Risvolto di prima:
Campagna toscana, 1918. Per non partire soldato nella Prima guerra mondiale, un uomo nasconde suo figlio di nove anni e sua moglie in un buco scavato nel bosco. Lì dentro la famiglia passa quasi tutto il tempo, il padre esce solo per prendere l’acqua e per cacciare, ma a volte il cibo non si trova e allora bisogna affondare le dita nella terra umida per vedere se salta fuori un baco o una radice da masticare, oppure rassegnarsi a mangiare carne umana. Inizia così l’avventura di Bastiano, che cerca di riscattare la sua vita solitaria e animalesca innamorandosi di Sara, la figlia del padrone per cui va a lavorare come aiutante stalliere. Ma il fango quasi mai incontra la luce, e allora finirà per sporcarsi totalmente, uccidere colpevoli e innocenti, scappare, trasformarsi in un animale da preda, perdersi, per poi ritrovarsi anni dopo in quella tana in mezzo al bosco, la sua vera casa.
I Cariolanti è un romanzo di deformazione, selvatico e rabbioso, dove la vera protagonista è la bestialità, non la bestialità malvagia e gratuita, ma quella istintiva e viscerale di chi uccide per sopravvivere. Una favola nera in tredici istantanee dove si respirano atmosfere che vanno da Truffaut a Stephen King, alle Fiabe italiane di Calvino.
In quarta di copertina:
Te mica lo sai che vuol dire nascere di traverso.
La citazione:
Sembra che dormi, mammina cara. Come quando tornavi di domenica dalla chiesa e ti stendevi un po’ sul letto senza cambiarti e tutto, per far circolare le ossa. Dicevi proprio così: «Ho bisogno di far circolare le ossa».
Due note mie:
Tredici età, tredici snapshot della vita di Bastiano, protagonista de I Cariolanti, parlano la lingua segreta, sopita, del bambino che abita ognuno di noi, l’alfabeto terribile e innocente del ‘fanciullino’ protetto, nostro malgrado, sotto la coltre dell’età adulta. A Bastiano è mancato il passaggio dal mero istinto alla buona educazione dell’istinto, dall’animale uomo all’animale individuo, uno shock necessario per convivere nella comunità degli esseri evoluti.
La comunicazione di Bastiano passa per la carne, per il morso, per la tana, per la paura, il nascondiglio, passa per il sangue avariato, per la mancanza del suo doppio, per l’occorrenza primordiale – la sopravvivenza -, l’impellenza erotica, per la fame e per la sete. Un alfabeto fatto di braccia, d’aria, di sgomento e, solo raramente, di parole dette a voce. La grammatica di Bastiano gli permette di essere cane selvaggio, comprenderne le necessità, esaudirne i desideri così simili ai suoi, ma non uguali. E quando sei così, l’unica cosa che speri è essere trasparente, passare sulla Terra senza che nessuno se ne accorga.
Nell’arco di quarant’anni circa, partorito da un buco dove il padre disertore della Prima Guerra mondiale lo ha costretto, insieme alla madre, la semantica di Bastiano si manifesta furtiva e sprovveduta, furba e innocente.
Bastiano è un bell’incontro, un deliquio letterario. Naspini è un chirurgo, sgrana le varie età del protagonista come un rosario (l’ottava età, 34 anni, sfiora le altezze de La Storia della Morante), una meravigliosa liturgia dell’urgenza di stare al mondo, dell’urgenza di allontanarsene quando ti ha scartato.
Una recensione:
Il complesso rapporto tra Bastiano e il mondo esterno viene evocato da una scrittura la cui originalità inventiva si ritaglia con totale disinvoltura nella logica più spregiudicata del male. Il protagonista segmenta in tredici capitoli il resoconto dei disagi della propria indole, segnata da un’educazione disumana e violenta, e i conseguenti sobbalzi di un itinerario esistenziale che si dispiega, come una danza macabra, in un crescendo di feroce e cruda malvagità. La dirompente carica di delirio omicida a cui Bastiano si abbandona, nel momento in cui conosce e tenta di seguire le leggi e le forme di un mondo a lui invariabilmente estraneo, è il frutto malato di una ricerca di integrazione sociale fatta di contatti e di intrecci ora crudeli, ora inquietanti o allarmanti, ma sempre sorprendenti. Manifestazioni che consegnano al lettore il ritratto di una creatura che ha vissuto pesanti traumi, rispondendo al destino con una naturalezza pari solo alla rabbia che porta dentro di sé come un sangue maledetto. (Gian Paolo Grattarola su Mangialibri).
L’autore:
Nato a Grosseto nel ’76, vive tra la Toscana e Parigi. Ha pubblicato i romanzi I sassi (Il Foglio) e Never Alone (Voras). Rintracciabile su www.sachanaspini.eu.


Mi piace molto (fb) l’impostazione strutturale che hai dato al testo: c’è la consueta (nel senso di: a me già conosciuta) originalità nella scelta e nel montaggio del taglio e dei fotogrammi (o microcellule) di scrittura che rendono la recensione scorrevole, interessante, ricca. In qualche punto, il saggista sparisce e riappare l’intensa emotività scrittoria del Carrino poeta.
Sostanza, profondità, espressione, forza narrativa…
ecco come fare una bella “recensione” senza oscurare il recensito!
bravo Carrino!!
Avevo letto la trama da qualche parte, mi ha molto incuriosito. sopo questa tua conferma vedrò di farmelo regalare.
grazie paolo
saluti a bianca, alessandro, marco.