
INTRODUZIONE
Nella selva umanata o nell’umanità inselvatichita è raro trovare un’immagine di bellezza, ordine e consolazione. Un dono dal cielo, un quaggiù di lassù. Come una rosa. Non una rosa qualsiasi, una rosa rugosa: una rosa, cioè, che ha dovuto sviluppare scorza coriacea e spine; rughe appunto, le rughe accumulate nel tempo per difendersi dall’aridità di un deserto rumoroso, popolato solo da uomini belligeranti. Difendersi, resistere. La Rosa indica la via della resistenza a noi viandanti in questa umanità inselvatichita. Bisogna però riuscire ad ascoltarne il canto segreto, la Musica. È la Musica, infatti, sonora e non sonora, che azzittisce il rumore senza senso e porta la consolazione dell’ordine e del significato, finalmente alla vittoria. Sotto un cielo minaccioso di bombe, è l’unica vera guida immediatamente comprensibile, per trasformare nuovamente l’umanità inselvatichita, in preda solo al Timore e al Tremore, in umanità civilizzata. Perché la bellezza della Rosa, e del suo canto, Musica e Poesia, sono l’unica vera ragione per sopravvivere.
Annamaria Costalonga
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Lassù per quaggiù!
In questa selva umanata
oh, che selvaticume
in questa selva umanata,
divisa fra centri di arruolamento
e battaglie a colpi di manifesti-bazooka!
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Ci raduniamo tra alture e radure
ma i fiori son di quaggiù– come noi
e nascono dal principio alla fine:
humus terrae –umilissima terra umiliata,
senza virtù d’un lasciapassare, salvacondotto
e battaglie a colpi di proclami-bazooka!
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Siamo devote al profumo dei viandanti,
che non si perdono in giuste guerre:
anche se sante, sacrosante e pie.
Ugonotte, cristiane, islamiche
e battaglie a colpi di preghiere-bazooka!
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Quaggiù per lassù!
Mi trovo a un bivio. S’impone la scelta:
sia essa Bellezza. Timore e Tremore
tremula Rosa, nuda, oscena
in questo tempo belligerante
che non rispetta i fiori del viandante.
Sovrana nella cifra ascensionale
della Natura, dalla Natura,
nella Natura – humus terrae.
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Mi voglio rosa tra rosae rugose.
Perché i fiori son di quaggiù –
come me
come te.
Quaggiù di lassù.
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Ringrazio infinitamente Anna Costalonga per la sua bella e intensa introduzione.
Solo due parole per spiegare com’è nato il testo.
Una foto. Una foto con l’immagine di una semplice rosa selvatica, a me donata da Anna.
E ancora una volta, insieme alla bellezza, la riflessione.
Cara Anna, ottima introduzione. Gli hai dato quel guizzo iridescente d’acciaio, quella sprezzatura bellica che è insieme radice di vita, di linfa e sua corrosione, diserbante cosmico…
UNA ROSA RUGOSA NON è L’ANTITESI DELLA POESIA, ma a mio parere l’unica vera oasi che possa accoglierla, l’unico disamore da cui continuare, riprendere ad amarci… Leopardi parlerebbe del “giardino che soffre”…
Cara Nina, “quaggiù per lassù” le rose fioriscono anche e soprattutto la nostra voglia di bellezza, di un’umile ascesi… Fiori rugosi di spine – gemme altrettali perché radice e icona d’ogni dolore…
Mi piace molto poi quello strappo inopinato dei proclama/bazooka, delle preghiere/bazooka… Ogni religione combatte per proclamarsi l’unica vera – ma sarebbe come se ogni fiore pretendesse lo scettro. La rosa rugosa è regina ma è anche detronizzata… Desublimiamo i petali…
Linguisticamente, Nina, come hai fatto a raccontare, mimare queste pieghe e piaghe della storia, queste spine del fiorire, queste rugosità di un lessico che pennella bellezza per abrasione, per negazione pungente? Dimmi, davvero: la rosa rugosa è l’anima smarrita, il disamore dell’oggi – o già un autoritratto tutto, si sa, interiore?
Quelle righe, che ti significano? Spine ammansite?
Verso l’aula di musica, giù per il corridoio, su per i gradini, accanto al pianoforte inciampando sulle corde rotte di una chitarra.Ma..Vive.Porto la rosa rugosa alle labbra per nascondere un sorriso.Tenerissima, crudele
ansia di umanità.E la respiro, sino in fondo alle lacrime.Marlene
La tua introduzione, AnnaMaria è di una tale perfezione che quasi me la sento sulla pelle la musica di quella stupenda rosa selvatica.
Se l’accosto all’orecchio, dopo averla presa in prestito, posso sentirne la recondite armonie. Vissute sulle ali della speranza, dell’amore,del dolore della gioia.
Cosa sono io per dire a te Bravissima? Nessuno. Ma te lo dico lo stesso.Bravissima. Marlene
MARLENE: il tuo commento ha qualcosa di straordinariamente surreale: “giù per il corridoio, su per i gradini”; “accanto al pianoforte” ma inciampando, però, sulle corde strappate della chitarra… mentre stai andando, forse, a lezione di Musica.
Commovente, Marlene, come riesci ad esprimere l’ansia, il timore del tempo, la caducità, l’ansia [dentro]: la tua, la nostra, quella di tutti.
Respiro nella tua stessa lacrima… Grazie di cuore:-)
No,carissima Nina; /mentre in una stanza deserta al crepuscolo,invoco la mia chitarra perchè raddrizzi le sue corde e dia voce pure lei, al foglio virtuale con la tua splendida poesia che canta,anzi che suona come una banda accompagnata dagli applausi../E mi rallegra il cuore di lacrime e sorrisi nascosti, dai tuoi profumati petali senza più rughe! Marlene
Cara Marlene,
meglio un cuore che lacrimi gioia, muovere un sorriso nascosto, riuscire nelle parole che cantano; e una chitarra che ritrovi la sua integrità per melodiare incantamenti sonori:-)
La rosa senza rughe ha dovuto faticare tanto, sai?
Ma è bello se questi sono i risultati… Un abbraccio veramente grato alla tua dolce sensibilità.
Grazie Plinio! Grazie Marlene! A mia volta, invece, non finirò mai di ringraziare Nina per questa stupenda poesia
@ Plinio
Era da molto tempo che non componevo una poesia, dove il lirismo è in gran parte assente. Almeno nelle prime tre parti del testo.
Occorreva un mio sentire “srilicato”, imposto dai quei terribili bazooka di Oggi e di Ieri, quasi evocati come fossero “giocattoli”…
Ho preso rischi, consapevole che scrivere poesia nella porzione storica che m’appartiene – poiché abito questo tempo! – fosse per me difficile. Soprattutto quando molteplici temi si sovrappongono, benché quello principale sia proprio legato al terrore religioso estremista.
All’arma-giocattolo-bazooka, con i suoi manifesti ideologici, si contrappone la visione. La potenza della visione mistica: una rosa selvatica. Una rosa che è un proclama autosalvifico, ché vive delle sue poche ma sublimi risorse. Sa, conosce gli strappi, ” radice e icona d’ogni dolore…”, come giustamente affermi.
Non è regina detronizzata. Si nega regina dal momento che la sua forza è legata all’umiltà, all’auspicio resistente: in fondo va incontro al suo destino con timore e tremore: un destino legato alla terra che la contiene, al suo radicamento – appunto. Sta quaggiù, come spinata da un filo elettrico. Indubbiamente vi è il senso implicito del sacrificio.
Il linguaggio. Semplice, rispetto altri miei scritti. E senza particolari risvolti lessicali.
Il testo aveva questa esigenza.
Le righe, invece, mi hanno dato la possibilità di suddividere le strofe, come per definirle in un quadro di certezza in un vivere incerto. Inoltre l’aspetto visivo mi è sempre interessato; ho la tendenza a geometrizzare. Sinonimo di peculiarità volta all’ordine, alla precisione; ossimori nel contesto dove impera quasi una declinazione postuma, confessionale di questa rosa senza spine.
Ringrazio di cuore gli intervenuti… Un caro abbraccio.
🙂
una rosa è una rosa è una rosa è una rosa.
ma alcune sono più belle.
grazie ad Annamaria e Nina.
fabry
leggere, in questo luogo a me tanto caro, due voci così amiche tra loro e così importanti per me è stata un’emozione e una sorpresa.
di anna conosco la passione per la parola scritta e la grande capacità d’introspezione. sono felice che stia coltivando la sua scrittura. ciò che ho letto di lei mi conferma ogni volta le sue potenzialità.
di nina conosco l’animo sensibile e la luce interiore, che la portano a esprimersi a tutto tondo: come scrittrice, poetessa, performer. l’atto creativo fa parte di lei.
insieme hanno creato queste “rosae rugosae”: “una bellezza terribile”, come diceva Yeats. La bellezza terribile della nascita e della vita.
vi ringrazio per l’intensità che avete saputo comunicare: è rara e necessaria, amiche mie.
Molto belle
Per caso ho inviato a Nina, non molto tempo fa, la foto di questa rosa selvatica. Non mi sarei mai immaginata che lei ne avrebbe tratto ispirazione per una poesia così illuminata.
In realtà, non avrei dovuto stupirmi: entrambe condividiamo lo stesso interesse per una tematica forte, quella della necessità dell’Arte (e della Musica in primis) come fattore civilizzante, anche nei tempi più bui, quelli della guerra. Non è una tematica così ovvia, a ben pensarci.
Tutte e due avevamo sotto gli occhi un esempio storico esaltante: i concerti di guerra dei Berliner Philarmoniker diretti da Furtwängler, tenuti a Berlino tra il 1942 e il 1944. Ascoltando le registrazioni di quei concerti, ad esempio, è impossibile non emozionarsi: siamo di fronte a un documento storico terribile e contemporaneamente a una delle vette interpretative del secolo scorso.
Elizabeth Furtwängler, moglie del direttore, ricorda la frase di Boleslav Barlog, più tardi sovrintendente ai teatri berlinesi: «Un concerto di Furtwängler alla settimana, o ogni due settimane, era un buon motivo per restare vivi» e inoltre che spesso il pubblico doveva arrampicarsi sopra i cumuli di macerie per essere là ad ogni costo. Un pubblico, è da ricordare, popolare, trasversale, si direbbe oggi, certamente non elitario. Eccolo, il miracolo dunque. Allora, come dovrebbe esserlo anche adesso. Eccolo dunque, il canto segreto della Rosa, come l’ho chiamato, ovvero la spinta civilizzante dell’Arte, della Musica e della Poesia, nei tempi di abiezione, spinta che *deve* esserci e farci da guida. Le macerie della Berlino della guerra, infatti, esistono ancora, non più storicamente, ma metaforicamente, come macerie spirituale, fuori e dentro di noi.
“una rosa è una rosa è una rosa è una rosa…”, MISTICA ROSA.
Grazie a te Fabrizio:-)
GAJA: “Una bellezza terribile”, diceva il Maestro Yates. Aggiungo: terribile di bellezza, di rarefazione e stupore: come la Nascita, lo scorrere dell’Esistenza.
*
La vita è quello che è. Ci rende un po’ cionchi e claudicanti: accettiamolo. Sappiamo che abbiamo un Inizio: questa è l’unica certezza. L’altra – è una strada.
Il suo percorso non prevede ritorni, né rimpianti… E’ un andare-esplorare mentre esplori senza saperlo.
La fede è il dogma del viaggiatore.
Quando capiremo l’importanza dell’esplorazione, ecco, lì ci renderemo conto di cosa significi consapevolezza e amore; senza confini geografici; liberi; nudi, come spesso affermo, di una nudità impertinente – ma sana!
Le mani accoglieranno il buono e il malvago che avremo seminato-raccolto: solo quello.
Pupille tra le mani, pupille per osservare, pupille sgranate di gioia dopo il Tempo del Dolore.
Vere necessità del nostro essere qui et ora.
Senza prospettive, né punti di fuga.
Grazie, cara Gaja. Di cuore:-)
Un esempio: L’Ouverture del Coriolano di Ludwig Van Beethoven, diretta da Wilhelm Furtwängler il 27 Luglio 1943.
Mi ha sempre colpito per l’iperdrammaticità dell’attacco. Provate a immaginare COSA voleva dire quell’attacco ai berlinesi fra il pubblico…
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=QoultibNlus&hl=de&fs=1&]
Grandissima Anna!!! Ecco il cuore della questione. Il cuore del nostro argomentare intorno al testo poetico e al tuo scritto introduttivo.
Torniamo a qualcosa che non possiamo esulare. Ci appartiene!!!
“Eccolo dunque, il canto segreto della Rosa, come l’ho chiamato, ovvero la spinta civilizzante dell’Arte, della Musica e della Poesia, nei tempi di abiezione, spinta che *deve* esserci e farci da guida. Le macerie della Berlino della guerra, infatti, esistono ancora, non più storicamente, ma metaforicamente, come macerie spirituale, fuori e dentro di noi.”
“I concerti di guerra dei Berliner Philarmoniker diretti da Furtwängler, tenuti a Berlino tra il 1942 e il 1944” erano altresì fondamentali, e crearono una sorta di separatismo d’ opinione fra il popolo berlinese. C’era, di fatto, una netta divisione. Alcuni sostenevano – ci sono molti documentari a riguardo – che Furtwängler fosse un collaborazionista, così come gran parte degli orchestrali.
Altri affermavano il contrario.
Il problema dell’Arte e della Politica nella Guerra, è stato
meravigliosamente affrontato dal regista Istvàn Szabò nel film “A torto o a ragione”.
Nel film, Furtwängler (Stellan Skargard), è accusato di aver messo la sua Arte a servizio del Reich. Un ufficiale americano (Harvey Keitel) conduce una spietata e serrata indagine per incastrarlo, nonostante gli orchestrali lo difendano, e alcuni ebrei siano stati salvati grazie a lui.
Assolutamente imperdibile.
Il brano “L’Ouverture del Coriolano” è assolutamente strepitoso:-)
Grazie Anna, sempre più preziosa…
Quanta bellezza ovunque, regalata qui, che rimbomba fino a facebook, tuona dentro la levigata disperazione di vita di Furtwängler.. che privilegio leggervi, ascoltarvi, sentirvi.. grazie Anna e Ninì, emozionante combinazione, continuate a nutrirci.
Cara Monica,
la Bellezza genera Bellezza; non può essere altrimenti dal mio punto di vista. Sarò banale, però è un vero elemento salvifico… La spiritualità si eleva, trascende il senso comune delle cose; la creatività diventa un mezzo per osservare moltitudini del reale – di quell'”invisibile agli occhi” che è quasi proclama personale.
Grazie, dolce e sensibilissima amica. Sai, si creano strane alchimie umane: potenti, forti, determinanti, necessarie.
Io e Anna ci comprendiamo nel profondo.
Ieri, il mio compagno, mi diceva che ho “il culto dell’Amicizia”. Verissimo!!!
Aspiro a creare nuove alchimie ogni giorno.
Tu ci sei, ti sento nel cuore, e nel cuore ti stringo forte. Abbiamo sensibilità che ci accomunano: il progetto “LE DERAGLIATE” è una testimonianza.
Grazie, Monica. Furtwängler e le rosae ti siano Sollievo.
Il mio cuore fra le tue mani…
Nina
“Io credo che ci sia sempre una funzione civile nella poesia, anche se non manifesta ma sottintesa, direi collegata a quello che è l’inconscio collettivo (…)Dopo la bomba atomica, parlando di una rosa non si può più parlare di una rosa soltanto, ma verrà fuori qualcosa di diverso, che porta in sé la traccia di quest’altro mostruoso fatto del moltiplicarsi delle armi.” da Andrea Zanzotto, La poesia ha sempre una funzione civile (anche quando è nascosta), “Corriere della Sera”, 06/12/’08
Andrea Zanzotto ha ragione. Tra l’altro Zanzotto ha seguito Lacan, quindi conosce la compenetrazione collettiva, l’espressione del profondo, l’inconscio, la nostra parte oscura. Ha studiato moltissimo, portando tali eredità nella sua immensa scrittura poetica.
Hanno aiutato, tali acquisizioni, la sua depressione? Chissà… Ma non si è mai tirato indietro, e questo è un dato di fatto.
E’ semplice parlare delle rose in modo sentimentale; o rasentare il patetico. Ha senso se diamo loro un’implicazione altra.
Il passo da te riportato calza perfettamente con l’idea fondante degli scritti.
Equivale alla famosa domanda: “Esiste ancora la poesia dopo Auschwitz?”