Cosa resta di Amabili resti?

Ho impiegato un po’ di tempo a raccogliere le idee su Amabili resti, per capire come un film girato in modo ineccepibile, con un budget stratosferico (65 milioni di dollari), con uso geniale di riprese, con attori tutti bravissimi (e un paio di fuoriclasse a nome Susan Sarandon e Stanley Tucci), con un ritmo quasi sempre sostenuto, con dialoghi e toni coerenti alla storia, con una ricostruzione impeccabile delle atmosfere del 1973 (anno in cui parte la vicenda) e con una rappresentazione di immagini oniriche degne di un Magritte digitale, insomma, per farmi un’idea del perchè da tutto questo bendidio in celluloide ne potessi ricavare un’unica finale sensazione di delusione, di fallimento della pellicola.

C’è da dire che era una sfida difficile. Muoversi lungo il solco di un pendolo che alle estremità opposte presenta due ghost-movies esemplari. Il primo -Ghost-, ormai un classico nella sua linearità demenziale di storia romantica con fantasma; il secondo -The ring-, inarrivato punto di riferimento per il genere ghost-horror. Senza dimenticare che lungo quel solco si trovano altri due film furbescamente riusciti, come The Others e Il Sesto Senso.

Eppure quel cagnaccio di Peter Jackson non si è scoraggiato, ci ha provato lo stesso a cimentarsi con il fantasma, forse fidando nel successo del romanzo di Alice Sebold, Lovely bones, (che non ho letto), o nel proprio talento (diavolo, sarà mica per caso che ha girato la trilogia del Signore degli Anelli?), o in quello degli attori del cast.

Ma questo non basta. Pensare che fino all’ultimo quarto d’ora di film, il regista se la cava discretamente, alternando bene i due piani della narrazione, a parte qualche lentezza di troppo. Sintetizzando la trama al massimo, Susan Salmon, quattordicenne che vive un’adolescenza felice, in una famiglia amorevole, viene brutalmente uccisa dal vicino di casa, uno psicopatico omicida seriale. Dalla morte di Susan, il film si dipana in due filoni narrativi. Il primo centrato sulla vita straziata della famiglia Salmon (ed in particolare del padre di Susie) e sulle indagini inconcludenti della polizia. Il secondo a visualizzare il passaggio della giovane vittima in un limbo dove progressivamente incontra tutte le altre vittime del maniaco, peraltro senza riuscire a staccarsi completamente dalle vicende terrene; anzi, cerca di mettersi in contatto con il padre (un Mark Wahlberg bravino) e quest’ultimo, dal canto suo, coglie ogni piccolo segnale che la figlia morta gli manda.

Bene, dicevo che tutto ciò fino a un quarto d’ora dalla fine pare reggere bene, anche con momenti di grande cinema, o piuttosto di grande tecnica. Per gli attori, inutile citare la classe immensa di Susan Sarandon, la nonna alcolizzata di Susie. Prendiamo invece Stanley Tucci, già visto nel film Il diavolo veste Prada. La sua interpretazione gelida dell’assassino maniaco è da storia del cinema. Ci pensa anche il regista a ingigantirne la figura angosciante. E’ appassionato di bricolage, costruisce case in miniatura intanto che architetta come catturare Susie, così Jackson finge di piazzare una macchina da presa dentro una casetta, osserva i movimenti dell’assassino, ne ingigantisce i tratti del volto, il suo occhio che ci scruta mentre ci sentiamo già in trappola, insieme a Susie. Nella sua parte è perfetta Saoirse Ronan, l’immenso azzurro degli occhi che cambia appena gradazione, nel passaggio dallo stupore per l’arrivo di un innamorato a quello per l’orrore della propria morte, perfetta anche nel modo di correre, caracollante come a dover superare ostacoli sempre più alti, anche nel limbo dov’è finita.

A proposito di limbo. Le immagini oniriche che popolano la terra di mezzo dove la protagonista veglia sui suoi cari, indirizzandoli verso la verità, sembrano tratte a mani basse dall’arte surrealista (come per le montagne volanti di Avatar?). Non so se siano citazioni volute o rimandi inconsapevoli , ma certo è che mi aspettavo la comparsa, da un momento all’altro, di un orologio squagliato o di un elefante con le gambe di giraffa.

Un altro calco interessante di opera surrealista è nell’immagine dell’assassino, dopo che ha ucciso Susie. Lo vediamo immerso in una vasca, colma di acqua fangosa, anzi, c’è fango in tutta la stanza, sono le tracce della trappola sotterranea realizzata per la sua vittima, fango misto a sangue e la testa dell’assassino appoggiata al bordo della vasca, coperta da un straccio bianco come un sudario, a riprodurre l’immagine delle teste velate nei quadri di Magritte, a evocare un’umanità solo più simulata ma in realtà negata nella pervasione del male.

Tralasciando le citazioni del surrealismo, il film, come dicevo, si incanala in un’alternanza calibrata tra i due piani di limbo e realtà, in una tortuosa strada dove l’elaborazione del dolore e del lutto deve essere fatta non solo dai sopravvissuti, ma anche dai trapassati.
Il problema è che gli autori del film, avvicinandosi al redde rationem finale, sono proprio costretti ad affrontare quello che dovrebbe essere il tema portante: l’irrompere del male assoluto e impunito, identificare una possibile sopravvivenza al male, che non sia la vendetta. E qui il Peter Jackson che vola così vicino al sole, si avvita e precipita a piombo, in uno stiracchiato tentativo di happy ending, peraltro al termine di una scena che dovrebbe creare suspence e invece si risolve solo in un diabetico addio agli o degli amabili resti.

Alla fine, mi pare, trionfa l’incapacità di andare oltre la tecnica, per raggiungere una dimensione sinceramente emotiva. E’ come se quel velo dei quadri di Magritte fosse finito in faccia anche al regista e agli autori, rendendoli improvvisamente ciechi di fronte a un tema forse troppo grande.
Questo, per me, è quello che resta, di Amabili resti.

3 pensieri su “Cosa resta di Amabili resti?

  1. lambertibocconi

    In pratica, l’autore non ha saputo fare il finale. E come ben sa chi prova a creare una storia, è una delle parti più difficili.

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  2. Alessandro Ansuini

    Concordo. davvero una grande delusione. il finale è hollywodianamente raccapricciante. il punto è che jackson non si è deciso fino alla fine se fare un thriller o un metafilm digitale. il risultato, nonostante attori bravissimi e un sacco di soldi è simile al rumore di una medusa che cade sulla sabbia. tra l’altro con tutti i soldi a disposizione per descrivere un limbo ci troviamo sempre in mezzo a questi maledettti dorati campi di grano? una noia mortale.

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