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da qui
Leopoldo non sa dove andare: Parigi è troppo grande, anche considerando solo gli angoli dimenticati che tanto piacciono a Maria. Si ferma nella brasserie Lipp di Boulevard Saint Germain. Una tenda arancione sembra accoglierlo festosamente: si siede a un tavolo e ordina una birra. C’è qualcosa di molto chic per le sue tasche – anche se la gente si accalca ai tavoli e per chi dovesse alzarsi sarebbe arduo trovare un corridoio – ma ha sentito che qui viene assegnato un premio letterario e non ha saputo resistere alla tentazione. I camerieri sono tutti in abito nero e papillon sulla camicia bianca; gli specchi a muro rimandano immagini di fiori, persone, lampadari, mentre sui tavoli campeggiano piatti dalle fogge aristocratiche e bottiglie di vini di Bordeaux. Finita la birra, Leopoldo ha un’intuizione: si ricorda di autori visitati da presenze strane, guidati a scrivere senza alcun intervento cosciente della volontà. Perché non provare? Cerca di astrarsi dal chiacchiericcio fitto della folla; ecco, ora è solo, nella sala vuota; avverte nella mano destra una corrente sempre più percepibile e sicura. Estrae il blocchetto per gli appunti e lascia che il testo sbocci come in trance:
In genere, quando si inizia un romanzo, si è convinti di scrivere qualcosa di assolutamente originale, un’opera che passerà alla storia, si distinguerà dall’ammasso di carta quotidianamente riversato sulle bancarelle di mezzo mondo (la parte di mondo dove si ha tempo per leggere, e non si sgobba venti ore al giorno per un pugno di riso, per esempio). Chi si accinge a riempire il foglio bianco o la parte di schermo destinata alla scrittura, poi, si dà arie da bohémien, circondato da una cifra imprecisata di tazzine vuote da caffè e/o mozziconi di sigarette accumulati in ogni angolo; ha un aspetto scapigliato e una finestra che dà su qualche scorcio di città particolarmente pittoresco. Basta affacciarsi, la sera, guardare le coppiette che si stringono con il gelato in mano, l’ubriacone che barcolla cercando di trascinarsi al bar, i bambini che s’inseguono passando sotto le gonne svolazzanti delle mamme (se esistono mamme giovani con gonne, nella civiltà dei jeans con squarci e patacche obbligatori), ed ecco che l’ispirazione arriva per miracolo. Si ritiene, in genere, che per scrivere un romanzo sia utile affittare (o, se si può, acquistare) un faro dove l’oceano percuota la scogliera, perché la schiuma, il vento sono ingredienti topici in contesti letterari. In realtà, è sufficiente un computer in una stanza di periferia affacciata su palazzi dozzinali senza alcun segno di riconoscimento, e una strada dove i clacson e le bestemmie s’inseguono privi di qualunque logica apparente. Insomma, nessuna notte buia e tempestosa, solo un torrido pomeriggio d’agosto in cui un obiettivo ragionevole è sopravvivere alla pressione bassa e al caldo.
Leopoldo scrive, scrive, non si ferma mai; riempie cinquantanove pagine in cui lui è il protagonista; ma ci sono anche Saulo, Giulio da Padova, Maria; rintraccia informazioni preziose: gli ultimi movimenti della sua scrittrice, il luogo dell’incontro con Andreas, la ricerca di una vena creativa, della riconciliazione con il personaggio; sorride e si commuove, Leopoldo, non crede ai suoi occhi: perché non ci ha pensato prima?
Il proprietario della brasserie s’incuriosisce e chiede di leggere il testo. Dopo qualche minuto esclama a voce alta:
– E’ bellissimo! Potrebbe vincere il premio Lipp 2011.
– Sta scherzando? si schernisce Leopoldo. Questo romanzo incontrerebbe diffidenza e indifferenza fra i maggiori esperti: Beppe Geenna, pace all’anima sua, Giulio da Padova, Giovanni Paolo Pierino.
– In Italia non capiscono nulla.
Leopoldo dovrebbe arrabbiarsi e invece si rilassa all’improvviso:
– Me lo renda: glielo consegno quando avrò finito.
– Promesso?
– Promesso.
Si fa strada tra la folla di gente e di parole, paga alla cassa ed esce in strada.

Parigi, come la vita, è troppo grande per ritrovare chi si è avventurato da solo nei suoi angoli sperduti e, allora, scrivere può significare ritornare/ritrovarsi, con l’altro, con sé stessi, con un tu che non è, forse, mai, fuori di noi
un abbraccio, fabry
f&r
Finalmente Leopoldo che si lascia tentare!
Ritrova in cuore una esplosione infinite di note che si intrecciano in una armoniosa combinazione avvolgente, sensuale e pieni dell’absoluta dolcezza ottenuta con gli ultimi movimenti della sua creatrici.
Buena suerte a Leo.
Un abbraccio.
LIPP letteratura impossibile per principianti – letteratura immaginaria poche pretese – libri inesistenti per preti – lipperlì invento piacere puro – lipperini (immagino) puzzetta perpetua – lasciatemi in pace, prego
– lucy in panne perenne
“Affrontando alture si apprende che in una scalata il vuoto è composto da tutti i passi lasciati alle spalle, l’abisso è quello che si è già commesso.
Sul testo il vuoto è invece l’ignoto delle pagine seguenti in cui smarrirsi se i passi uscirono di traccia”
(Erri De Luca – “Una nuvola come tappeto”)
… smarrirsi e lasciare “che il testo sbocci come in trance”.
l’immemore partita perduta partendo per immaginifici luoghi lontani immensi pensieri pregati per prati innocenti languiti patendo provando increduli lemmi levati in pose proibite 🙂
che bel giochino 🙂
io seguo tutte le puntate nè
un bacio contento
la fu
grazie, o carissimi!
la Lipp è anche la Lipp, comunque!
un abbraccio convinto
faber
ça va sans dire!
Per un vecchio torinese (Torino “era” una piccola Parigi) la lip(a)a era un gioco, e ricevere il consiglio di andare a giocarlo equivaleva essere mandati a –
Ma queste sono cose che appunto appartengono a un
Lontano, Indigesto, Putrefatto Passato.
Un abbraccio,
Roberto
ovviamente
lip(a)a = lip(p)a
Ciao,
Roberto
Se la mettiamo sull gioco per una casalinga “Panel de Pon” (intelligent systems) un video gioco puzzle dove la fatta di fiori “LIP” ha un compito preciso.
Non conosco Parigi, ma Leo mi convince: si porta dentro il mondo.
Un caro saluto e complimenti!
grazie per la vostra partecipazione:
Leopoldo ne sarà felice.
sì, Laura, e a volte anche più d’uno!