Provocazione in forma d’apologo 168

Intricate vicende mi fecero entrare in possesso dell’ultimo scritto di un grande sapiente.
Su di un foglietto di carta di recupero (lo si capiva dagli orli sfrangiati e dalle dimensioni fuori standard), guidata da righe tracciate a matita, la mano incerta del vecchio morente aveva vergato, tutto in una sola facciata, un sonetto.

Un sonetto più astruso che bello e contenente una licenza metrica che sarebbe potuta passare per arditissima se non fosse stata una semplice svista.
Mi ci ruppi invano la testa per mesi, dopodiché mi decisi a chiedere aiuto. Dopo lunghe ricerche rintracciai l’unico in grado d’interpretare correttamente lo scritto, di strappargli il segreto che di sicuro celava; e quegli, non appena gli mostrai il foglietto, capì all’istante di che si trattava e si mise immediatamente al lavoro. Senza degnare della minima attenzione il sonetto, con sospiri e borbottii di stupore e ammirazione, l’uomo girò e rigirò il foglietto da tutte le parti, lo pesò su un bilancino di precisione, ne prese e annotò ogni misura possibile: altezza, larghezza, interlinee, margini… Quindi, in base a quei valori annotati, determinò rapporti ed eseguì calcoli, al termine dei quali con volto trasfigurato e pieno di lacrime mi svelò il segreto: un segreto tanto inaspettato e portentoso che anch’io scoppiai in un pianto dirotto.
Quando però la commozione si fu un po’ calmata gli chiesi che parte avesse in tutto ciò il sonetto, dato che il sapiente aveva fama di poeta. L’uomo, alzando le spalle e sbuffando, rispose che no, che erano chiacchiere senza fondamento, che quel grande non aveva mai scritto una poesia in vita sua; ma che, invero, aveva un servo che si dilettava di scrivere versi; e che, per quel che importava, poteva anche essere di costui, il sonetto che il vecchio morente aveva trascritto sul foglietto fatale.

6 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 168

  1. alfonso

    un servo che ha bisogno di un servizio del suo padrone! che in qualche modo si fa servire. un poeta che per inverare la sua poesia, al di là del materiale ” scientificamente pesabile”, aveva bisogno della grafia di uno, già vecchio, che stava morendo.
    un servo (della poesia) aveva bisogno di raccontare graficamente la sua bio-grafia, aveva bisogno di avverare il suo desiderio di “per sempre”, che la morte del vecchio avrebbe realizzato, rendendo tutto definitivo: per sempre.

    che profondità, che bellezza nelle cose che scrivi e che dici e che vivi, carissimo Roberto. ti abbraccio, come sempre

    Rispondi
  2. paolocacciolati

    Caro Roberto,
    questi tuoi post portano una ventata di fresco alle sinapsi surriscaldate, ne consiglierei la lettura anche a Denis Verdini, che ha dichiarato di sentirsi “sbatacchiato” (“i cittadini vengono sbatacchiati, meno male che c’è Berlusconi”).
    Ciao

    p.

    Rispondi
  3. robertorossitesta

    Caro Alfonso,
    naturalmente intendevo altro, con un’ironia anche pesante verso certi ambienti ai quali mi lusingo d’appartenere a qualche titolo.
    Ma tu smascheri e disarmi la malizia che ho innanzitutto verso me stesso, e che porto nella scrittura e nei rapporti col mondo.
    Grazie e un abbraccio,
    Roberto

    Rispondi
  4. robertorossitesta

    Caro Paolo,
    leggo che quando i pezzi grossi finiscono al fresco sovente si portano dietro per edificazione opere di poeti, filosofi e santi.
    Vuoi vedere che una volta o l’altra qualcuno di loro dichiarerà di essersi portato anche le “Provocazioni” di rrt?
    Il nostro mondo è pazzo (come dicevo, scusandomene, a un mio gatto che di fronte a certe cose mi guardava con costernazione):
    pertanto, potrebbe accadere anche questo.
    In attesa,
    grazie e un abbraccio,
    Roberto

    Rispondi
  5. robertorossitesta

    Cara Carla,
    ben pensato: un intero esercito di fotocopie non sarebbe bastato a sostituirlo.
    Con questo non intendevo
    svalutare in assoluto il testo poetico, ma (ri)dare a contesto e paratesto il loro giusto posto e peso. In altre parole,
    (re)immergere la poesia nella vita, sradicandola dal salotto e dalla biblioteca per portarla in tutti gli altri ambienti della casa, che guarda caso sono tanto più importanti quanto meno nominabili.
    Del resto, lo diceva anche Verlaine che la poesia ha una sua cucina – alta o bassa che sia 😉
    Grazie e ciao,
    Roberto

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *