questa scena mette in luce quanto sia difficile far capire agli altri quello che si ha dentro.
E’ come se la protagonista del film sapesse esattamente quello che cerca e che vuole, e gli altri non lo pensano perché non sono in sintonia con lei. Per questo non ha pace, non sta bene da nessuna parte…
Ma alla fine la coglie la sua verità, poiché quella luce verde può passare solo attraverso i suoi occhi e quelli di nessun altro.
non ho visto questo film, ma di Rohmer mi piace tanto il raggio verde.
Mette in luce quanto sia difficile far capire agli altri quello che si ha dentro.
E’ come se la protagonista del film sapesse esattamente quello che cerca e che vuole, e gli altri non lo pensano perché non sono in sintonia con lei. Per questo non ha pace, non sta bene da nessuna parte…
Ma alla fine la coglie la sua verità, poiché quella luce verde può passare solo attraverso i suoi occhi e quelli di nessun altro.
Jean-Marie Maurice Scherer(1920-2010) fu, come Pessoa, intento a difendere strenuamente la riservatezza della propria vita privata, inventandosi eteronimi che lo aiutavano a confondere e a depistare ( all’inizio, per esempio, fu Paul Gégauff, ma in seguito divenne molti altri – tutti lo conosciamo infatti con il pseudonimo di Eric Rohmer). Prima di dedicarsi al cinema, fu professore di lettere, considerando però quella di cineasta una professione tutt’altro che decorosa, tanto che la leggenda vuole che nascondesse a lungo a sua madre il suo apprendistato cinematografico. Dietro la macchina da presa giunse però dopo aver esplorato, con cuore intelligente, i territori limitrofi a quello che sarà poi il suo mestiere più importante: fondatore insieme a Godard e Rivette dei Cahiers du Cinema, giornalista e critico ( Sartre che lo considerava un reazionario lo cacciò da Les temps Modernes), produttore e poi regista dalla media invidiabile di un film ogni due anni . Nonostante la lunga carriera cinematografica, fu sempre giovane come gli attori che voleva recitassero nei suoi film; così, come se vivesse su una specie di giostra che rovesciava le misure del Tempo, a dispetto del passare degli anni, i suoi giovani attori e le sue ‘jeunes filles’ diventavano, pellicola dopo pellicola, sempre più ‘en fleur’. Lo incuriosivano gli uomini che da soli camminavano in città ( “Il segno del leone”1950) e ciò che accade a chi, già sensibile di suo, si azzarda a contemplare il sole al tramonto citando Jules Verne (“Il raggio verde 1986”). Per lui, in sostanza, il cinema era un pensiero allegro che si parla.
Grazie Emanuele, il bello è che quel silenzio esiste davvero, vado spesso in montagna e so, che un istante prima che tutti gli uccelli si mettano a salutare la luce, la “luke”, in coro, si fa silenzio. Non proprio tutto di Rohmer salverei (“Il sindaco e la mediateca” era ad esempio troppo politicamente corretto) ma parecchi film sono capolavori: comrpeso “Il segno del Leone”, la parabola di come si faccia in fretta a diventare “clochard”, a scendere la scala sociale, con un po’ di pigrizia e di sfortuna.
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grande, Emanuele, grazie!
http://www.youtube.com/watch?v=7CradqiSGSQ
questa scena mette in luce quanto sia difficile far capire agli altri quello che si ha dentro.
E’ come se la protagonista del film sapesse esattamente quello che cerca e che vuole, e gli altri non lo pensano perché non sono in sintonia con lei. Per questo non ha pace, non sta bene da nessuna parte…
Ma alla fine la coglie la sua verità, poiché quella luce verde può passare solo attraverso i suoi occhi e quelli di nessun altro.
non ho visto questo film, ma di Rohmer mi piace tanto il raggio verde.
Mette in luce quanto sia difficile far capire agli altri quello che si ha dentro.
E’ come se la protagonista del film sapesse esattamente quello che cerca e che vuole, e gli altri non lo pensano perché non sono in sintonia con lei. Per questo non ha pace, non sta bene da nessuna parte…
Ma alla fine la coglie la sua verità, poiché quella luce verde può passare solo attraverso i suoi occhi e quelli di nessun altro.
Grazie…
hai perfettamente reso lo spirito della cinematografia di Rohmer…
fantastici i rumori della notte
(compreso l’abbaiare del cane:-)
l’ora blu
e l’ora del cane, oserei dire…
comunque una cosa è certa:
siamo noi ad avere bisogno della natura.
amo molto rohmer.
molti anni fa scrissi anche un saggio sul suo lavoro, adesso perduto tra le mie carte.
Jean-Marie Maurice Scherer(1920-2010) fu, come Pessoa, intento a difendere strenuamente la riservatezza della propria vita privata, inventandosi eteronimi che lo aiutavano a confondere e a depistare ( all’inizio, per esempio, fu Paul Gégauff, ma in seguito divenne molti altri – tutti lo conosciamo infatti con il pseudonimo di Eric Rohmer). Prima di dedicarsi al cinema, fu professore di lettere, considerando però quella di cineasta una professione tutt’altro che decorosa, tanto che la leggenda vuole che nascondesse a lungo a sua madre il suo apprendistato cinematografico. Dietro la macchina da presa giunse però dopo aver esplorato, con cuore intelligente, i territori limitrofi a quello che sarà poi il suo mestiere più importante: fondatore insieme a Godard e Rivette dei Cahiers du Cinema, giornalista e critico ( Sartre che lo considerava un reazionario lo cacciò da Les temps Modernes), produttore e poi regista dalla media invidiabile di un film ogni due anni . Nonostante la lunga carriera cinematografica, fu sempre giovane come gli attori che voleva recitassero nei suoi film; così, come se vivesse su una specie di giostra che rovesciava le misure del Tempo, a dispetto del passare degli anni, i suoi giovani attori e le sue ‘jeunes filles’ diventavano, pellicola dopo pellicola, sempre più ‘en fleur’. Lo incuriosivano gli uomini che da soli camminavano in città ( “Il segno del leone”1950) e ciò che accade a chi, già sensibile di suo, si azzarda a contemplare il sole al tramonto citando Jules Verne (“Il raggio verde 1986”). Per lui, in sostanza, il cinema era un pensiero allegro che si parla.
Grazie Emanuele, il bello è che quel silenzio esiste davvero, vado spesso in montagna e so, che un istante prima che tutti gli uccelli si mettano a salutare la luce, la “luke”, in coro, si fa silenzio. Non proprio tutto di Rohmer salverei (“Il sindaco e la mediateca” era ad esempio troppo politicamente corretto) ma parecchi film sono capolavori: comrpeso “Il segno del Leone”, la parabola di come si faccia in fretta a diventare “clochard”, a scendere la scala sociale, con un po’ di pigrizia e di sfortuna.