
Fino all’ultima sillaba dei giorni – dalla raccolta “L’arte dimentica di morire” di Francesco Marotta
scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido
(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)
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Il poeta osserva le cose, i fenomeni, gli accadimenti, respira il pensiero del tempo, ne assimila nessi, connessioni e se ne fa portavoce consapevole di caducità e oblio, cui resiste in una battaglia al frastuono confusionale degli inganni della storia, affinché permanga una traccia che non disperda i frammenti di memoria del suo canto di vibrazione e rimembranza, sospesa nella dimora del tempo custodito.
“varcare la soglia di una domanda / rasente all’ombra che a fatica / recupera i suoi codici eccede gli argini / imponendosi torsioni di lingua / per esempio la trama discorde / che dai margini offre un sentiero / al silenzio” – (da “Esilio di voce”, 2009)
E difatti, il poeta è “custode” della bellezza, del dolore, dell’angoscia, del vero, di cui si nutre per restituirlo in forma di dono da condividere (“il dolore / mi dice continua / la corsa, riempi le mani / imbratta di sillabe” – da “Impronte sull’acqua”); egli sa che la sua parola è nulla/silenzio e non pretende verità che non sia la propria soggettiva essenza questionante di dubbio, la propria intima elaborazione degli spazi di luce ed ombra del tempo (“l’inchiostro che / vaga tra silenzio / e silenzio – “Impronte sull’acqua); conscio del fatto che il suo dire non potrà mai prescindere dai fatti, dalle parole, dal pensiero in arte nella storia, non chiuderà mai la propria esperienza in un castello di specchi, ma aprirà le finestre al pensiero ed allo scambio, cercherà sempre nuove forme, osserverà ed amerà la pluralità delle voci, fondendo il proprio essere in un’armonia di contrasti, da cui stillare il senso precipuo dell’esistenza.
“Lascia alla parola l’aura / incantata delle origini, / il lume che le compete
per nascita e destino, / il fondo oscuro / matrice d’ogni luce”. (Per soglie d’increato , Edizioni Il crocicchio, 2006)
Lo scorrere liquido del pensiero in parole nella creazione poetica non è altro che fluir/si in offerta nuda agli occhi, alle orecchie, alle labbra di un reale o presunto interlocutore.
Niente di più carnale, umorale, intimo ed oggettivamente soggettivo della poesia può costituire il mistero irrisolto dell’esistenza e della “necessità” della tradizione/traduzione del pensiero in scrittura. Segni grafici che costituiscono suoni catalogati in ordine di organi e lembi vivi di carne che ne implicano la pronunzia: labiali, gutturali, liquide, dentali, palatali …. sono le vocali e le consonanti, praticamente le note, di una composizione di suoni codificati in parole che costituiranno il pensiero – dentro di noi – o il dia-logo – quando il pensiero sia espresso per trans-itare da noi ad altri.
La liquidità densa della parola, nei versi di Francesco Marotta, si consuma nella sua stessa carne, nel suo stesso analizzare il dolore. Il verso spesso appare sincopato, spezzato, irrisolto e ripreso: ricerca tecnica? Scelta di stile? Sì, certamente siamo di fronte alla consapevolezza della gestione del verso – sia pure libero – che apparirà rilegato e ricucito ad arte in enjambement, sinafie e sinalefi, che non hanno unicamente il compito “formale” di conferire il voluto ritmo – musicale quanto ottico – al “colon”, ma – ancor più – il senso sciolto dell’affermare il dis/ordine del tutto e del suo stesso contrario nello scorrere del pensiero.
Forma e parola si fanno quindi tessuto, tessuto vivo, sanguigno, denso di fluidi: acqua/sangue/sudore/umori che cambiano, che si rincorrono dalla fonte alla loro stessa foce: inchiostro nero come il cielo che fa da sfondo all’umana aspirazione al bello d’una illusoria luna o, ancora, inchiostro nero come sangue, che quando si rapprende perdendo la sua intima vitalità si stimmatizza in segno grafico che permanga, macchiando di sé la pietra, o la carta.
La ricerca linguistica operata sulla parola, in Francesco Marotta, esula dal mero compiacimento letterario e, ancor quando sia ricca di echi e rimandi, non è mai fine ma “mezzo”, “arca” che incarnandosi del proprio intimo dis/ordine si veicola in sostanza reale, materica, duplice nella proiezione di senso della sua stessa ombra.
Marotta è parola che si fa grido, carezza, richiamo, messaggio, richiesta intima e rassegnata d’aiuto, ch’egli cerca nella parola stessa come conforto dignitoso alla intima ed universale necessità di essersi testimonianza ed interezza di vita.
Una traccia, che non scolora.
Esilio di voce (2009, inedito)
scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda l’ala
nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite
*
ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole
*
come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio
*
guarisci il dubbio trafitto
dall’ansia di essere riparo malattia
a cadenze autunnali guarda gli sterpi
che ti battono un’altra luce
sui fianchi e nell’ombra che sale
gioca il sogno di un confine
sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
ore ai tuoi segni al graffio che resta
dove togli parole
ai tuoi occhi
*
assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo
*
è un abbaglio la morte la polvere
sbrina il suo vento sull’acqua un abisso
d’aria e correnti
che l’arte della pietra modella
per l’oblio materno dell’alba
*
in equilibrio di colore e distrazione
conserva segni in un forse di miscugli
sillabici il resoconto di un ramo l’ipotesi
di immagini dove presente e senso
versano lacrime agli occhi così
ritorna alla scienza diseguale del volo
l’angelo che spiuma
desideri di carne di danza
il presagio
di un nevaio che brilla dolore
sul confine tra cielo e memoria
ad altezza remota di lingua
*
paesaggi che alle palpebre tendono ombre
e distanze a volte un passo che irrompe
nel viluppo a sfrondare la norma
la linea di bianco imposta
dall’ennesimo inverno eppure
si potrebbe affidare l’oltraggio a grammatiche
docili ogni senso al destino e svanire
al suono che la preda sbalza dal sonno
verso una morte in punta di rima
*
varcare la soglia di una domanda
rasente all’ombra che a fatica
recupera i suoi codici eccede gli argini
imponendosi torsioni di lingua
per esempio la trama discorde
che dai margini offre un sentiero
al silenzio
*
dove macerano tracce e l’abisso
è radice di ore lo scarto svelato
tra il crepuscolo e un’assenza
disattesa di voci dove scopri
sgraziato e distratto
tutto il credito di una piccola morte
l’orizzonte che regge la scia
di astri vanescenti e la tua mano
che ne traghetta il lutto
verso il largo
*
avanzi verso un mare inaccessibile
e la sera ti impiglia nello sguardo un diluvio
di sillabe l’onda franata sotto i passi
e quel tempo di amare che ha l’ombra
quando ne invochi il morso vivo
dove trovare riparo
*
febbri e vene a passo d’erosione
il farmaco in affondo da scomporre
in linee inquiete notte dopo notte
inaugurando verbi di declino
il lontano di un’offerta in forme d’acqua
la replica ardente che passa sugli occhi
e depone il franto
pulviscolo
di un nome alla deriva
*
così è la grazia delle immagini
rovesciate nel palmo venute via dall’ombra
che ora ricordi accampata da sempre
alla tua soglia ma
si trattava di attese esercizi
privi di simboli come adornare sbrinati
specchi col battito salino
di una pupilla naufragata
*
è un percorso che si rivela in squarci
e argini disparenti al primo soffio
un affluente da riconoscere dall’alto
dalle torri del giorno se
nel lontano vigila un dissestato
teatro di corpi e alla chiusa
le sillabe raccogli che la mano nasconde
prima di cedere sotto la sferza
di un lampo
alla cecità di dare ancora un nome
*
nudità di deserto e alla cintura
una sacca d’aria rarefatta per talismano
e balsamo tu la trascini
abbandonando respiri a folate alla luna
seguendo a palpebre sbarrate
nell’esilio di voce
la lampada elementare che risale
fino alla sommità delle labbra
la selva di due desideri intrecciati
*
alla curva del vento
slarga foglie e rotaie l’assenza di cielo
e labbra a distesa dall’altra parte
dell’acqua si pensa un paesaggio
grande quanto una mano lungo
fino a sfiorare i capelli con la dolcezza
verde della sabbia si pensa la terra
divisa in pagine leggere e uno sguardo
luminoso di bambina
piantato tra le zolle come una spina
come una sillaba
come un’attesa
*
dal largo
sopraggiunta da un chiarore incurabile
svapora memorie come umori d’erba
accesa dai roghi dell’inverno
nuota verso la parete la mano
legge l’aspro sapore di fumo
di una foto ingiallita quell’unico dolore
di avere ancora suoni
per l’orecchio murato dei morti
*
Quando lessi per la prima volta “Esilio di voce”, mi si palesò un’immagine *ResurrExit* – Kiefer –
Una lettura per immagini la mia, che mi consegna la poesia di Francesco Marotta quale eredità di parola, verbo, sillaba, ostinatamente urlata sin dentro la luttuosa cecità delle *orecchie murate*, in sfida agli inganni, ai dubbi, alle norme ed ai codici da violare per oltre-passare – traghettare – in un naufragio privo di argini, fin dentro la visionarietà di angeli spiumati, capaci di verità di carne oltre ogni inverno, oltre l’inferno di presagi e bilanci tra presente e memorie, in una sferzata *paleontologica* e sfacciatamente evocativa di riordinata lingua.
NatàliaCastaldi
______________________________
Riferimenti:
- i PDF delle raccolte inedite di Francesco Marotta sono reperibili nel blog “La dimora del tempo sospeso” al seguente indirizzo: http://rebstein.wordpress.com/2009/08/10/10-agosto-200710-agosto-2009-ore-10-28/
- la mia pagina dedicata alla poesia di Francesco Marotta, qui: http://nataliacastaldi.wordpress.com/about/pensieri/la-poesia-di-francesco/
- Esilio di voce su Filosofipercaso, qui: http://filosofipercaso.splinder.com/post/21302344/Esilio+di+voce+%28I%29+-+Inediti+d

il link ai PDF di Marotta non funziona, incollo nuovamente il link corretto:
http://rebstein.wordpress.com/2009/08/10/10-agosto-200710-agosto-2009-ore-10-28/
e ringrazio infinitamente Francesco Sasso e tutta LPELS.
natàlia
… ed è proprio la persistenza della traccia che permette quella che tu chiami “lettura per immagini”, e che consente la formazione (e il cosolidamento) di una possibile “eredità” per il futuro.
al di là dell’intensità e della valenza del “segno” poetico di Marotta (di per sé notevole, ma, in quanto dato di fatto, non ci sarebbe nemmeno bisogno di sottolinearlo), la tua lettura è sicuramente un valore aggiunto.
… quando ad arte si aggiunge arte…
Nell’universo, così autoreferenziale e spesso così umanamente povero, dell’arte, nelle sue varie espressioni, Francesco Marotta si impone con la sua silenziosa ed instancabile opera di valorizzazione del lavoro altrui. Un lavoro enorme, ininterrotto, che rischia di mettere in ombra le sue qualità di poeta vero, cosciente dei propri mezzi espressivi e potentemente ispirato. “L’arte dimenticata di morire”, ad esempio, è un’opera che pochissimi conoscono e che, non ho alcun problema a dirlo, e so che il tempo non mi smentirà, un giorno sarà ricordata assieme alle opere dei massimi poeti italiani del secondo Novecento, da Luzi a Loi. Purtroppo la nostra critica continua a lodare i soliti noti anche quando non hanno più nulla da dire (e che forse – parlo per alcuni, ovvio – non hanno mai avuto niente da dire). Francesco Marotta, invece, ha sempre avuto molte cose da dire e, in lui, in più, ogni parola nasce da profonde meditazioni, letture sterminate, intensità di sentire. Grazie a Natàlia per avercelo, così bene, ricordato.
“La ricerca linguistica operata sulla parola, in Francesco Marotta, esula dal mero compiacimento letterario e, ancor quando sia ricca di echi e rimandi, non è mai fine ma “mezzo”, “arca” che incarnandosi del proprio intimo dis/ordine si veicola in sostanza reale, materica, duplice nella proiezione di senso della sua stessa ombra.”
Parlare della poesia altrui a volte è difficile Natalia, ma è ottima cosa che qualcuno riesca a trasmetterci il suo sguardo su una poesia che è piena di immagini e il cui farsi è anche in quel prendere atto che scrivere è ” la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle”.
Un esilio si, ma partecipe.
Un saluto.
Fracesco Marotta è un grande poeta. Grazie Nàt.
parole “necessarie” quelle di francesco marotta che abbraccio e bacio e stampo
grazie natalia 🙂
un bacio
la fu
eppure c’è un male
dentro il ventre squarciato
in quella parola
di vetriolo che frantuma i divieti
per scoprirne altri ancora più forti.
Sta in questo resistere?
Sta nel non opporsi alla cecità
alla barriera del suono
qualunque suono
non ultimo quel
battito
che ci solleva in un respiro
e ci scompagina
di nuovo
e di nuovo in una antichità
irremovibile e sconosciuta.
Grazie per queste trincee, affiorati o fioriti dentro luoghi navigabili tra una riva e l’altra del medesimo scorrere. ferni
e di nuovo in una antichità
francesco marotta è tutto ciò che oggi Resiste in poesia
questa lettura rappresenta un omaggio a colui che oggi in Italia si batte lavora per far si che la poesia giunga ai vivi
forte tesa come il primo sole
perchè sia salvezza
un caro saluto
c.
Sono d’accordo con Ivan (non a caso, penso): la scrittura di Marotta è secondo me una delle più compiute e personali fra quelle che è dato di leggere in Italia. Un lavoro di ricerca e spessore nel quale io ho faticato a suo tempo ad entrare, ma meritava la fatica. Fa bene Natàlia a rileggerlo, ed è una rilettura acuta e per nulla banale: il fatto stesso che il lavoro di Francesco si presti a diverse interpretazioni che ne sottolineano l’una o l’altra inclinazione depone a favore di una poesia “liquida” ma piena di significati veri e solidi, contrariamente a molta altra che si legge oggi.
Per quello che può valere dunque tutta la mia ammirazione al Francesco poeta, oltre che la riconoscenza al Francesco uomo.
E un caro saluto a Natàlia.
Francesco t.
Riprendo il bel commento di Carmine:
“questa lettura rappresenta un omaggio
a colui che oggi in Italia si batte
lavora
per far si che la poesia
giunga ai vivi
forte
tesa
come il primo sole
perchè sia
salvezza”
Carmine, hai dato senso a tutto con queste parole, grazie
Abbraccio tutti, sperando di aver fatto arrivarea Francesco il mio affetto e la mia gratitudine.
Riprendo il bel commento di Carmine:
“questa lettura rappresenta un omaggio
a colui che oggi in Italia si batte
lavora
per far si che la poesia
giunga ai vivi
forte
tesa
come il primo sole
perchè sia
salvezza”
Carmine, hai dato senso a tutto con queste parole, grazie
Abbraccio tutti, sperando di aver fatto arrivarea Francesco il mio affetto e la mia gratitudine.
ed ovviamente grazie a Francesco Sasso ed un abbraccio a Fabrizio Centofanti cui devo tantissimo e non dimentico.
natàlia
ho la mia piccola gatta addosso che si diverte a pigiare i tasti mentre scrivo, chiedo venia per il doppio invio 🙂 ciaooo
rivolgere lo sguardo ad una poesia così densa di immagini
non è affatto facile
trovo che questa lettura di Natàlia sia per me essenziale per comprendere una scrittura davvero particolare
elina
Francesco E’!!!!
grande affetto per tutti
jolanda
Grazie a tutti, di cuore.
Un abbraccio a Natàlia.
A risentirci presto.
fm
Esilio. E non è mai – confino. La Voce/Verbo di Francesco Marotta non è mai chiusa. Cerca e contamina, contagia l’altro e l’altrove – per comunicare: e vento sensoriale e sensibile.
La sacralità del suono/senso sempre spalanca per vasi versi comunicanti.
*Rivolta* dall’interno che abbraccia [e legge indentro *m’alata/m’alate d’aria] e allarga e allaga ogni sfumatura. In forma d’acqua – informa di Voce che fonda. Crea e ricrea nella continua amalagama armonica dell’Anima Una e Molteplice, moltiplica.
Nel grazie
Davvero una rilettura vitale questa di Nàt. La poesia ha bisogno di comunicare ai vivi forse anche della loro stessa esistenza. Complimenti al poeta ed a chi ne ha saputo parlare andando così in profondità.
Grazie Natalia per quest’omaggio alla poesia di Francesco, esemplare per bellezza, per il suo parlarci profondo e sommesso.
Giovanni
Grazie a Francesco e grazie a Natalia, perché omaggiare la sua poesia è doveroso e alto.Il “canzoniere infimo” di cui allude che celestiale si pone, è la cifra di un crinale o passaggio, che sento fortissimo in FM, una soglia che lui traversa con bellissima noncuranza dopo che spine e sangue..
Maria Pia Quintavalla
Sottoscrivo gli interventi di tanti che mi hanno preceduto, e in particolare quelli di Ivan Crico e Francesco Tomada, grato anch’io a Francesco Marotta per la sua poesia e per l’opera di diffusione di quanto di meglio in poesia viene prodotto oggi in Italia.
E grazie a Natalia per la suggestiva lettura.
lodevole una poesia che è dignità, che è etica di un “sacrificio necessario/dell’ultima lettera superstite”…
un caro saluto a tutti,
Giovanni
Mi unisco all’abbraccio di tutti voi a Francesco.
grazie di cuore.
natàlia
Testi molto belli e profondi: è sperabile che si vada oltre i soliti luoghi comuni (critici) e i soliti nomi noti. D’accordo con il pensiero di Crico e Tomada. E mi associo a questo coro di commenti: una costellazione parata a festa!
Poesia ‘liquida’, certamente. Ma pure dotata di quella consistenza ‘solida’ che hanno i grani di sabbia: quella particolare sabbia luminescente e iridescente del deserto,delle interrogazioni e dei silenzi, così ben attraversati da Francesco, e dalla sua voce. Un abbraccio caro.
Di nuovo grazie a tutti.
Un caro saluto.
fm
a me questa pare una poesia volitiva e intellettuale (nel senso migliore del termine – lo dico perché per qualche motivo in italiano ‘intellettuale’ sembra avere una connotazione quasi dispregiativa)- è una poesia che crede alla poesia, il che ha del miracoloso in questi tempi furbi e/o sfiniti. un caro saluto e grazie, r
ti ho seguita fin qui, Nat.
quando la voce diventa sentiero
l’arrivo è Poesia.
Cristina, tu sei la sorpresa più bella.
grazie. 😉
Citando il commento di Renata Morresi, credo che l’energia latente, eppure così drammaticamente presente, delle poesie di Francesco sia proprio la ricerca intensa di una poesia che crede alla poesia. Mentirei se dicessi di essere capace di “sentire” tutti i suoi testi: alcuni mi rimangono ancora lontani, chiusi. Ma, anche in quelli che non riesco a penetrare, è come venir schizzati da onde che sbattono sugli scogli: e credo che questo sia un pregio proprio dei grandi autori.
Ringrazio Renata, Cristina e Michele per la lettura (e la bontà).
Un saluto a tutti.
fm