Julia Prilutsky Farny (Ucraina, 1912)


Alguna vez, de pronto, me despierto

Alguna vez, de pronto, me despierto:
Un dolor me recorre tenazmente,
un dolor que está siempre, agazapado,
por saltar, desde adentro.
Entonces tengo miedo.
Entonces, me doy cuenta que estoy sola
frente a mí, frente a Dios, frente a un espejo
lleno de mis imágenes,
de rostros polvorientos.

Estoy sola, pero siempre estoy sola:
Es lo único cierto.
El amor era un huésped,
la soledad es siempre el compañero
que permanece al lado, inconmovible.
Lo único seguro, verdadero.
Oigo mi corazón, vieja campana
que dobla y que golpea,
que rebota en las sienes y en la nuca
y en la boca y los dedos.
Es cierto, tengo miedo.
Miedo de no poder gritar, de pronto,
de que ya sea demasiado tarde
para un ruego.
La costumbre ahoga las palabras
y alarga el desencuentro.
Ah, tantas cosas quedarán ocultas,
perdidas, sin recuerdo,
tantas palabras que no fueron dichas,
tantos gestos. Unos dirán: Yo sé, la he conocido,
fue una ardiente rebelde,
se desolló las manos y la vida
por defender los que creyó más débiles.

Otros dirán: Yo sé, la he conocido,
era dura, malévola,
avara de ternura, con la boca
mostraba su desprecio.
Alguien dirá: Y cómo sonreía…
Qué importa
lo que vendrá después del gran silencio.
Claro que tengo miedo.
Así, en la madrugada
mientras algún dolor -un dolor, siempre-
va hincando sus agujas en mi cuerpo,
abro las manos en la sombra dulce
para atrapar mi soledad, de nuevo,
y me quedo a su lado, sin moverme,
con los ojos abiertos
la vida detenida.
Toda mi sangre es un temor inmenso.

Qualche volta, all’improvviso, mi sveglio
Qualche volta, all’improvviso, mi sveglio,
un dolore mi percorre tenacemente,
un dolore che sta sempre, acquattato,
per saltarmi addosso, dal di dentro.
E allora ho paura.
Allora mi rendo conto che sto sola
di fronte a me stessa, di fronte a Dio, di fronte allo specchio
pieno delle mie immagini,
delle facce polverose.

Sto sola, ma sempre me ne sto sola:
è l’unica certezza.
L’amore era un ospite,
la solitudine sempre mi è compagna,
e mi rimane accanto, irremovibile.
L’unica realtà sicura, veritiera.
Odo il mio cuore, vecchia campana
che tocca e che batte,
che cozza nelle tempie e nella nuca,
e nella bocca e nelle dita.
É certo, ho paura.
Paura di non poter gridare, all’improvviso,
che sia troppo tardi
per una preghiera.
L’abitudine strozza le parole,
e ingrandisce il non incontro.
Ah, tante cose rimarranno occulte,
perdute, senza ricordo,
tante parole che non sono state dette,
tanti gesti.

Altri diranno: io lo so, l’ho conosciuta;
era un’ardente ribelle;
si è escoriata le mani e la vita
per difendere quelli che ha creduto più deboli.
Altri diranno: io lo so: l’ho conosciuta,
era dura, malvagia,
avara di tenerezza, con la bocca
dimostrava il suo disprezzo.
Qualcuno dirà: e come sorrideva….
Che importa,
ciò che verrà dopo il gran silenzio.

Chiaro che ho paura.
Così, nell‘alba
mentre qualche dolore – un dolore, sempre-
va conficcando i suoi aghi nel mio corpo,
apro le mani nell’ombra dolce
per acchiappare ancora la mia solitudine,
e le rimango accanto, senza muovermi,
con gli occhi aperti,
la vita trattenuta.
Tutto il mio sangue è un timore immenso.

Traduzione di Susanne Detering e Alessandro Prusso

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