Atropo

LE MOIRE

Mi chiedono tutti come sto e mi guardano di sbieco, come se dovessi cadere da un momento all’altro. Tutta la stanchezza vinta, in quel momento, mi torna addosso come un boomerang, le energie svaniscono, nella testa si forma un vuoto che spaventa. Siamo appesi a un filo, si dice. E qualcuno aggiungeva che una donna è predisposta per tagliarlo, con aria indifferente. E’ importante partire da qui, da una scena in bilico tra due mondi almeno in apparenza separati. L’illusione è che le lucide cesoie siano riluttanti a interrompere un’azione, un sentimento, un ideale: tutto dev’essere a fronte del gesto inesorabile di Atropo, la parca che recide il filo. Ma si intravede un’altra prospettiva: sono io che stabilisco di restare, perché la mano che lacera l’ordito potrebbe essere la mia, spinta dalla pena di chi ha perso tutto, di chi si sta solo davanti al gigante, con la pietra e la fionda. Sono io che decido di resistere, di fissare negli occhi la donna senza cuore, di far vacillare, anche solo un istante, la sua millenaria sicurezza.

16 pensieri su “Atropo

  1. Roberto Plevano

    Caro Fabrizio,
    queste vecchiacce della tradizione pagana comandano prudenza. Atropos, di bianco vestita secondo Platone (oggi si mette un tailleur dirigenziale color crema pallido), è una divinità ctonia, la più piccola delle Moire e la più terribile. Che si sappia, non ha mai fatto eccezioni, né per gente in carne e ossa, né per personaggi letterari.
    Meglio girarci alla larga, eh?
    un affettuoso pensiero

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  2. robertorossitesta

    Caro Fabrizio,
    nella sua premura d’amico Roberto ha ragione; ma certi atteggiamenti non si scelgono, fanno parte del nostro stile e destino.
    Se fai parte dei pochi che non possono e vogliono distogliere lo sguardo, almeno, qui o altrove, avrai qualcosa da raccontare.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  3. Giocatore d'Azzardo

    Che si fotta Atropo: sono invenzioni costruite ad arte per tenere buone le persone, condizionarle e poterle gestire. Che si faccia vedere Atropo e poi ne discutiamo vis a vis. Non vuole farsi vedere? Problemi suoi se non esiste e allora afferriamole noi le cesoie e tagliamo i fili di chi ci vuole gestire.

    Blackjack.

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  4. scritture

    Caro Fabrizio,
    se non ti dispiace vorrei farti leggere le mie tre parche, è bello vedere come ognuno di noi guardando alla stessa cosa ha sensazioni diverse.
    Berta
    Mi accosto alla finestra, scosto la tenda, la luce cade sul fuso, mi siedo, la posizione è perfetta, perfetta per ammirare il mio giardino cinto dal gelsomino e chiuso dal ferro battuto del cancello, oltre la strada.
    Arriverà.
    La posizione del fuso è perfetta, perfetta è la luce che cade sul filo.
    Il melograno apre le fronde, accoglie il sole, il vento si infila tra le foglie e i frutti maturi, li scuote, le foglie tremolano, il frutto cade.
    Cade, si spacca, si apre come una corolla, un filo rosso scivola sul pavimento di pietra bianca, semi lucidi mandano guizzi umidi sotto il sole.
    Gianna corre sull’erba a piedi nudi, ha i capelli lunghi e sottili, sottile è il suo corpo, prima quando è venuta a darmi il bacio ho visto dietro la maglietta bianca premere due teneri bottoni.
    Corre e gioca è ancora una bambina.
    Crescerà.
    Gianna
    Soltanto poco fa, pochi minuti, non un mese o un anno, pochi minuti fa correvo, giocavo, non avevo idee, la vita era tutta lì racchiusa nel sole e nella terra, nella corsa.
    Scivola tra le gambe un filo rosso di sangue, si ferma il cielo, le nuvole, il vento, si ferma il gioco e la corsa.
    Tra le mutande bianche un filo rosso guizza umido sotto il sole.
    Maria
    Sarà dietro la finestra ad aspettarmi, sono in ritardo, lo so e non è solo colpa di questa pancia che mi fa camminare come una papera e mi rallenta il passo.
    Mi dirà, già lo so che mi dirà: “non hai ancora preparato la borsa, e non hai preparato la culla e non hai ….”
    Mi dirà “..ma cosa aspetti ormai è quasi giunta l’ora, tra non molto lo taglierai quel filo che vi lega, lo dovrai tagliare!”
    Un calcio mi fa sobbalzare mentre mi avvicino al cancello, un piccolo calcio, o un pugno, o un gomito che si punta, o un ginocchio … non so, tocco la protuberanza da sopra il vestito, l’accarezzo “aspetta – dico – aspetta ancora un po’, non sono ancora pronta a tagliare il filo!”
    Gianna è seduta sul gradino, la chiamo, si alza, viene ad aprirmi, un altro calcio o pugno o cosa mi fa tirare la pelle della pancia cosicché non faccio in tempo a guardarla in viso che si è già girata e cammina davanti a me sul vialetto, per terra c’è un frutto di melograno aperto, un filo rosso si allunga sulla pietra bianca.
    Faccio per salire le scale, mi piego in due per quel poco che mi è consentito, mi piego in due dal dolore, mi tengo la pancia “chiama la mamma! – dico a Gianna – chiama la mamma che è giunta l’ora!”
    Ciao Lucia

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    1. fabrizio centofanti

      grazie amici.
      la mia era una reazione a un possibile scoraggiamento, cogliendo come pretesto il simbolo della moira.
      bello il tuo testo, Lucia.
      un abbraccio
      fabrizio

  5. natàlia castaldi

    Atropo

    Premetti con fitta di dolore
    la carne mia contro questa sete
    sconfitta nell’arsura della passione.
    Ridevi ignaro del vero
    ringhiando nel ghigno d’un pavone
    dei seni miei a sfiorire tra le mie stesse mani,
    in carezze inventate sul tuo nome.

    Palese il mio struggermi d’amore,
    ossessione ormai follia nell’abbandono
    d’un occasionale tuo sguardo,
    sdegnoso sulle mie membra
    a ludibrio di pubblico mostrate.

    Incespica l’orgoglio tra i miei denti
    ora soggiace
    sconfitto dai suoi stessi sensi:
    “Laddove l’aria mia ti soffochi il respiro
    oltre il tuo volere
    si estenda il desiderio mio”.

    Dipanando il tempo della mia fine
    giungano d’Atropo le cesoie affilate
    ché l’esistenza mia si portino altrove
    a liberare te del mio tormento.

    ‘notte Fabrizio, capita a tutti, poi si rinsavisce.
    un bacio.

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  6. f&r

    si però quella canzone è di modugno 🙂

    Fabry, per te:

    Tra la cordigliera
    e il mare del Cile
    scrivo.

    La cordigliera bianca .
    Il mare color del ferro.

    Sono tornato dai miei viaggi
    con nuovi grappoli.

    E il vento.

    Il vento batteva
    la terra, le radici.

    Io ho viaggiato con il vento.

    Oggi tra mare e neve
    e terra mia
    ho esposto i doni
    che ho raccolto per il mondo.

    Io ho edificato il mio amore
    come un roveto ardente
    sulla primavera della mia patria.

    Io sono tornato cantando.

    Ovunque sia stato, la vita
    creatrice
    mi ha ricoperto di germogli
    e frutti.

    Io sono tornato vestito
    di uve e cereali.

    Io ho portato la semente
    di scuole trasparenti,
    il fogliame acuminato
    delle fresche centrali elettriche,
    il pulsare
    della tenacia e il movimento
    dell’estensione che si riempie d’aroma.

    In un luogo qualsiasi
    ho visto il pane scarso
    e più in là stendersi
    i reami della spiga.

    Ho visto nei paesi la guerra
    come rotta
    dentatura
    e ho visto la pace rotonda
    in altre terre
    crescere come una coppa,
    come il figlio nella madre.

    Io ho visto.

    Dove sono stato perfino
    nelle spine
    che hanno cercato di ferirmi,
    ho scoperto che una colomba
    andava cucendo
    nel suo volo
    il mio cuore con altri
    cuori.
    Ho scoperto ovunque
    pane, vino, fuoco, mani,
    dolcezza.

    Io ho dormito sotto tutte
    le bandiere
    riunite
    come sotto rami
    di un solo bosco verde
    e le stelle erano
    le mie stelle.

    Delle mie accanite
    battaglie, dei miei dolori,
    io non conservo niente
    che non possa servirvi.

    Proprio come la terra
    io appartengo a tutti.
    Non c’è una sola goccia
    di odio nel mio petto. Aperte
    le mie mani
    spargono acini d’uva
    nel vento.

    Sono tornato dai miei viaggi.
    Ho navigato edificando
    la gioia.

    Che l’amore ci protegga.

    Che innalzi nuove
    vesti
    la rosa. Che la terra
    continui a fiorire
    eternamente in fiore.

    Tra le cordigliere
    e le onde innevate
    del Cile
    rinato nel sangue
    del mio popolo
    per voi tutti
    per voi io canto.

    Che sia condiviso
    ogni canto sulla terra.

    Che salgano i grappoli
    Che li propaghi il vento

    Così sia.

    (P. Neruda, Il canto condiviso, da Las uvas y el viento.)

    f&r

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