LA MINIMA IMPORTANZA, di Enrico Piscitelli


Purtroppo ho abbastanza anni da ricordare un vecchio televisore dei miei nonni che quando lo spegnevi l’immagine veniva risucchiata in un punto biancastro in mezzo allo schermo color muffaverde, e non è che questo punto biancastro scomparisse tutto d’un colpo, no, ci impiegava qualche secondo a dissolversi, accompagnato da uno sfrigolio elettrico tipo zanzara arrostita in sera d’estate, ma arrostita in lontananza, forse non è vero che c’era quello sfrigolio di elettrozanzara, forse ricordo male, però ricordo bene che stavo a fissare quella dissolvenza del punto centrale, poi appoggiavo la mano sul fianco del televisore a controllare che fosse ancora caldo, come per accertarmi che quella scatola avesse veramente funzionato fino a poco prima, tutto questo per dire che leggere la collezione di racconti di Enrico Piscitelli, La minima importanza, Las Vegas Edizioni, è stato per me come tornare a fissare la dissolvenza del punto bianco nello schermo del televisore, prima che scompaia dal tutto.
Uno dei pensieri che più mi fa star male è il dubbio di non essere stato abbastanza chiaro, dubbio che per uno che scrive è veramente disonorevole (e chiaro sintomo di a-talentìa), insomma dato che mi è rimasto il dubbio di essere stato un attimo criptico, faccio un altro esempio di com’è stato per me leggere la collezione di racconti di Enrico Piscitelli, La minima importanza, Las Vegas Edizioni, tipo che sempre da bambino nel mio palazzo (ovvio che il palazzo non era mio, ma è bello dire come allora, il mio palazzo) ero amico con un altro bambino che stava due piani sotto di me (in effetti più che un palazzo era una palazzina di cinque piani, però con più scale, fatta a forma di E dove la stanghetta centrale della E era costituita da una doppia fila di box auto tettocatramati che divideva due cortili d’asfalto e noi bambinaglia si faceva la sfida dei cortili a pallone, quando la cosa più bella era cadere sull’asfalto e farsi le patacche di sangue sui ginocchi e aspettare qualche giorno che la patacca solidificasse, poi staccare lentamente la patacca crostosa dalla pelle che lì sotto era diventata rosa come il sedere di un neonato e metterla in bocca e succhiarla, dio quant’era croccante quella crosta secca, tra l’altro quando io parlavo dal mio balcone con questo bambino due piani di sotto ogni tanto saltava fuori un vecchio ciccione che avrà avuto quarant’anni, saltava fuori dal balcone del piano sotto al mio amico, cioè al pianterreno, e ci sgridava che parlavamo troppo forte e disturbavamo, il fetente però ammutoliva quando sul mio balcone mi raggiungeva la mamma a stendere i panni sporgendosi oltre la ringhiera, lo so che tutte le mamme son belle ma la mia da giovane era proprio una gran gnocca, e c’era ‘sto ciccione che alzava sempre la testa dal suo balconcino al pianterreno e ammutoliva mentre sbirciava sotto la gonna di mia mamma tre piani di sopra, ‘sto maiale) e comunque questo bambino due piani sotto di me aveva la passione dei treni, in particolare andava matto per il diretto delle sei che non si fermava al nostro paese, ogni tanto lo vedevo davanti al passaggio a livello, fermo con la bici ad aspettare il treno e poi sporgersi dietro la scia ululante del diretto, lo sguardo incollato alla fuga dell’ultimo vagone, ecco, per me leggere la collezione di racconti di Enrico Piscitelli, La minima importanza, Las Vegas Edizioni, è stato un po’ come quel bambino che restava a fissare le cartacce volanti ascoltando il ronzio dei binari, dopo che era passato il diretto delle sei, anche se confesso che questa sua passione la trovavo una cosa un po’ strana (nei paesi ti insegnano fin da piccolo a considerare le stranezze altrui e a sorvolare sulle tue), del resto quel bambino è poi cresciuto in modo assolutamente normale, ragazzo molto studioso, si diploma in ragioneria con sessanta sessantesimi e vince il concorso nella locale Cassa di Risparmio (ogni tanto la locale Cassa di Risparmio faceva vincere nei suoi concorsi anche ragazzi non raccomandati, per dimostrare che assumevano secondo il metodo meritocratico), solo che faceva in modo di uscire dalla banca sempre prima delle sei, per presentarsi puntuale al passaggio a livello a guardare passare il treno prediletto.

Ho fatto questa prolissa e noiosa premessa prima di passare a scrivere seriamente della collezione di racconti di Enrico Piscitelli, La minima importanza, Las Vegas Edizioni, proprio per far desistere gli eventuali lettori che non fossero interessati a leggere di cose della minima importanza, tipo quelle di cui ho appena parlato, perché in tal caso immagino che troverebbero noiose anche le storielle della collezione di racconti di Enrico Piscitelli, La minima importanza, Las Vegas Edizioni. Ciò non significa che le cose della minima importanza di cui si parla nella collezione di racconti di Enrico Piscitelli, La minima importanza, Las Vegas Edizioni, siano cose di così infimo livello come le cose della minima importanza di cui ho appena scritto, però considerate un ciccione in canottiera che si masturba nella sua camera da letto in finto stile barocco pensando alla donna che stende i panni tre piani sopra di lui oppure considerate il nostro bancario trentenne che tutti i pomeriggi alle sei corre davanti a un passaggio a livello per guardare il diretto Cuneo-Torino che scuote l’aria e avrete un paio di personaggi non troppo dissimili da quelli che popolano la bolla per pesci dove sono ambientate le storie senza inizio e senza fine della collezione di racconti di Enrico Piscitelli, La minima importanza, Las Vegas Edizioni.

Prima di tutto due parole sul modo di scrivere di Enrico Piscitelli.
Il modo di scrivere di Enrico Piscitelli è questo, dell’attacco di un racconto.

“All’improvviso comprare avere possedere due girasole era diventata, per me, questione della massima importanza.”

Questo è il modo di scrivere di uno che ascolta buona musica, e usa le virgole solo quando servono. Diamine, già solo per questa parsimonia nelle virgole, io Enrico Piscitelli lo invidio. Io che con le virgole cerco di starci lontano, di ignorarle, ma poi è più forte di me, ci ricasco sempre, ne faccio indigestione.
Ma che dire del talentaccio dell’autore, quando mi descrive così questa situazione di attesa?

“E passò un’ora; e in tutto quel tempo continuavo a passarmi da una mano all’altra il mazzo di fiori, incartato in questa strana cosa forata gialla e rivolto verso il basso, chè così si tengono i mazzi di fiori, tentando di scaldarmi le mani, a turno, nelle tasche del giubbotto…”

Devo dire che la collezione di racconti di Enrico Piscitelli, La minima importanza, Las Vegas Edizioni, avrebbe anche potuto essere qualcosa di più, qualcosa tipo una graphic novel, come usa dire oggi il linguaggio markettaro. Questo perchè i testi sono impreziositi dalle illustrazioni di Alice Costantini e dal fumetto finale di Sara Pavan, come inattesa bonus track.
Le immagini che commentano i racconti di Piscitelli sono fragranti come sfoglie. I testi, invece, li abbino più facilmente a liquidi più o meno alcoolici, a partire dalla Vodka protagonista del frammento Silenzio. C’è poi un racconto amaro e pastoso come una birra artigianale, un altro secco e preciso come un bourbon d’annata, ma bando a giochetti e similitudini. Questi racconti meritano qualcosa di più.
Potrebbe essere un addio alla giovinezza, non fosse per l’età dell’autore, intorno alla trentina. Ricorda i racconti di Mestieri sentimentali, con cui esordì Gaetano Cappelli, nel 1991. Come nei racconti di Cappelli, i protagonisti sono ragazzi sull’orlo di una crisi di inedia. Come in Mestieri sentimentali c’è un ambientazione nella provincia del sud, in una cittadina piccola e afosa, dove la gente mormora, come in tutte le città piccole, dove c’è il mare e ci sono campagne dove i contadini all’alba incrociano i ragazzi che non si sono ancora ritirati e strade collose per aspiranti rapinatori di portavalori e dehor di bar con gli ombrelloni a righe e vasi di piante a delimitare le parole degli avventori, e ci sono stanze dove un Adamo osserva una crepa nel muro mentre effettua una ritmica sega dentro il corpo della sua temporanea Eva, seguendo il tempo esatto di due battute, unz-unz, unz-unz, e poi c’è una Sara all’alba, in riva al mare che non si capacita di essere stata solo un’occasione, presa al volo, e ancora un uomo e una donna in una cucina, dove l’uomo rimescola in una padella le menzogne della coppia, e ancora una lei che disse “io sono piena d’amore” per ricacciare in fondo allo stomaco l’ansia in forma di belva dai denti di sciabola.
Sono frammenti di vita privi della minima importanza, come non è importante cercare o perdere il significato di queste storie. Siamo nell’era della monodimensionalità con superficie curva, proprio come una boccia per i pesci. Dove il contenitore si mescola con il contenuto e la profondità si annulla nell’estensione della superficie.
Certo, fanno tenerezza coloro che si richiamano all’esigenza di tornare alla profondità, oggi, nella scrittura. E rimandano a Dostoevkij. Ma, dico, come si fa a cercare la profondità, quando sotto la crosta non c’è altro che aria?

LA MINIMA IMPORTANZA, di Enrico Piscitelli (Las Vegas Edizioni), euro pochi.

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