
Sabato 10 ottobre, la Casa della Poesia di Vercelli partecipa alla IV edizione del Festival Torino Poesia, che quest’anno gode del patrocinio del MiBAC (Ministero per i Beni Artistici e Culturali), con un evento a cura della poetessa Francesca Tini Brunozzi, fondatrice della Casa della Poesia e collaboratrice di Torino Poesia.
Si tratta dell’incontro dal titolo “iPop ultima generazione – Il podcasting radio-televisivo pop nella poesia italiana contemporanea”, una conversazione tra il sociologo, originario di Vercelli, Ugo Ceria e lo scrittore milanese Franz Krauspenhaar sull’immaginario pop – ossia ‘popular’- nella poesia italiana contemporanea, con particolare riguardo alla tradizione orale di testi canzone e di spot e jingle pubbilicitari.
Gli autori (entrambi in uscita con una raccolta di liriche per le Edizioni Torino Poesia) interverranno con esempi e letture dalle loro stesse liriche e si rapporteranno al tema del pop come fenomeno letterario, entrando nel vivo della propria esperienza professionale rispettivamente di pubblicitario (Ceria) e di critico-blogger (Krauspenhaar).
La conversazione, a cui prenderanno parte anche il giornalista Guido Michelone nello specifico della musica e dei mass-media, lo studioso Enrico Terrone nello specifico del cinema, e il poeta Tiziano Fratus (direttore artistico di Torino Poesia) sarà estesa anche al pubblico.
Per l’occasione, verranno presentati per la prima volta al pubblico le raccolte di poesia “Il cartografo” di Ugo Ceria (Edizioni Torino Poesia, 2009) e “Franzwolf” di Franz Krauspenhaar (Edizioni Torino Poesia, 2009).
L’appuntamento, a ingresso libero, è per sabato 10 ottobre alle ore 17 nella nuova sede della Casa della Poesia presso Santa Chiara, in corso Libertà 300 a Vercelli.
Franzwolf. Un’autobiografia in versi
di Franz Krauspenhaar
Esistono opere in versi che precipitano nei ricordi e nelle scelte di un uomo. Franzwolf – titolo e nome di battaglia del romanziere e agitatore culturale Franz Krauspenhaar – propone al lettore una raccolta di racconti in versi in cui descrive le figure del padre e della madre, già poli intensamente pulsanti nei suoi romanzi, momenti legati alle diverse età della vita; da scrittore che riflette sull’arte o meglio sull’esistenza di chi fa della scrittura una parte sostanziale, un pilastro della propria vita, Krauspenhaar si imbatte in alcune delle figure più significative della cultura moderna e contemporanea, quali i pittori Francis Bacon e Jackson Pollock, descrive i paesaggi urbani di Milano, allarga l’obiettivo fino agli Stati Uniti, che ha avuto modo di attraversare in nel corso di un viaggio. Un’autobiografia in versi, come riporta il sottotitolo, in cui l’autore si incide parole (e versi) sulla pelle.
LETTERA MORTA
Una volta questa città era un coro.
Si aprivano le porte al grigio,
alla nebbia. Nel sole c’era oro.
I ricordi svisano come tracce,
sono sabbia sotto le ore, le mani
sudano, e la pietà incalza.
Stavamo stesi sui balconi, come
lenzuoli, a guardare i cortili,
il gioco dei bambini, noi stessi,
l’asfalto, e le rare, fonde buche.
Le auto così piccole, sulla ghiaia.
Facendo quattro passi eravamo
fuori, a leccare comignoli.
Non si capiva dove stava la sera,
e il confine, sull’occhio dell’erba,
fuori città. Sentivo chiamare
le canzoni: “Azzurro”, e “Occhi
miei”. Mia madre mi prendeva
la mano, sotto la Rinascente,
prima dell’estate; rinfrescava
al piano abbigliamento.
Poi anni, nient’altro. Gemere
di chiavi, nella sera sparuta.
Arroccata. Le sirene, sotto,
serpenti di latta. Auto pesanti.
Piccoli, i ragazzi. Neri, rossi.
Sotto al liceo, le motociclette.
Venivano a festa le carrozze
e i sandali, e il rock bandito.
Rumore di chiavi; spazzolare
il sangue dai crani. Le lotte,
e sotto, nelle piazze, le bombe.
Finché, lentamente, l’allentare.
In disco era come sull’Hudson,
nuotavano pesci variopinti,
tra danze e bacini storti, e colori
autunnali. La moda, dipinta
a bandiere firmate, e prosecco
nelle fauci ritmate dal jazz.
Cambiare, lavorare, andare secchi
nell’era post atomica, la tangente
sordida, la svelazione, il mistero
cupo negli occhi, inizio di una era
senza speranza, o meno.
Doppiate le cime, navighiamo
verso il Duomo. Con pochi soldi
nel sottile fenolo della crisi, ognuno
tappato in casa; a consumare le unghie
sui computer, scrivendo lettera morta.
HAIKUGLOBETROTTER
Manicotti caldi
segnano Temp
autostrada
della vacanza
segnerà
****
La tua lontananza
è come il vento
fresco, o il pesto
****
Breakfast in America
Poltergeist ad Hollywood
Bonanza on television
noia maledetta noia
****
Ricordi. Amaretto di
Saronno. L’originale.
Superstrada direzione
Malpensa, ferale
****
Cudicini Lodetti Pera
Cavaloni Busacca
Rivera Riva Nembo
Kid
****
Ecce tonno, tonno
subito, Buzzanco
mano al fianco
tutosexy. Palmera
squarto
****
Bagnoschiuma Vidal
menomale che c’è
Grappeggia. Aiazzone
prezzi inchiodati
è Pasqua croce,
delizia
****
Estintori Meteor.
Arbitrerà la partita
il signor Barbaresco
di Cormons. O il Mons
Barbaresco del Signor
****
Sesso a Paypal.
Nudi alla vetta.
Curvi alla cassa
****
Letteratura troia.
Intervistano fighetti
alle webtv, io spacco
culi a passeri, posso
con Zoppas, sucas

Franz, in bocca al lupo!
Franzwolf, Franzwoolf.
véronique
Come vorrei essere con voi a Vercelli 🙂
purtroppo non è poesia. se questa è la deriva che ha preso la cultura italo-tedesca c’è di che vergognarsi. mai letto niente di peggiore in vita mia. spero sia uno scherzo di cattivo gusto ma temo di no.
Krauspenhaar é il cantore sbigottito di una Milano vista dal basso, dal punto di vista di un bambino. La mano della madre
che lo tiene stretto nel tentativo di non farlo crescere,
perché adori ancora a lungo, ció che lo circonda, il poco sole, e le macchine piccole al fondo del cortile, Azzurro.
Da quel mondo, dal ricordo di passeggiate disturbate da spari di banditi, il Poeta ci manda pulsioni, lacrime e risate. Cosa vuole, signor Federico Barbarossa, che al Poeta
importi se tutto é questo è deriva quando é in gioco un gioco crudele.
Tutti i gusti sono gusti. Se un redivivo Cesare di Hohenstaufen preferisce le incomprensibilità di un ermetismo agli sgoccioli, prego si accomodi. Io preferisco un altro tipo di stralunatezza, magari veterodadaista, ma con contenuti comprensibili, come quella di Franz.
“Stavamo stesi sui balconi, come
lenzuoli, a guardare i cortili,
il gioco dei bambini, noi stessi,
l’asfalto, e le rare, fonde buche.
Le auto così piccole, sulla ghiaia.”
Queste belle immagini le sento anche mie, Franz.
Auguri per il libro e la lettura.
Giovanni
Come ha detto Nuscis, queste tue immagini, caro Franz, le sento anch’io mie. E ringraziandoti per avercele donate, auguro ogni bene a questa tua raccolta. E non dar retta al Barbarossa (però devo dire, per onestà, che è molto di moda, ora, il suo nome). Con la stima e l’affetto che sai. Fabio F.
Sinceramente non si capisce un emerito tubo. A me sembrano marchette di quelle che certi signori sbattevano sui muri dei vespasiani, solo che quelle erano divertenti mentre queste di Krauspenhaar farebbero sboccare anche la più ingorda delle bocche buone. Non è poesia. Non sono slogans. Non sono nemmeno marchette o frasi raccattate per baci perugina o profilattici usati a metà prezzo.
Non me lo chiedo neanche più che c’ha in testa certa gente che scambia la spazzatura per poesia. La spazzatura ha una sua dignità per puzzolente che sia. Questa no.
Una volta questa città era un coro.
grazie Franz: è proprio quello che manca, alla città di oggi.
la tua capacità di radunare, di mettere insieme.
un abbraccio
fabry
grazie di cuore alla dolce veronique, a marino magliani narratore dal “colpo di tacco”, a riccardo ferrazzi che mi conosce bene, a giovanni nuscis e fabio franzin – poeti veri, puri, di razza, mentre io sono un narratore che stavolta ha deciso di raccontare in modo diverso – e ovviamente al caro fabrizio, che mi ricorda qualcosa di fondamentale. abbracci sentiti.
Bravo. Raccogli solo le lodi sperticate. Ma tu sai di non meritare complimenti.
questo non é giusto, Iannozzi, ció che avevi da dire sulla poesia o sulla non poesia come la chiami tu, di Kranspenhaar l’hai detto, e lo stesso Krauspenhaar su cui hai detto, non é entrato nel tuo solco, ma non hai diritto di estorcegli un commento. Non puoi estendere quello stesso commento perché la persona da te commentata non ha commentato te. La deriva sono
79 commenti di nulla.
Gemere di chiavi.
Ci sono immagini in cui credo molto nella poesia di Krauspenhaar. Poche cose mi sanno parlare di un silenzio di palazzo finita l’infanzia. ( poi anni, nient’altro ). Ritrovo qualcosa di mio, ma nel mio caso,
come di liberazione sognata dall’infanzia, nel mio caso come
silenzio rurale.
Cudicini Lodetti Pera
Cavaloni Busacca
Rivera Riva Nembo
Kid
io trovo lo humour nero degli haiku maledettamente divertente; certo, c’è l’istrionismo di chi non perde il vizio della narrazione, e nemmeno il pelo, e difatti ci ritroviamo come titolo un nome da lupo mannaro, che s’aggira per una città cattiva, cattiva… ma insomma, chi se ne importa dopotutto se qualche volta c’è l’eccesso che non domina un “sommo” “versificare”? – il dato dell’esperienza umana qui è superiore (e, infatti, azzeccato il sottotitolo, secondo me).
E poi ci sono queste cose qui, che sono belle e basta:
Poi anni, nient’altro. Gemere
di chiavi, nella sera
Tanti auguri per questo libro, Franz.
Un saluto caro,
r
bellissime immagini
un lungo flash dalla vita
c.
Dal prosecco nelle fauci ritmate dal jazz al consumar le unghie sul computer.
Una parabola esemplare.
Grazie Franz per queste belle immagini.
P.
Gli umanisti non finiscono mai di stupirmi: un testo o e’ sublime o fa schifo… E questa sarebbe critica? Questa e’ logica binaria allo stato puro. Bisogna stare attenti a dire che un testo non e’ poesia. Anzitutto si dovrebbe fornire la definizione di poesia, ammesso che ne esista una. Io parlerei piuttosto di stile poetico. Personalmente non amo certa poesia “intelligente”, quella cerebrale fatta di frasi e pensieri sconnessi, incapace di regalarti un suono, un’immagine, un sapore. Ma di certo non mi arrogo il diritto di giudicare “non poesia” un testo del genere. Semplicemente dico che non mi piace. Punto. Questa di Franz mi piace. C’e’ una storia dentro, e potrebbe essere anche la mia storia. Ma non e’ questo il punto. Qui non abbiamo a che fare con un narratore che gioca a fare il poeta per vincere la noia. E’ una poetica che nasce da un malessere profondo la sua. “Non si capiva dove stava la sera,/ e il confine, sull’occhio dell’erba”: non e’ poesia questa? E poi: “Doppiate le cime, navighiamo/ verso il Duomo. Con pochi soldi/ nel sottile fenolo della crisi, ognuno/ tappato in casa; a consumare le unghie/ sui computer, scrivendo lettera morta”. Non solo e’ poesia questa. E’ denuncia, e’ rabbia, e’ confessione.
Una pop visione, caleidoscopica, e subito prima invece: da “ringhiera”, milanese- amorevole ma per mancanza..
Tenerle insieme è la posta della scrittura, perché “una volta questa città era un coro..”Mi fai venire voglia di postare qui, “Mobbing” racconto mio su Milano.
Buona vita e buon libro Franzo, che ho visto l’altra sera, all’Arci Turro! Maria Pia Q
K. puo’ non rispondere, ma così si comporta al pari del nostro premier cui gli si pongono delle domande e lui tace, tranne poi urlare d’essere un perseguitato etc. etc.
Torno a leggere le pareti dei vespasiani che non hanno buttato ancora giù: c’è più poesia lì che non qui.
grazie ancora per le belle parole. chi puo’ venga oggi a vercelli, assicuro grandi momenti:)
In bocca al lupo Franzi!
Sono davvero felice per te. Noi ti aspettiamo a Roma il 4 novembre…
Con affetto