
di Loris Pattuelli
Dura la vita dopo l’apocalisse. Dura, ma ancora possibile. Per arrivare dalle parti del mare, bisogna incrociare città, campagne, centri commerciali, boschi, periferie e paesi.
Sulla strada di nuovo? Può darsi. C’era una pista felice che attraversava tutta la terra e, se guardi bene, c’è anche adesso.
Un uomo e un bambino la percorrono con un carrello pieno di barattoli, coperte e teli di plastica.
Hanno anche un kit di pronto soccorso e una pistola con due proiettili.
Amore è una parola di cinque lettere, proprio come morte, vita ne ha invece soltanto quattro, tre meno di libertà, sette meno di compassione.
Credo che la cosa abbia a che fare con la nostra idea di speranza, forse anche con il canto dei grilli e degli uccelli migratori.
Un uomo e un bambino si dirigono verso il mare e conservano un fuoco che promette di riportare tutto a casa.
Il film – diretto da John Hillcoat – qualche settimana fa era al Festival di Venezia. I pochi che hanno potuto visionarlo parlano di scarsa spettacolarità e di eccessiva cupezza. Potrebbe essere un buon segno. Il libro, infatti, è proprio così, ed è un capolavoro.
In attesa di un distributore italiano, non ci resta che il trailer, pure lui molto cupo e non troppo spettacolare.
Se devo dire la verità, l’unica cosa veramente grande è la scena del bambino che scopre le bollicine della Coca-Cola.
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=hbLgszfXTAY]
Volendo rileggerlo, l’episodio si trova a pagina 18:
“Vicino alla porta c’erano due distributori automatici di bibite che erano stati rovesciati a terra e aperti con un piede di porco. Monetine sparse nella cenere. L’uomo si sedette, passò la mano fra gli ingranaggi delle macchine sventrate e nella seconda riuscì ad afferrare un freddo cilindro di metallo. Ritirò lentamente la mano e si ritrovò a guardare una lattina di Coca-Cola.
Papà che cos’è?
E’ un regalo. Per te.
Ma che cos’è?
Vieni. Siediti.
Gli tolse lo zaino dalle spalle e se lo sistemò accanto, sul pavimento, poi infilò il pollice sotto la linguetta di alluminio e aprì la lattina. Avvicinò il naso al leggero sfrigolio che ne usciva e la passò al bambino. Forza, bevi, disse.
Il bambino prese la lattina. Fa le bollicine, disse.
Forza.
Guardò il padre, poi inclinò la lattina e bevve. Rimase lì a pensarci per un attimo. E’ proprio buona, disse.
Sì, infatti.
Bevine un po’ anche tu, papà.
Voglio che la bevi tu.
Solo un po’.
L’uomo prese la lattina, bevve un sorso e gliela restituì. Bevila tu, disse. Stiamocene seduti qui per un po’.
E’ perché non ne potrò bere mai più, vero?
Mai è un sacco di tempo.
Ok, disse il bambino”.
Cenere fradicia, grappoli di cavi, pali della luce anneriti, praterie livide e desolate, fanghiglia grigiastra. Questo è il paesaggio che si vede dalla strada.
Ogni cosa sganciata dal proprio ancoraggio, e a me è venuto in mente Il secondo Avvento di William Butler Yeats.
Di questo testo esiste una traduzione in lingua italiana firmata Roberto Sanesi:
Ruotando e roteando nella spirale che sempre più si allarga,
il falco non può udire il falconiere;
le cose si dissociano; il centro non può reggere;
e la pura anarchia si rovescia sul mondo,
la torbida marea del sangue dilaga, e in ogni dove
annega il rito dell’innocenza;
i migliori hanno perso ogni fede, e i peggiori
si gonfiano d’ardore appassionato.
Certo qualche rivelazione è vicina;
certo s’approssima il Secondo Avvento.
Il Secondo Avvento! E le parole sono appena dette
che un’immagine immensa sorta dallo Spiritus Mundi
mi turba la vista; in un qualche luogo nelle sabbie del deserto
una forma dal corpo di leone e dalla testa d’uomo
con gli occhi vuoti e impietosi come il sole avanza
con le sue lente cosce, mentre attorno
ruotano l’ombre degli sdegnati uccelli del deserto.
Nuovamente la tenebra cade; ma ora so
che venti secoli di un sonno di pietra
furono trasformati in incubo da una culla che dondola.
E quale rozza bestia, finalmente giunto al suo tempo avanza
verso Betlemme per esservi incarnata?
Sempre a proposito di Secondo Avvento, esiste anche una versione cantata da Joni Mitchell:
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=n0ggfs2kgfY]
Non so come ha fatto ad arrivare sulla mia scrivania, ma adesso è lì, ed è proprio quello che ci voleva per continuare questa scampagnata dietro l’uscio di casa.
Sto parlando di London Calling dei Clash, sicuramente uno dei dischi più amati degli ultimi trent’anni. Quando uscì, nel 1979, la progenie dei Beatles era moribonda, e il suo killer (il punk) non stava molto meglio. A quel tempo la Disco Music faceva ballare milioni di persone, e il rock sembrava un ferrovecchio, una musica suonata da imbecilli per un pubblico di idioti.
Londra chiama le città lontane
ora che la guerra è dichiarata
e la battaglia è in corso
Londra chiama il mondo sommerso
venite fuori dal guscio
tutti voi ragazzi e ragazze
Londra chiama.
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=4SvhlhR6boA]
La copertina è una bellissima foto di Penny Smith che riprende Paul Simonon mentre sfascia il basso sul palco del Palladium, a New York, incorniciata in una scritta che è la stessa, colori e posizione, del disco d’esordio di Elvis Presley. Il disco è invece un misto di Reggae, Dance, Rhythm and Blues, Jazz, Soul, Rock,n’Roll, poesia, rabbia e melodia.
Non so come ha fatto ad arrivare sulla mia scrivania, ma adesso è lì, e io sento il bisogno di ringraziare l’Umana Provvidenza.
London Calling non è soltanto il disco che trent’anni fa mantenne in vita lo spirito del Rock’n’Roll, ma è anche la colonna sonora ideale per qualsiasi party apocalittico, per qualsiasi disastro evolutivo, per qualsiasi diluvio delle coscienze, per qualsiasi fuoco fatuo ancora capace di voltare e rivoltare le strade di questo mondo.
E adesso, per un finale veramente degno di questo nome, dovresti tornare all’inizio del post e guardare il trailer con la musica di London Calling.
Se il gioco è stato di tuo gradimento, potresti fare anche il bis con il libro di Cormac McCarthy.

The Road di McCarthy è un capolavoro ma è anche un libro di fantascienza horror… proprio così… il film non può essere spettacolare perché il romanzo è tutto concentrato all’interno alla ricerca dello heart of darkness che costituisce il core dell’umanità…
Era una canzone apocalittica che ben si addice a “la strada” di McCarthy. C’era allora (1979) la paura del nucleare, di cui parla anche J Strummer nel testo di London Calling…Però nel 2007 l’esplosione secondo McCarthy c’è già stata. E’ il mondo (quasi) senza di noi, la madre del bambino si è uccisa ma il padre avanza col figlio verso sud. Il padre porta la speranza anche nel suo corpo malato. E’ un umanesimo del grido quello di McCarthy, l’unico all’altezza del nostro tempo…Come la musica dei Clash. Ma il futuro non è scritto…Non so se questo sia o meno un bene.