
Sullo sfondo ci sono abitazioni, un castello, alcune case: è la città, la nostra città. L’azione avviene tra noi, sta coinvolgendo noi. Perfino il capro ci riguarda, con quell’aria innocente di chi è sul punto di essere immolato. Anzi, sarei tentato di leggere il dramma non tanto dalla parte di Abramo e Isacco, che rischiano di perdere la fede per lo strano comando del Signore, e nemmeno dalla parte dell’angelo, che ferma la mano già pronta a colpire col grosso coltello da cucina – un’allusione al divieto di sacrificare i figli agli idoli; sarei tentato di leggere il dramma dalla parte del capro, l’unico a portare fino in fondo la logica del darsi, del non concedersi sconti, del rinunciare alla furbizia della percentuale; l’unico senza riserve, che lentamente si trasforma in un altro capro espiatorio, su un altro monte, issato sul patibolo infame ai margini di un’altra città, la nostra, di gente che pensa di riuscire a cavarsela anche questa volta, come sempre.
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da qui

Caro Fabrizio ho avuto modo di apprezzare il tuo gusto musicale.Sensibile e raffinato.Se non fossi atea direi divino.Ma la tua è proprio una bella “anima” che mi affascina;ed entra nelle vene questo stupendo Bach che mi avvolge con le sue Ali e mi fa volare, sempre, in ogni momento.Sento di ringraziarti dal profondo silenzio del mio cuore…sorella.Marlene
grazie davvero Marlene.
una bella conclusione di giornata.
fabrizio
Dipinto bellissimo, in cui il gradevole equilibrio degli elementi compositivi, si amalgama in un paesaggio dai forti contrasti chiaroscurali, palcoscenico silenzioso
e impotente, sul quale si consuma il dramma dell’innocenza sacrificata ad una logica superiore, non sempre comprensibile.
Straziante il grido di Isacco, tenero agnello sacrificale, che piegato su un’arida pietra dalla mano assassina del padre, subisce l’onta inspiegabile del tradimento dell’amore, tanto amaro quanto il gesto sacrilego che gli punta contro il coltello.
Splendido il raffronto tra il volto disperato e sconvolto di Isacco e il docile muso del capro, che con atteggiamento mansueto, sguardo dolcissimo, e compresa partecipazione,
attende l’esito di un destino doloroso in cui non gli sarà risparmiata la morte.
Il capro simboleggia visibilmente Cristo, agnello innocente che si immola per amore, e che dall’amore stesso sarà tradito.
Le figure di Abramo e dell’angelo, ricordano moltissimo un altro dipinto, quello di “San Matteo e l’angelo”, sempre nella cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi,
nel quale Caravaggio dà a San Matteo le sembianze di Socrate, depositario di saggezza e di conoscenza, pur conferendogli una fisionomia alquanto popolare.
Abramo ha l’aspetto di un vecchio contadino, rozzo e stanco, le mani appesantite dal lavoro, la fronte corrugata nello sforzo atroce di compiere il misfatto odioso, mentre l’angelo di Dio, nella sua serafica bellezza, con gesto repentino blocca la mano sacrilega; la fresca apparenza di un mondo incorrotto cozza con la storia dell’umanità rappresentata da Abramo, che nel corpo segnato dagli sforzi e dagli anni ne prefigura il faticoso cammino.
Molto bello il dialogo muto fra Abramo e l’angelo fatto di sguardi, e il pathos, che colto in un crescendo d’intensità, viene smorzato negli occhi di Abramo, grazie all’epifania del divino.
Sono qui prefigurati l’intervento di Dio nella storia attraverso la Rivelazione, e l’alleanza ristipulata tra Dio e l’uomo grazie al sacrificio di Cristo.
Riecheggia nel cuore, lo sfondo ignaro e indifferente del nostro vissuto, dove si consumano i drammi quotidiani dell’esistenza, dove l’amore viene ancora tradito, e Cristo, ancora una volta, crocifisso.
grazie Titti, per questa interpretazione suggestiva e competente, come sempre sono le tue.
mi dispiace molto che sia sparito il commento di Fides.
un abbraccio
fabry