Sto invecchiando, e il ramarro lo distinguo a malapena: un’ombra esile, che s’indovina sospesa al dito del ragazzo. Tutto il quadro dipende dal dettaglio appena percettibile: la smorfia del giovane, la sua rigidità, la luce che rischiara la spalla discinta e la rosa curiosamente femminili, la caraffa di vetro, la mano rappresa nel dolore. E’ come se la sensazione di benessere fosse minacciata dal morso dell’angoscia, dalla puntura insidiosa di uno strazio in agguato. L’invito sembrerebbe chiaro: mai cedere al’esca ambigua dell’ozio, alle illusioni della prosperità. Rimane una domanda: il ramarro che cosa rappresenta? L’etica esigente della vita, il pungolo aspro della coscienza retta? L’invidia predisposta a colpire? O la falce del tempo che incombe sul piacere, anche legittimo? L’unica certezza è la smorfia sofferente, simbolo dell’imperfezione inevitabile della realtà creata, dell’esistenza esposta al morso della storia.


Qualunque cosa simboleggi quel ramarro resta l’amaro in bocca per il timore che il dolore stia dietro ogni sorriso e che ogni gioia abbia già in sé il seme del dolore, della delusione e della nostalgia del tempo perduto.
amara considerazione davvero
Dei quadri di Caravaggio quelli che mi piacciono meno sono proprio quelli come questo che ha per protagonista un ragazzo o un Bacco dai lineamenti ben rimarcati. Questione di gusti, ovviamente, senza nulla togliere alla bravura dell’artista e alle sempre argute osservazioni del poeta commentatore.
Don Fabrizio, chi sta invecchiando?
Il ragazzo che non si accorge del ramarro o lei che non lo vede sul catalogo della mostra che immagino abbia davanti mentre commenta (o sta guardando il quadro su Internet?)
A.A.avido di sapere
A una prima impressione, a me pare una ragazza (non un uomo), e non soltanto per la rosa, ma soprattutto per l’espressione del viso, le movenze e l’acconciatura dei capelli. Se l’intento dell’autore era di rappresentare un ragazzo effeminato, il ramarro non rappresenta – a mio parere – soltanto (freudianamente parlando) il super-io, ma soprattutto il suo “sé autentico”, che vuole il suo vero bene, che non può certamente realizzarsi nello sviluppo di un’identità innaturale.
Ma può anche interpretarsi nel senso più simbolico, riferendosi alla figura femminile come alla parte migliore di questa umanità, attanagliata dalle miserie dell’orgoglio tipicamente maschile, che può guarire – certamente – con l’aiuto essenziale della grazia divina, ma anche con l’amore, la dolcezza, la spontaneità e la passionalità della donna-moglie.
vi ringrazio.
il quadro lo vedo su internet, caro amico, ma chissà che non succeda il miracolo.
si fatica veramente a vedere quel ramarro!
l’espressione è proprio tipicamente femminile, ma a lui probabilmente piaceva ritrarre proprio quegli aspetti femminili nell’uomo, quei giochi di ombre così sapienti e curati dimostrano la precisione dei suoi tratti, la globalità della sua visione…
la grazia delle dita compensa lo spavento del viso 🙂
è splendido.
il ramarro che cosa rappresenta?…la falce del tempo che incombe sul piacere, anche legittimo?
Caro Fabry,
parole sante!
Speriamo che succeda il miracolo e che riusciamo a vedere la mostra entro il 15 giugno.
Della comunità ci sono andati quasi tutti: all’appello manchiamo solo noi!
Un abbraccio,
Titti
vi ringrazio.
Titti, nei miracoli ci credo ancora!