In memoriam Rachel Wetzsteon (1968-2009)

Il giorno di Natale, la poetessa americana Rachel Wetzsteon si è suicidata nella sua casa di Manhattan.

Quest’anno uscirà un’antologia delle sue poesie nella mia traduzione in tedesco. Sono stata in stretto contatto con l’autrice che mi ha aiutato di chiarire molti dubbi e mi ha aiutato di comprendere meglio i suoi componimenti molto complessi.

La poesia di Rachel è poesia del tutto contemporanea, urbana, che affronta in infinite varianti il doloroso conflitto – in particolare quello di noi donne – tra intelletto e sentimento.

Grazie a Mimma che era subito disponibile a tradurre una sua poesia in italiano per ricordare una grande poetessa contemporanea, capace di cogliere dilemmi universali in un dettaglio….

A Leper in the City

We all have the same memory

in one form or another. Mine is of

an evening not too long ago when some

volcano or escaping poison turned

the sky and all the city sidewalks green,

making my sickly and inflamed complexion

matter less. Or rather, matter more;

it was as if the people who complain

when I walk by had finally looked hard

and realized that my skin was fit to be

a blueprint for the night. I roamed the streets,

and everywhere I went, somebody had

a funny or a loving use for green –

a woman glided past in chartreuse sneakers,

a baby sucked on limes. Nobody gave

the secret callously away by lifting

me on their shoulders, shouting “ Hail the leper!”

That would have gone too far. But I was proud

and held my head so high I thought I’d touch

the green clouds any second. And of course

the next day, glib, expecting more of the same,

I saw myself reflected in a shopfront

and knew I was the same old, green old eyesore.

Faces got a foot away from me

and crinkled up in horror or relief;

tourists kept their cameras at their sides

until the coast was clear. I was as green

as ever, but the glow of green had gone,

leaving behind a coarse, infected skin

the colour of sick leaves, a look that made

a whole town shudder. Vanity is such

an unappealing feature that I tell

the story with a little stab of shame –

better sports than I would say, so what

if you are plagued with raw wounds or mixed feelings?

The city is the same, and you should make

a virtue of repose and meet it on

its own, sane terms. But when you go outside

and due to some alignment in the night

or stirring in yourself, you cannot walk

a block without  a sight of green, the thrill

is hard to beat; your beauty is its beauty,

your hue the gossip of the neighborhood.

What is a hoax? Did I invent it all

deliriously? It was not as if

I stood atop a custom-built, tall building

and ordered crowds to let me call the shots

or else be shot; the process was more like

a tender secret thet the whole town keeps

with looks that say, we’re in on this together.

Tonight, my boils are bad. I never know

when skin will start to slough, and must take care,

when shaking hands, to keep my fingers firm

so that they come back whole. There  is a look

of malice and derision in my eyes,

though I am kind. Tonight, a walk is not

the great event it was – for such a night

a leper schemes and dreams – but just a way

of getting from one sickbed to another.

Skulking from mean street to lazaretto

in an ill-fitting cape and in a hurry,

I am my own worst nightmare, I am

too strange to pity, and too green to love.

Un lebbroso in città

Tutti abbiamo il medesimo ricordo

in un modo o nell’altro. Il mio è

di una sera non tanto tempo fa

quando un vulcano o la fuga di un veleno

tinse il cielo di verde e i marciapiedi,

e la mia pelle rossa e repellente

si notò meno. O invece, di più;

era come se quelli che si lagnano

quando passo vicino guardassero

a fondo finalmente accorgendosi

che la mia pelle era fatta per essere

una carta copiativa per la notte.

Vagavo per le strade e ovunque andassi

ognuno usava il verde in modo strano

o affettuoso – una donna passò via

con scarpette chartreuse, un piccolino

continuò a succhiar cedri. Nessuno osò

rivelare insensibile il segreto,

alzandomi sopra le loro spalle,

al grido di: “Evviva il lebbroso!”

Ma ero fiero e tenni la mia testa

talmente alta che non avrei smesso,

penso, di toccare le nubi verdi.

E il giorno dopo, già naturalmente

sicuro di aspettarmi di più, vidi

me stesso riflesso in un negozio

e riconobbi il medesimo vecchio,

quel vecchio verde insulto agli occhi.

Le facce stavano ad un passo da me

e s’increspavano di raccapriccio

o sollievo; turisti non scattarono foto

finché la costa non si ripulì. Ero

più verde che mai, ma lo splendore

del verde era sparito, non restava

che una ruvida pelle contagiata,

il colore delle foglie malate,

un aspetto da far rabbrividire

un’intera città. La vanità è

così poco attraente che racconto

la storia con una punta di vergogna

i buontemponi  direbbero: che fa

se sei infestato di ferite aperte

o sentimenti misti? La città

è la stessa e tu dovresti fare del

riposo un valore e praticarlo

nel modo giusto e sano. Ma se, uscendo,

e per una qual quiete della notte

o accendendoti dentro non riesci

a superare un isolato senza

vedere dappertutto verde, è duro

vincere il sussulto; la tua bellezza

è la sua bellezza, la tua tinta è

sulle bocche di tutto il vicinato.

Forse è uno scherzo? L’ho inventato

tutto nel delirio? Non era come

essere in cima a un palazzone

costruito per me e comandare

alle folle di lasciarmi sparare

o di farmi sparare; il processo

era più come quello di un tenero

segreto mantenuto da tutta la

città che sembra dire, siamo tutti

sulla stessa barca. Le pustole son

brutte questa sera. Non so mai quando

la pelle comincerà a squamarsi e

stringendo altre mani, dovrò fare

attenzione a tener le dita ferme,

per riportarle indietro tutte intere.

C’è un che di malizia e derisione nei

miei occhi, pur essendo io gentile.

La passeggiata di stasera non è

quell’evento che era – perché di

una notte così un lebbroso sogna

e progetta – nient’altro che un modo

di passare da un capezzale a un altro.

Imboscarsi, con un cappuccio sghembo,

in fuga tra bassifondi e lazzaretto.

Sono il mio peggior incubo, io sono

alla pietà troppo estraneo e troppo

verde all’amore.

(Traduzione di Adelmina Albini)

Ein Aussätziger in der Stadt

Auf die eine oder andere Weise

gleichen sich unsere Erinnerungen. Meine geht auf

einen Abend vor nicht allzu langer Zeit zurück als

irgendein Vulkan oder ausströmendes Gift

den Himmel und die Bürgersteige grün färbte

und meine krankhaft entzündete Haut

weniger auffällig erscheinen ließ. Oder eigentlich, mehr;

es war nämlich so, als schauten Leute, die sich normalerweise

über meinen Anblick beschweren, endlich genauer hin,

und sie erkannten, dass meine Haut zum zum Entwurf einer Nacht

geeignet wäre. Ich strich durch Straßen

und wo ich auch hinkam, hatte irgendjemand

eine lustige oder liebende Verwendung für das Grün –

eine Frau glitt in gelbgrünen Turnschuhen dahin,

ein Baby nuckelte an Limetten. Niemand gab

das Geheimnis leichtfertig preis indem man mich auf die Schulter

genommen und „ Hoch lebe der Aussätzige“ gerufen hätte.

Das wäre zu weit gegangen. Doch ich war stolz

und hielt meinen Kopf so hoch, dass ich meinte, die grünen Wolken

jederzeit berühren zu können.Unbedachterweise glaubte ich,

am nächsten Tag werde es wieder so sein,

doch als ich mich in einer Schaufensterscheibe erblickte,

wurde mir klar, dass ich derselbe alte, grüne alte Schandfleck war.

Gesichter gingen auf Abstand  zu mir

und verzogen sich erschrocken oder erleichtert;

Touristen hielten ihre Kameras geschultert

bis die Sicht frei war. Ich war so grün

wie je, doch der Schimmer war verschwunden

und hatte grobe, entzündete Haut zurückgelassen,

die Farbe von kranken Blättern, ein Anblick, der eine

ganze Stadt erschaudern ließ. Eitelkeit ist

eine solch unsympathische Eigenschaft, dass ich

diese ganze Geschichte mit einem Anflug von Scham erzähle –

schlichtere Gemüter würden sagen, na und

wenn du eben von deinen rohen Wunden und gemischten Gefühle heimgesucht wirst?

Die Stadt ist immer dieselbe und du tätest gut daran,

aus der Ruhe eine Tugend machen

und ihr auf ihre eigene gesunde Weise gerecht werden. Doch

aus dem Haus zu gehen und weil alles so schön friedlich ist

oder du in dich selbst starrst, keinen Schritt mehr tun zu können

ohne überall grün zu sehen, ist ein kaum zu überbietendes

Nervenkitzel; deine Schönheit ist ihre Schönheit,

deine Farbigkeit Klatsch für die Nachbarschaft.

War das ein Witz? Habe ich mir das alles zusammen

phantasiert? Es war nicht so, als ob ich

auf einem eigens für mich gefertigten Hochhaus stünde

und den Mengen den Befehl erteilte, mich befehlen zu lassen,

oder mich zu erschießen; es war eher wie ein

zärtliches Geheimnis, das die ganze Stadt mit bedeutungsvollen Blicken

zusammenhielt, die zu sagen schienen, wir stecken alle unter einer Decke.

Heute Abend steht es schlimm um meine Exzeme. Ich weiß nie,

wann die Haut anfangen wird aufzuplatzen

und muß beim Händeschütteln Obacht geben,

dass ich sie heile zurückbekomme. Tücke und Spott ist

in meinem Blick, selbst wenn ich freundlich bin.

Heute Abend ist ein Spaziergang nicht mehr das Großereignis

von gestern – denn von einer solchen Nacht

träumt ein Aussätziger und malt sie sich aus – sondern nur

eine Weise, von einem Krankenlager ins nächste zu gelangen.

In einem schlecht sitzenden Umhang

durch eine ärmliche Straße ins Lazarett schleichend,

bin ich mein schlimmster Alptraum,

zu sonderbar für das Mitleid, zu grün für die Liebe.

(Traduzione di Stefanie Golisch)

6 pensieri su “In memoriam Rachel Wetzsteon (1968-2009)

  1. nadia agustoni

    Mi dispiace.
    Non si può entrare nella vita degli altri: c’è un dolore senza ritorno.
    Grazie per la poesia che dovrò rileggere.

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  2. Anna Maria

    Ho letto la poesia, anche nella bella traduzione in tedesco – superba e lapidaria la chiusa – nel segno dell’irrevocabile, ‘unwiederbringlich’, “senza ritorno” (come scrive Nadia) della notizia.

    Rispondi
  3. cristina annino

    Tradotte da te, cara Stefanie, le poesie di Rachel, manterranno in pieno (a dir poco) la loro straordinaria forza! Non è tanto terribile la morte, io penso che la si possa persino desiderere. IL terribile è che niente sarebbbe desiderabile o disperabile in sé, solo questo nostro mondo, questa cicatriche nello spazio, schiaccia a ripetizione la bellezza e vorrebbe rendere tutti fatti della stessa materia. Ma spesso, il “verde” vince su lui. come tu stessa dimostri!
    Cristina Annino

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