Nulla osta

Strane aureole, quasi impercettibili, quelle di Michelangelo Merisi. Sorprendono, anche, gli strappi nella veste, segno di povertà, e nello stesso tempo emblemi di ferite che la vita infligge all’improvviso, dimenticandoli là, a testimonianza di chi siamo. La croce e il vangelo sono valori che stanno a fondamento, una specie di esorcismo alla tendenza inesorabile a svanire, l’horror vacui cui il nero sullo sfondo pare alludere. Persino il volto ha solo tratti scarni di bagliore riluttante, sempre sul punto di venire sommerso dalla tenebra che domina il fondale. E’ il teschio a conservarsi in piena luce, a indicare lo sbocco inevitabile, quasi agognato dal sapiente che vede più lontano e non teme il dissolversi del mondo. Ha uno strano sapore questa scena, ora che la sorella di un mio amico è morta cadendo dalla scale, attratta da un vuoto che pareva aver dimenticato, come uno strappo lasciato nella veste. Prego che alla fine della rampa abbia trovato anch’essa il vangelo con la croce, un nulla osta per varcare il buio rimasto da patire.

12 pensieri su “Nulla osta

  1. carla

    è molto bella questa tua interpretazione…
    il mistero contemplato nella luce di quel teschio, non ci è dato conoscere, ma si può sentire tutto.

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  2. f&r

    strana opera davvero! ne esistono due copie, una conservata nella chiesa dei Padri Cappuccini a Roma è attestata come autentica da alcuni studiosi;l’altra, trovata nel 1968 a Carpineto nella chiesa di san Pietro è attestata come autentica da altri. una, più scura,in cui il contrasto con la luce appare più netto, l’altra con una luce più soffusa e morbida; due soggetti identici: stesso santo, stessa posa, medesimo teschio, uguale croce senza il crocifisso; a leggerle in sequenza sembra quasi che la meditazione del santo passi dalla contrapposizione netta di luce e buio, segno della lotta dura con l’inevitabile che tutti ci aspetta ad una visione più serena, dove il trapasso è circondato da una luce che si propaga come polline e che rimanda al futuro che ci viene incontro, con la croce e il vangelo.

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  3. Roberto Plevano

    E’ uno strano Francesco, quello di Caravaggio, che conserva poco dell’iconografia giottesca, più nota, del santo. E’ un Francesco controriformistico, in cui sora nostra Morte corporale è mutata in memento mori. Un tono cupo, dov’è finito il giullare di Dio?
    Grazie a Fabrizio per la serie caravaggesca, non conoscevo questo particolare dipinto.

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  4. Marco Sini

    Il contrasto luce – tenebre, che risalta in questo dipinto, è superato – a mio parere – dal teschio illuminato in modo abbagliante dalla “luce” di Cristo, che non soltanto prefigura la vittoria finale, escatologica, sulla morte e sul peccato, ma anche (nel presente) l’opera potente del Signore – mediante lo Spirito Santo – che ridesta alla vita (attraverso la fede ed il Battesimo) chi era morto spiritualmente. A questo riguardo, penso sia edificante quanto scrive san Paolo apostolo ai Corinzi:

    “ […] Se il nostro Vangelo rimane velato, lo è in coloro che si perdono: in loro, increduli, il dio di questo mondo ha accecato la mente, perché non vedano lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo, che è immagine di Dio. Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù. E Dio, che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo.” (2 Corinzi 4,3-6).

    E ancora agli Efesini:

    “ […] Tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto:
    «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».” (Efesini 5,13-14).

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  5. fernirosso

    San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia e protettore di: commercianti, cordai, ecologi, floricoltori, mercanti, tappezzieri e poeti.
    Quando si dice accaparrarsi un “protettore”!
    Eppure questa opera di Caravaggio in tre soggetti assoggettati alla tela e alla sua mano la trovo di grande abilità. Piatta, l’immagine non dà profondità oltre i tre corpi.Sono la superficie della tela stessa,quasi che la canapa del saio e quella del quadro fossero una.Quadro è l’inquadratura del soggetto: guarda il teschio che ha in mano,come se sapesse che DI SUA MANO la morte viene, Non è forse la nostra assidua compagna da sempre? In ciascuno di noi, a portata di mano?Se tocchiamo noi stessi, tocchiamo anche la nostra morte:siamo inscindibili.E questa è la croce, in terra, la piccola croce che, quasi sfilata dallo scorcio prospettico, sembra una anonima X: firma di ogni nostra pagina e la nostra an-a-grafe, grafia più profonda, il senso della vita:non muore forse il seme per nascere:ognuno di noi, in questa vita, è un seme, nel solco della terra, quell’uniforme terra d’ombra con cui è eseguita l’opera, che sostanzia la veste di Francesco e Caravaggio, il legno tratto dall’albero, che forse è proprio sotto la croce stessa.Tutto cede,de-cade. ferni

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