“Nel noir non c’è nessuna evasione dalla realtà.
Chi lo scrive non può neanche evadere da se stesso.”
(Derek Raymond)
Le guardo con vero interesse le scarpe rosse dai tacchi alti, lei si alza e scende dal tram, la seguo, discreto, con calma.
L’editore mi ha detto: hai scritto due romanzi, due romanzi di formazione, esistenziali, o quello che sono, non puoi scrivere un terzo romanzo di formazione, non avrebbe senso.
E cosa dovrei scrivere, ho detto io.
Che so, un noir, per esempio, un noir mi sembra una buona idea, no?
Ma io cosa ne so di noir.
Sei uno scrittore, sì, allora puoi scrivere qualunque cosa, no?
Ma non funziona mica così.
E come funziona, allora.
E che ne so, sicuramente non così.
Allora dimmelo tu come.
Quando ho una storia da scrivere la scrivo, senza pormi il problema di che razza di storia sia, scrivere è una necessità, una cosa naturale, non una richiesta, non sono mica un juke-box.
Non te lo pubblico un altro romanzo di formazione, un altro romanzo di seghe mentale esistenziali, scrivi un noir, il mercato vuole il noir, e noi glielo diamo, scrivi un noir, dai.
Il mercato, il noir, ma come cazzo parli, eh, come, ma ti senti?
Guarda che io sono il tuo editore, io pago i tuoi conti, faccio in qualche modo, anche, i tuoi interessi, sono un imprenditore, investo dei soldi, e pubblico libri che poi devo anche vendere, mica seghe mentali, io ti pubblico perché hai un pubblico se no che ti pubblico a fare.
Non fa una piega.
Allora eccomi qui che scrivo un noir: non essere troppo cervellotico, intellettuale, scrivi una storia semplice, se è trita e ritrita è ancora meglio, così il mio editore.
Scrivo la storia di un serial killer, più trito e ritrito di così si muore. Solo che io non so nulla di serial killer: ma cosa credi che gli altri scrittori di noir ne sappiano più di te, quello che sanno l’hanno imparato alla televisione e al cinema, così il mio editore che sembra avere una risposta pronta per tutti i miei dubbi.
Il problema è che io non guardo la televisione, non l’ho mai posseduta una televisione, e voglio continuare a non possederla, non so che farmene, e non vado al cinema da venti anni, era il 1983, in un cineforum ho visto “I quattrocento colpi”, poi basta cinema. Potrei ispirarmi ai libri, ma non ho mai letto un libro noir, o comunque di genere, e non per snobismo, anzi, sì, proprio per snobismo. Allora, dato che i giornali li leggo e lì di serial killer si parla un giorno sì e uno anche, qualcosa lo sto imparando: prima non la leggevo la cronaca nera, ma dopo la discussione col mio editore ho cominciato a leggerla. Ma anche così non funziona. Allora ho deciso di scendere in campo e dato che nel mio romanzo l’io narrante è il serial killer io imparerò ad essere un serial killer.
Logico, non fa una piega.
Seguo la tipa dai tacchi alti rossi dalla fermata del tram fino all’inizio di via Po: lei sarà la mia prima vittima, cioè sarà la prima vittima del mio io narrante: ma perché il mio io narrante la vuole uccidere? Bella domanda. Non lo so, qualcosa mi verrà in mente: non sono mica un serial killer, sto ancora imparando, in queste cose ci vuole il suo tempo, penso. Sono un apprendista serial killer, ecco che cosa sono.
Se scrivi un noir ti do anche un bell’anticipo, così il mio editore.
Ci penso, ho detto, e il giorno dopo ho firmato il contratto e incassato l’assegno, molto sostanzioso, dell’anticipo. Non ci ho penato molto, in verità.
Bravo, così mi piaci, ha detto il mio editore.
Io ho guardato l’assegno ma non mi piacevo proprio per niente, anche se l’assegno era proprio bello. Bello grosso.
Le scarpe rosse dai tacchi alti si fermano di fronte a un banchetto di libri usati. Io mi fermo a quello prima e lì, in bella mostra, c’è il mio secondo romanzo, usato e a metà prezzo: ma quando una persona si vende un libro vuol dire che non gli è piaciuto o cosa? Lo prendo in mano, sembra nuovo, non letto, lo apro e c’è un dedica, leggo la dedica:
A MAURIZIO GORI CON STIMA SINCERA…
e sotto la mia brutta firma illeggibile.
Maurizio Gori è un critico letterario al quale ho regalato questo libro, di persona, a una presentazione, e lui sembrava molto contento di ricevere il mio libro in dono, con tanto di dedica, così contento che un mese dopo se l’è venduto, e probabilmente senza neanche leggerlo, visto che non si è mai preso il disturbo di recensirlo sulle pagine culturali del suo prestigioso quotidiano. Una persona che si vende un libro con tanto di dedica si meriterebbe di morire: sto entrando nella parte del serial killer più velocemente di quanto potessi pensare. Bene.
Tacchi rossi alti si sposta lentamente da un banchetto di libri all’altro, compra un libro, ne compra un altro.
Perché l’io narrante vuole uccidere tacchi rossi? Perché non sopporta i tacchi rossi? Perché tacchi rossi è una prostituta e lui odia le prostitute? Perché tacchi rossi somiglia terribilmente alla sua ex moglie e lui odia la sua ex moglie? Perché l’io narrante è uno scrittore di romanzi di formazione e lui odia tutti da quando ha accettato di scrivere un noir, tra l’altro sentendosi una puttana strapagata per scrivere un noir? Perché a furia di pensarci gli è venuta veramente voglia di uccidere qualcuno, chiunque, al di là dei tacchi alti rossi, al di là di tutto?
Tacchi rossi gira a sinistra, poi a destra in una strada più stretta e più buia e in questo momento deserta, e nel momento in cui sta per entrare in una casa mi infilo rapido dietro di lei. Mi guarda interrogativa, con un inizio di spavento dipinto sul volto, poi però abbozza quasi un sorriso, dice io so chi è lei, lei è Federico Bona, lo scrittore, mi piacciono molto i suoi romanzi di formazione. Sorrido annuendo benevolo, per niente sconcertato, e la colpisco con un micidiale colpo di karate (sono cintura nera) alla gola che gliela spezza e la uccide sul colpo.
Cosa si prova ad uccidere qualcuno? Ci penso pochi secondi, mentre con passo calmo ritorno verso via Po: niente di particolare, è la semplice risposta.
Ma adesso è tardi, devo andare a scrive il mio noir.

vabbè, scusa, ma la soluzione al tuo dilemma è evidente: scrivi un noir esistenziale. To kill or not to kill…
Bello!
non fa una piega: si può scrivere bene solo delle cose che si conoscono.
😀
“Perché l’io narrante è uno scrittore di romanzi di formazione”. Spiritoso.
Mi pare spassoso, intelligente, assolutamente condivisibile. Ma se l’io narrante fosse la vittima?