7047.64

Isola di Pasqua, novembre 2008

Isola di Pasqua, novembre 2008

È il numero dei chilometri che separano Auckland, Nuova Zelanda, dall’Isola di Pasqua (o Rapa Nui), attualmente parte dello stato cileno. Settemila chilometri e sessantaquattro centimetri di sola acqua, acqua, acqua.
L’anno scorso ho preso un aereo che ha solcato l’Atlantico e mi ha portata in Cile; dopo una settimana un altro volo mi ha tenuta sospesa su quattromila chilometri di immenso blu per depositarmi in un aeroporto su un’isola sperduta in mezzo al nulla: la terra più vicina quella da dove ero partita. Un’isola a forma di boomerang il cui periplo è fattibile a piedi in un giorno. Da tenere sul palmo di una mano, con tutti i suoi misteri.
Ma non sono le statue, i moai neri che danno le spalle al mare, non sono gli altari su cui sono poggiate o su cui giacciono infrante, e neanche quel meteorite lucido la cui frequenza energetica ha mandato in cortocircuito la mia: non sono i misteri, i sacrifici orrendi, gli assassinî delle faide tribali, le lotte di potere tra aristoi e plebe, le grotte buie o l’oceano pieno di squali che l’anno scorso mi hanno risucchiata nell’emozione, a Rapa Nui.
È stato quell’enorme blu tutto intorno. Quella colata ribollente di mare infinito a cui l’isola resiste, silenziosa, sperando che ci sia solo pace e prosperità, vita a ritmi lenti. Quattromila chilometri per il primo ospedale, ma ritmi lenti, distacco. Accettazione. Isola-mento.

Un anno fa sono arrivata a Rapa Nui correndo. Come un intercity su una rotaia che voleva essere la mia vita: un uomo e un figlio, volevo solo questo. Poi sì, anche la scrittura, le mie varie attività creative, ma Unuomoeunfiglio era il nome della stazione a cui era diretto il mio treno, da vent’anni.
Ne avevo 44, l’anno scorso. Il treno invece si è fermato in mezzo alla campagna. Arenato di fronte all’evidenza che il ritardo procreativo non sarebbe stato mai più recuperabile. C’era solo da chiedere il rimborso del biglietto e ingoiare la delusione della corsa impaludata. C’era forse la necessità di cambiare direzione.
Desiderare altre cose.
Smettere di correre.
E all’Isola di Pasqua non puoi correre: c’è solo oceano blu intorno, onde alte quattro metri anche quando il mare è calmo. E rocce scurissime prese a ceffoni; puoi tuffarti oltre loro, prenderti in faccia il mare e affogare se vuoi.
Oppure puoi prendere l’isola come una boa.
La boa intorno alla quale si è arenato il tuo intercity nella corsa per il niente. Puoi scendere da quel treno, e girarci intorno, lentamente; e scegliere che se le statistiche hanno un senso, hai forse altri 44 anni davanti a te. Quelli della discesa iniziale, che poi diventa declino, sì: ma tuoi, e da vivere. Questa è stata l’Isola di Pasqua l’anno scorso: la boa intorno a cui voltare, prendendo le misure di alcune sconfitte. Ci è voluto un anno per girarle in cerchio, adesso cammino verso il ritorno con altra consapevolezza.
Ora, tra poco, riparto per l’emisfero sud: un’isola neozelandese abbracciata dall’oceano, distante 7047 chilometri e 64 centimetri da Rapa Nui; ma questa volta il mio aereo segue la direzione da occidente a oriente, sorvolando l’Asia invece che l’Atlantico.
Quest’anno arrivo da sinistra, dalla linea del cuore, sperando che il Pacifico mi dia ancora la sua buona spinta, che le onde puliscano, lasciando la forza della mia roccia.

11 pensieri su “7047.64

  1. monicamazzitelli

    Piazzale Susa a Milano? Mia sorella abita proprio lì, è la zona di Milano che conosco meglio. Credo che potrei, anzi, che dovrei.
    Devo interpretare la tua domanda come tale o come una proposta provocatoria?

    Rispondi
  2. carmine vitale

    onde ,ritmo sogni in sospensione
    qui tutto sta dove deve
    come in una nuvola
    tutto molto bello
    il passaggio dal cielo alle rotaie è la forma della bellezza
    un sogno ad occhi aperti
    un dono
    grazie
    c.

    Rispondi
  3. Roberto Plevano

    Ah, la Nuova Zelanda… mare e montagna, vela e arrampicate, panorami, prati verdi e tante tantissime pecore. Già mi vedo, signorotto di campagna, amministrare la mia farm spostandomi a cavallo, e partire per escursioni su vette inviolate. Battere qualche record di volo libero. Circumnavigare con il windsurf, sfidando squali e mareggiate.
    Una mia amica è andata a insegnare in un’Università neozelandese a duecento km da Auckland. Dopo sei mesi, e migliaia di mail agli amici, confessava che moriva di noia. Ma lei è un tipo cittadino.

    Rispondi
  4. monicamazzitelli

    Grazie Carmine <3
    Roberto, anche io sono un tipo cittadino, penso che dopo sei mesi di campagna neozelandese sarei pronta a tornare a Roma anche a nuoto 😉 Per me vale come stacco, ma non come scelta di vita: ho bisogno non solo degli amici, ma essere immersa nell'arte: mostre, concerti, presentazioni di libri, you name it… altrimenti implodo..

    Rispondi
  5. lambertibocconi

    Interpretala un po’ come vuoi, Monica… E quando passi a trovare tua sorella, dammi un segno che scendo anch’io! 🙂 Buona giornata.

    Rispondi
  6. sparz

    che invidia, Monica, avrei sempre voluto andare sulla misteriosa Rapa Nui, l’ombelico del mondo, te pito o te henua, ma mai ho attuato il proposito e non lo vedo probabile per il futuro. Ma ho apprezzato molto questo tuo flash Grazie.

    Rispondi
  7. monicamazzitelli

    Molto volentieri Anna! Sono una delle poche romane a cui piace sinceramente Milano.. Ho quasi digerito un affair sentimental su Monza che mi aveva tolto voglia di venire, ma ora sono di nuovo pronta 😉 Quanto torno dalla NZ vengo su e ci beviamo un caffè con molto piacere se vuoi.
    Sparz!! Pensa che io ero indecisa se visitarla o meno, e invece è stata una meta della mia vita. Cerca di andarci, se puoi. Non c’è molto da vedere, in realtà, ma è un luogo totalmente magico. Io ci tornerò di sicuro, se troverò la persona giusta per farlo.

    Rispondi
  8. Anna Costal.

    “Quella colata ribollente di mare infinito a cui l’isola resiste, silenziosa, sperando che ci sia solo pace e prosperità, vita a ritmi lenti.”
    Ecco, io qui mi sono emozionata, su questa frase. Chi è che non ha sognato e non sogna quel distacco dal tempo che ci obbliga a correre, pur di non perderlo? Chi è che non sogna una sua personale Isola di Pasqua, lontano, lontanissimo, una vita senza ansie e aspettative? Grazie Monica, per quello che dici e per la tua scrittura potente e intensa.

    Rispondi
  9. eventounico

    Tu non puoi smettere di correre. Hai troppi desideri. Sei l’unica che può averne così tanti eppure che riesce a scendere dal treno ed a girargli intorno. La tua è una vita fatta di linee chiuse. Appena hai racchiuso un ricordo, subito la linea si apre e riparte, come se gli anni non fossero passati. Una venatura della roccia. La linea si rettifica. Diventa la riga dalla quale parte una nuova storia. Quella che già immagini, oltre il destino, e che non riesce nemmeno a fari rimanere alla stazione un minuto di troppo. Sali su un altro treno e ti siedi. E’ occupato il posto accanto a te ?

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *