1+1+1+1…

fay2Nell’era digitale e pixeloforme di Facebook tutto appare fluido e semplice: con nonchalance cliccando su di un tasto si concedono amicizie e si elargiscono condivisioni che avranno la stessa (in)consistenza puramente virtuale della fotina o dei link che rubiamo da youtube a corredare il nostro profilo.

L’esperienza fondante dell’incontro autentico con l’Altro ( cioè, quello che Lévinas chiamava il nostro “sostituto”)- un’esperienza di carattere puramente sensuale ( nel senso che implica l’utilizzo necessario dei cinque sensi)- si riduce così ad essere una pratica surrogatoria o incidentale. In alcuni casi addirittura temuta: che cosa accadrebbe infatti alla nostra vita se l’amico di facebook si materializzasse davvero? Ecco così che quei lemmi –amicizia-condivisione- , di per sé tanto eticamente alti, servono talvolta ad oscurare la profonda solitudine di esistenze che si accontentano di dare-richiedere amicizia limitandosi a sbirciarne gli aggiornamenti nell’altrui profilo. Profilo: qui il termine è assai azzeccato, vista la superficialità di un contatto che è intrinsecamente inautentico, ridotto com’è quasi sempre ad un approccio meramente visuale ed unidimensionale. Il riscontro fisico con il nostro prossimo, il felice- o tragico- intersecarsi della nostra esistenza con quella altrui si arresta così sul confine di una collocazione del tutto fantasmatica e virtuale. In realtà già Shakespeare aveva previsto che uno dei meccanismi più efficaci attraverso cui si attuava la riduzione/reificazione dell’Altro stava nel relegare il nostro prossimo ad una condizione di immaterialità, di virtualità, di non-esistenza. Tutti ricordano la stringente, furiosa serie di domande retoriche poste da Shylock nel suo “Mercante di Venezia”: M’ha maltrattato, m’ha fatto perdere mezzo milione; ha riso delle mie perdite, ha sghignazzato sopra i miei guadagni, ha offeso ed oltraggiato la mia razza, ha ostacolato i miei affari, m’ha alienato gli amici e aizzato contro i nemici; E perché? Perché sono ebreo. Ebbene. Non ha occhi un ebreo? Non ha mani, organi, membra, sensi, affetti, passioni? Non s’alimenta di cibo? Non sente anche lui le ferite? Non è soggetto anche lui ai malanni? Estate e inverno non son caldi e freddi per un ebreo come per un cristiano? Se ci pungete, non facciamo sangue? Non moriamo se voi ci avvelenate?” Questa percezione distorta dell’Altro, questa postulazione recitata dell’immaterialità altrui si verifica poi in maniera sempre più eclatante quando i media si (dis)occupano di morti collettive ( per strage, incidente, sbarco,…) come se il riscontro numerico impedisse una qualsiasi presa di coscienza reale, rendesse impossibile una qualsiasi forma di lutto o di partecipazione autentica alla tragedia. Forse per restituire al reale ciò che davvero gli appartiene, invece di parlare genericamente dei 1274 migranti inghiottiti dal mare nostrum nel 2008( cioè una vera e propria  ‘strage di stato’ dolosa e perpetuata neltempo) o dei 186 bambini di Beslan o delle stragi del sabato sera si dovrebbero tentare di restituire ad ogni tragedia quei contorni e quelle dimensioni reali che la riguardano. Per far questo bisognerebbe partire dalla irripetibile unicità e singolarità di ogni individuo coinvolto in questi avvenimenti. In una commovente meditazione laica rinvenibile anche su youtube il grande artista francese Boltanski, spiegando il senso della sua esposizione al Museo per i morti di Ustica, dice : “Non dobbiamo pensare ad 81 persone morte, ma ad 1+1+1+1 perché ogni vita è unica e diversa”.

Sogno un quotidiano irrealizzabile fatto come una Antologia di Spoon River day by day, composto di biografie e vite, di immagini e ricordi a dimostrare quanta irripetibile sostanza e profonda ricchezza è presente nella vita di ciascuno di noi, quanta aspirazione alla bellezza e alla felicità fosse presente nella vita di coloro che non ci sono più . Forse, solo se cominceremo a pensare ad ogni persona come monade irreplicabile, potremo cominciare davvero a percepire l’Altro per quello che lui è. Un grande filosofo urbinate Italo Mancini diceva che ormai si erano chiusi i due grandi cicli della filosofia dell’Occidente, che non erano stati innocui visto che avevano dato luogo agli universi concentrazionari e all’arrogante ideologia dell’identità: il ciclo della filosofia dell’essere (l’ontologia come totalità che annulla e domina i singoli enti) e il ciclo della filosofia dell’io (con tutta l’egologia e l’egolatria che comporta). Quella che lui sperava sopraggiungesse come condizione di pace e di speranza per il nuovo millennio, era la levisiana filosofia dell’Altro: riconoscere e mettere l’Altro al centro di tutto, l’Altro e il suo volto, un volto da contemplare, da accogliere, da carezzare, da amare. Il volto come altro da me, ma non come altra cosa da me, il volto come termine di ogni rapporto positivo, il volto altrui come realtà che non si può trascendere, che non permette che si vada ‘oltre’ senza fermarsi.

6 pensieri su “1+1+1+1…

  1. Giocatore d'Azzardo

    Non ho idea del seguito, sono quasi ubriaco, ma nell’incipit mi pare di aver colto che parlassi male di facebook. Se anche il seguito è sulla stessa lunghezza d’onda: sono d’accordo! Rilegerò samattina.

    Blackjack.

    Rispondi
  2. Mario pandiani

    Io credo che la reificazione dell’altro parta da prima, ben prima che i media la sanciscano come unico modo di trattare l’argomento della morte e della sofferenza.
    L’uomo occidentale, (l’uomo moderno, ormai è dovunque), parte, in generale, da una reificazione di se stesso, Ceronetti ne parla usando il neologismo; “Utente della vita”.
    Quasi tutti si riconoscono, nella loro esistenza sociale, familiare e personale, in base a attribuzioni e criteri di carattere catalogativo, ognuno di noi, dall’archivio statistico delle maschere che ci sono proposte attraverso tutti i modi in cui questa società ci educa, raccoglie quelli che più gli calzano e quelli dettati dalle contingenze materiali o psicologiche e perchè no, dalle appartenenze religiose.
    Il riconoscimento dell’altro avviene evidentemente nello stesso modo, il numero tende ad azzerare il residuo umano che la coscienza conserva in qualche angolo nascosto.
    Facebook non è che l’ultima propaggine di un meccanismo che nella storia moderna ha avuto altri punti di svolta; Marx ad esempio, la rivoluzione industriale, le ultime guerre, insieme a quell’innumerevole, incontenibile e asfissiante mole di buone intenzioni, proprio quelle che lastricano l’inferno in cui viviamo.
    Ora, è giusto e sacrosanto accusare queste manifestazioni di massa e le cronache dei giornali e tv di contribuire alla desertificazione dell’uomo e al suo annullamento in favore di un simulacro modellabile a comando, ma se dobbiamo accettare quella figura retorica del 1+1+1+1+1… quando si parla di morti e di sofferenza, dobbiamo anche considerare che non è l’abolizione di un mezzo che annulla il suo effetto o ne estirpa la causa, e che è solo da noi stessi, personalmente e interiormente, 1+1+1… che possiamo partire per una ricostituzione della persona e del suo rapporto con l’altro, questo è il lievito, il pane crescerà da solo e renderà alla fine palese l’inconsistenza degli idoli, che si chiamino “Profilo” “costernazione” o semplicemente “io”.
    Anche perchè non si può assolutamente imporre all’altro il nostro amore, la nostra accettazione o la nostra filosofia, è necessario che l’altro, sentendosi riconosciuto, ci si soffermi, allora tutto sarà più facile, come il Profeta Daniele, che gettato fra le belve, queste riconoscendolo nell’immagine e nella somiglianza con il loro creatore si accucciarono vicino a lui senza nuocergli, naturalmente attratte dalla sua pace.

    Rispondi
  3. Lucio Angelini

    Quando qualcosa non ci costa nulla, tendiamo ad elargirla con artefatta generosità e senza badare ad accrescitivi: salutoni, auguroni, bacioni, abbraccioni… amicizia su facebook.
    Però la rete, in qualche modo, tiene anche compagnia. Una bella sgranchita alle gambe, la mattina, girellando di blog in blog può riservare anche piacevoli sorprese. Sarebbe piaciuta anche a Italo Mancini, con il quale mi laureai nel lontano 1971 con una tesi su “Forme di misticismo indotte chimicamente”: ebbe la temerarietà di accettarla.

    Rispondi
  4. antoine doinel

    Stavo considerando che questi sono gli stessi pensieri che s’affacciavano quando si usavano le prime chat una dodicina (ehm, se così si può dire) di anni fa poco più, poco meno, e ci si chiedeva come sarebbe stato il reale rispetto a questo genere di conoscenze webbiche.
    Un disastro, quasi sempre.
    Spreco di energie, risorse umane che diventano spazzatura e troppo raramente Bellezza.

    Sto cercando il Reale, dopo tanto tempo, abbandonando gradualmente il virtuale o, perlomeno, cercando di limitarlo al massimo.
    Vivo senza televisione e scrivo.
    Leggo libri e, qualche volta, corro.

    E’ più salubre.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *