una risposta meditata e argomentata.

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La più grande riforma della scuola dopo quella di Gentile, qui.

Istruzione tecnica e professionale: unica strategia il taglio, qui.

Le novità sui licei qui.

Una notizia davvero curiosa: il collegio dei docenti darà il cartellino rosso? Qui.

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Appello contro la legge Aprea.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Spazi in rete sulla scuola qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi qui e qui.

3 pensieri su “Vivalascuola. La riforma dei Tecnici

  1. Giorgio

    Desidero ricordare ai lettori che la prossima del 15 giugno sarà l’ultima puntata di vivalascuola del presente anno scolastico, a meno che qualcosa non richieda qualche edizione straordinaria – e sperando che il qualcosa non ci colga totalmente dispersi e impreparati.

    Vorrei dedicare la prossima puntata a un bilancio dell’anno scolastico: invito perciò chi lo volesse a scrivermi pareri, valutazioni, impressioni… a questo indirizzo email: [email protected].

    Per intanto grazie, e un cordiale saluto.

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  2. alex cartoni

    Tutto vero quello che si dice nell’articolo che appare fortemente condivisibile. Tuttavia per onestà intellettuale bisogna anche far riferimento all’attuale condizione degli ITP (insegnanti tecnico pratici)spesso utilizzati per le più svariate attività, sostituizione, assistenza e quant’altro salvo che per le esercitazioni tecnico-pratiche per cui sono stati reclutati. Per non parlare della cattiva abitudine di sostituirsi vicendevolmente quando c’è il curricolare (oggi ti copro io domani tu). Certo ci vogliono le buone pratiche, ma prima di queste è necessario fare un’analisi delle cattive pratiche che umiliano tutti (in primis le famiglie)e forniscono strali agli archi dei nostri detrattori

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  3. Giorgio

    Grazie ad Alex e ai lettori. Nel frattempo ricevo e propongo:

    Comunicato stampa
    Gli insegnanti delle scuole dell’Istituto comprensivo Thouar-Gonzaga (primarie di via Brunacci, via Gentilino,via Vigevano, della scuola secondaria di primo grado di via Tabacchi e della scuola primaria e secondaria di primo grado di via Gorizia)

    riuniti in collegio dei docenti data 12 giugno 2009,

    presa visione della normativa del Comune di Milano (settore Servizi per minori e giovani, comunicato dell’11 marzo 2009) in materia di iscrizione ai centri estivi e ai centri vacanze per bambini/ragazzi dai 3 ai 14 anni

    e informati che per tale iscrizione vengono richiesti il permesso di soggiorno in regola con la normativa vigente e codice fiscale dei genitori
    ESPRIMONO

    la loro profonda indignazione per la mancata tutela del diritto per i minori a godere di un ugual trattamento e di pari opportunità

    DENUNCIANO

    la violazione del diritto di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione compiuta da un organismo istituzionale come il Comune di Milano che dovrebbe salvaguardarne la tutela
    CHIEDONO

    che tale normativa venga immediatamente modificata al fine di ristabilire le condizioni affinché a tutti gli alunni siano garantite pari possibilità di accesso ai servizi in questione.
    Gli insegnanti dell’Istituto comprensivo
    Thouar-Gonzaga

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