Al di là del cancro

 

 

Di Antonio Imbò(*)

Nell’Avvertenza l’autore scrive che  il suo non vuol essere altro che il tentativo, a mio avviso riuscito, di dare significato a ciò che, d’un tratto, gli appare incomprensibile. Dare, cioè, un senso a quello che all’improvviso gli è accaduto, la sua malattia… E per farlo Benemeglio si consegna alla parola, alla scrittura che in questo modo acquista una funzione, direi, terapeutica.  A pagina 60 leggiamo: “Vivere eternamente grazie alla parola, vivere nella parola, grazie alla magia della parola”. Questa dichiarazione ci rimanda, come sappiamo, alla natura salvifica della parola, e più precisamente ci ricorda il possibile riscatto, la via d’uscita che offre la narrazione. Narrare vuol dire procrastinare, differire, rinviare l’appuntamento col proprio destino. Fintantoché si racconta una storia la morte può attendere.

E  veniamo al centro della questione. Di come cioè il testimone, “l’eletto” ,  direbbe Benemeglio facendo ricorso all’autoironia, che lo contraddistingue, guarda in faccia la realtà e ce la racconta  Veniamo cioè alla questione di come ci viene narrato, rappresentato l’uomo dinnanzi al suo destino. Perché è evidente che le risposte cambiano da uno all’altro. Benemeglio  ci rappresenta la sua personale vicenda con ottimismo, con una lucidità certo straordinaria senza mai far ricorso a una surrettizia retorica del dolore.  E’ la cosa che più colpisce leggendo queste pagine, fin dall’inizio. La piena consapevolezza di chi scrive, la sua coerenza, la sua lucidità. Non c’è traccia di oscurità, il pensiero è libero, non vi è tentativo di nascondimento, tutto è chiaro al nostro autore che si presenta davanti al lettore per com’è, rinunciando a ogni finzione, senz’alcuna maschera, senz’alcuno schermo.

Per non soccombere, però, in questo drammatico faccia a faccia con la malattia fa ricorso, nel raccontare e nel raccontarsi, a una figura retorica che avevo registrato in un precedente suo libro, vale a dire all’ironia e ancor più all’autoironia. Questa dissimulazione, in questo caso necessaria, gli permette direi di sopportare, controllare meglio il peso della materia narrata. In questo senso siamo di fronte a un testo trasgressivo, che ci fa sorridere in un momento in cui non dovremmo farlo. Alcune scene o battute arrivano ad essere perfino esilaranti, innescando un cortocircuito per cui il riso non riesce ad esplicarsi, ma viene frenato….  Si raggiunge il culmine in fondo alle pagine 47 e 48 dove ci viene presentato un medico che parla alterando le parole per un difetto di pronuncia, parole intercalate con una v e una f, creando in questo modo un disordine linguistico per cui l’ascoltatore, o il lettore in questo caso, fatica a trovare il significato. Metafora chiara di quell’affanno che l’autore compie per trovare un senso a quello che gli viene detto o, più in generale, a quello che gli è accaduto, che gli sta accadendo. E’ un momento umoristico fortemente significativo di quel sentimento del contrario di cui dicevo, un esempio dove il contesto drammatico si ribalta in commedia. Quando la realtà diventa grave allora, in quel momento, la leggerezza diviene una virtù.

La narrazione si chiude con l’immagine di una partita a scacchi. Il libro è stato detto è un prosimetro, dove i versi si alternano con la prosa. Leggo le ultime righe: “Gioca a scacchi, mi dico,/è l’ultima tua possibilità.//Cavalca il bianco a elle/vai allo sbaraglio con la regina./Ormai non c’è più alcuna via di fuga/devi affrontare la battaglia”.

Questo epilogo richiama, anche se mai citato nel testo, Il settimo sigillo di Bergman. Che certamente Benemeglio conosce. In quel film un cavaliere di ritorno dalle Crociate in terra santa, decide di sfidare la morte a scacchi. La morte non vince lealmente la partita. La vincerà quando il cavaliere con il movimento del braccio farà cadere i pezzi della scacchiera. Raccogliendoli e rimettendoli a posto la morte modifica la disposizione dei pezzi per poter vincere. Voglio dire a Benemeglio, che ha intrapreso questa sfida, di continuare come ha fatto finora, di non abbandonare la partita, di non rovesciare la scacchiera*.

  • Estratto dalla relazione letta nella Sala della Tipografia del “Commercio” di Lecce. Sabato, 16 ottobre  2010.

Altri brevi spunti critici:

C’è , in questo libro, un’autenticità che non lascia scampo che non ti permette di guardare altrove e fa rabbrividire. Eppure c’è un immaginario che si rincorre nel testo il pensare, il sentire, l’immaginare, hanno lo stesso ritmo che consiste in un movimento dentro-fuori, di concentrazione e dilatazione che diviene il respiro stesso. “Non c’è nessuna siepe leopardiana l’orizzonte non è infinito. E’ sbarrato”. Questi versi mi hanno fatta rabbrividire e poi è stato aggiunto: “tutto sembra condurti dentro il cuore di un’immensa tenebra” e si riapre l’immaginario, perché anche la tenebra è un’immagine dalla quale si può attingere il punto di lontananza assoluta, in cui ritrovarsi ancora, anche con le sue parole:  “il linguaggio che salva”

Pamela Serafino

…Eroe per caso chi vince la sua partita contro il cancro? Può darsi, ma non c’è nichilismo nei versi di Benemeglio, che regalano l’insegnamento più grande non alla fine del libro, ma all’inizio, in prefazione: Ci sono conquiste dell’anima impossibili senza la malattia perché il dolore più grande, come ci ricorda l’autore, probabilmente non è fisico, e non è malattia pura, è la perdita di un figlio. Chi ha avuto il buon senso di leggere fino in fondo questo piccolo, ma importante contributo, avrà riflettuto sui grandi temi della vita che la malattia induce a guardare sotto una prospettiva nuova, al di là della siepe, di memoria leopardiana, che Benemeglio ha descritto da poeta: egli è un artista della scrittura, ovvero uno scriba, com’egli si definisce nel testo; è riuscito a mettere insieme due forme di comunicazione diverse, ma immediate: la prosa e la poesia; è riuscito a spiegare pienamente cosa toglie e cosa dà la malattia. E se il dolore è dato per scontato, il guadagno non lo è affatto:

la sofferenza ha un valore/ il dolore ha un costo

Agnese Bascià

Alla fine del libro  tutto diventa poesia , o versi,  perché l’autore non ha  più domande da porsi sul suo divenire, essendo il senso della vita compreso appieno, e non resta nemmeno inanimato come una foglia al vento ma sceglie , invece, di vivere il tempo (quello che fu e quello che ora è) osservandolo,ascoltando in silenzio la sua voce

«Caro Biagino […] la pagina bianca è attesa, è silenzio, è l’anima dello scriba che possiede tutta la scienza vera, segreta, quella del silenzio[…]».

Il movimento regolatore dell’universo che equilibra l’uomo e lo pone tra coscienza e incoscienza elevandolo col silenzio all’estasi è il verso, la poesia nata in quello stesso silenzio che intesse i discorsi con l’anima dove le percezioni non riescono a esprimersi in parole.

Vincenzo D’Aurelio

…è molto bello il libro che mi hai regalato Augusto:

porta le stimmate della passione e del rigore, e rivela la tua anima ardente e profonda nello stesso tempo, ignara del politicamente corretto che ammorba il nostro tempo.

Fabrizio Centofanti

24 pensieri su “Al di là del cancro

  1. Giorgina Busca Gernetti

    “La narrazione si chiude con l’immagine di una partita a scacchi”

    Non posso non ricordare a questo proposito il celebre film di Ingmar Bergman “Il settimo sigillo” (1957) in cui il protagonista, Antonius Block, giuoca una drammatica partita a scacchi con la Morte. Infatti, tale film è citato nella relazione tenutasi a Lecce, poiché certamente Augusto Benemeglio conosce l’opera di Bergman e con encomiabile lucidità evidenzia la precisa consonanza tra la propria “partita” e quella di Antonius.

    A questo punto è dolorosamente perfetto il verso “Non c’è nessuna siepe leopardiana, l’orizzonte non è infinito. E’ sbarrato”.

    Giorgina Busca Gernetti

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  2. augusto

    Cara Giorgina, ci siamo conosciuti (da lontano), quando ero il presidente dell’Associazione Culturale L’uomo e il mare, e tu inviasti un tuo libro di poesie che fu premiato. Onestamente non ne ricordo il titolo ( saranno passati una decina d’anni) , e mi colpì una tua poesia che si riferiva all’occupazione nazista delle terre del nord e alle sua atrocità. La feci leggere pubblicamente, e nella sala ( eravamo al teatro Italia di Gallipoli) si creò un’atmosfera densa di commozione, osservando attentamente ( come feci io) si potevano scorgere le lacrime di alcuni spettatori che scendevano lungo il viso e andavano a inumidire – forse – come un rigagnolo di “speranza e riscatto dell’uomo” il tappeto rosso della grande sala.

    Grazie di quella poesia , grazie del tuo intervento.

    Augusto

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  3. francesco zero

    “Il viaggio finisce qui./ Forse./ Buona notte./ Dove va la memoria?/ Che cosa fa il vento/ gli alberi il mare/ i libri le lettere e le voci/ che ho lasciato.”
    E’ qui che ho scoperto gli amori di Augusto Benemeglio.Le cose alle quali più di tutto si sente legato.
    Ed ho scoperto anche che la memoria è il collante che ti aiuta a portare ogni cosa amata nelle tue tasche. La sofferenza di perdere la vita aumenta quando ti accorgi che quel collante non tiene più e il separarsi da ciò che preferisci ti avvicina alla fine. Francesco Zero

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  4. Stella Maria

    “la sofferenza ha un valore/ il dolore ha un costo”
    Alla luce di questo, scrivere prendendo di petto il male, autoironizzando e trovandovi la poesia non può che dare un sollievo all’anima ed è un’ottima medicina per guarire dentro, affichè il male se ne vada e lo speriamo tutti:-)
    Gli orientali dicono che i mali del corpo sono quelli dello spirito, il corpo si ammala quando ci ammaliamo “dentro”. Leggendo questo post mi viene da confermare che è così.
    Ho vissuto due anni con mia madre questo male che me l’ha portata via, ho scelto quella frase perchè sintetizza meravigliosamente questa esperienza, sebbene io lo affermi da “infermiera” e non da chi lo ha vissuto nella carne.
    Grazie Augusto.
    Grazie per questo post
    SM

    Rispondi
  5. augusto

    Caro Francesco, tu che sei un vero artista, con la tua capacità creativa e ttrasformatrice , a metà tra geometria e natura , tra figura e struttura , tu che giochi con la materia , la pietra, il legno, il ferro con quella nostalgia per un mondo di forme modellato direttamente dalla mano dell’uomo , tu che plasmi la materia accarezzandola con mano affettuosa , ( le mani dell’uomo sono fatte per carezzare la donna e l’argilla e la pioggia, diceva un poeta) con la tenerezza e la commozione ” femminile ” di una madre ( chi crea ha una natura femminile, la creazione nasce da come vivi il complesso materno) , tu che con la tua immaginazione sei fortemente legato al sostrato magico alchemico dell’inconscio, conosci perfettamente “las curvas de sentimiento” , quella che proviene dall’inizio , dalle origini e rievoca desideri ed emozioni connesse all’infanzia , al materno. Frobenius diceva che in ogni uomo creativo dare forma nasce dalla commozione, e ogni cosa veramente creativa sconvolge , inquieta, commuove.
    Tu ci riesci con le tue sculture, spero di esserci riuscito – in minima parte – anch’io con questo libretto.

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  6. augusto

    Cara Stella Maria, ci conosciamo poco, e tuttavia ogni volta che ci si incontra , per quei pochi attimi , “fosferni” , legati ad un saluto , tu sei così solare, così aperta, così sorridente , così straordinariamente luminosa ,che infondi gioia, ottimismo, benessere. Cosa che in parte mi spiego con la tua professione immersa nel “dolore” materiale dell’uomo, che è vero che può discendere da quello spirituale, verissimo!, ma guai a confondere la malattia seria con le teorie di George Groddeck , uno dei padri della psicomatica, per cui tutto ciò che avviene all’uomo è perchè l’uomo se l’è voluto. Insomma che si è malati perchè lo si vuole essere. Ne accenno nel libro , come nota introduttiva , proprio perchè esistono ancora oggi delle persone che credono in queste teorie ingenue. Il cancro è un enigma del pensiero e lo produciamo noi stessi, giorno dopo giorno, con le nostre attività, una volta senza saperlo. Ma oggi ne siamo perfettamente coscienti. Noi produciamo cancro giorno dopo giorno, ora dopo ora, in quasi tutte le attività che facciamo. Questa è l’amara realtà da cui non si sfugge ed è impossibile tornare indietro. A chi tocca? …Temo che prima o poi toccherà a tutti, o quasi.
    Grazie, cara cara Stella Maria, delle belle parole e del tuo fattivo contributo.
    Un abbraccio forte.
    Augusto

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  7. Giorgina Busca Gernetti

    Gentile Augusto,
    ricordo tutto perfettamente.
    Non ne ho parlato subito per l’emozione fortissima provata alla lettura della notizia.
    Il Concorso che presiedevi a Lecce era dedicato a Emily Dickinson. Il libro che inviai e che fu premiato era “La luna e la memoria”, Genesi, Torino 2000. La poesia cui alludi è intitolata “Schell! Schnell!” e raffigura una fila di bimbi esortata con quell’esclamazione dura e violenta ad affrettarsi verso una casa di mattoni rossi dove… Tutti sappiamo che cosa avveniva in quel luogo e che i bambini venivano soppressi per primi.
    Ti ringrazio molto per il ricordo di quella cerimonia e immagino la commozione di chi non sa dimenticare quelle atrocità.
    Conservo con cura le antologie del tuo Concorso cui partecipai e fui premiata anche un’altra volta.
    Nel Web, ogni tanto, compare un trafiletto con la notizia della poesia “Shnell! Schnell!” e la bella motivazione del premio stilata di tuo pugno. Ti ringrazio per per allora e per il ricordo di oggi.
    Giuoca bene la tua partita, gentile Augusto! Non far cadere le pedine dalla scacchiera come fece Antonius Bock nel film!
    La poesia e un phàrmakon che resta eterno nel tempo.
    Macte virtute tua, Auguste.

    Giorgina

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  8. Titti

    “Vivere eternamente grazie alla parola, vivere nella parola, grazie alla magia della parola”.

    Grazie, Augusto,
    per i continui regali che ci fai scrivendo i tuoi recital e, stavolta, donandoci addirittura uno scorcio della tua esistenza più intima e sofferta.
    Scrivere per dare significato a ciò che, d’un tratto, è apparso incomprensibile, ma anche per condividere un pezzo di sentiero con i propri amici e con quanti quel sentiero lo conoscono da vicino.
    Accolgo il tuo invito a vivere nella parola e – come direbbe il buon Fabrizio – della Parola 🙂

    Ricambio con una poesia di K.Gibran:

    “Se l’amico vi confida
    il suo pensiero
    non nascondetegli il vosto.
    Quando lui tace
    il vostro cuore
    non smette di ascoltarlo,
    perché nell’amicizia
    ogni pensiero, desiderio, speranza
    nasce in silenzio
    e si partecipa con gioia.
    Se vi separate dall’amico
    non addoloratevi,
    perché la sua assenza
    vi illumina
    su ciò che più in lui amate.
    E non vi sia nell’amicizia
    altro intento
    che scavarsi
    nello spirito a vicenda.

    Un abbraccio,
    Titti

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  9. Vincenzo D'Aurelio

    Caro Augusto,
    cosa dirti di più? Il tuo testo è un manuale per la guarigione dell’anima, è un manuale per saper apprezzare il tempo, è la saggezza di quel silenzio e di quella carta bianca sulla quale non riesci a scrivere perchè l’anima non parla ma dona sensazioni vive e perfette!
    Un abbraccio

    Rispondi
  10. Serenella Tozzi

    La solitudine nella malattia: certo, nelle malattia si è soli, soli con i propri pensieri e i propri stati d’animo in vuoti abissali, ma attraverso il il tuo libro, “Al di là del cancro”, ci hai aperto la porta della tua anima, ci hai messo a conoscenza dei tuoi pensieri, ci fai dono di te.
    Penso sinceramente che le tue parole potranno aiutare coloro che si trovano ad attraversare il cammino della malattia e che l’intento di renderci partecipi di tali sofferenze sia per dare un senso, e cito le tue parole: “dare valore (o meglio recuperare) alle cose di tutti i giorni, lo spirito di fraternità, la volontà di opposizione all’ingiustizia e all’indifferenza anche nei momenti di più indifeso abbandono, la fede nella libertà e nell’amore”. E io aggiungerei pensando agli ospedali, in nome del rispetto verso la persona.
    La tua scrittura scorre piano, con momenti di struggente poesia o caustica ironia, e le parole scorrono lasciando un segno.
    Grazie, Augusto.
    Con grande stima.
    Serenella

    Rispondi
  11. Doris Emilia Bragagnini

    “…Benemeglio si consegna alla parola, alla scrittura che in questo modo acquista una funzione, direi, terapeutica. A pagina 60 leggiamo: “Vivere eternamente grazie alla parola, vivere nella parola, grazie alla magia della parola”.

    “Perché è evidente che le risposte cambiano da uno all’altro. Benemeglio ci rappresenta la sua personale vicenda con ottimismo, con una lucidità certo straordinaria senza mai far ricorso a una surrettizia retorica del dolore. E’ la cosa che più colpisce leggendo queste pagine, fin dall’inizio”.

    “In questo senso siamo di fronte a un testo trasgressivo, che ci fa sorridere in un momento in cui non dovremmo farlo”.

    Sottolineo queste tre parti dell’essenziale e pregnante recensione di Antonio Imbò perché rispecchiano fedelmente anche il mio pensiero sull’opera di Augusto Benemeglio.
    Un testo che mi ha catturato da subito fin dalle primissime battute con quel suo andare così poetico, capace di accedere alla parte del lettore che sceglierebbe sempre di farsi trascinare in un gioco di proiezioni intensissime e incantate, a volte visionarie, dove la bellezza è, diviene, a portata di mano e grazie appunto alla “magia” della parola, salvifica. Proprio qui si verifica la trasgressione più grande capace di rendere questo libro un bellissimo esempio di libertà d’animo, dove la creatività dà libero svolgimento a quello che potrebbe essere il suo -canto del cigno- (“il puro cigno sospeso tra cielo e onda”) e diviene invece una straordinaria testimonianza di un passaggio attraverso le terre buie di un dolore complesso, fisico e morale, mai descritto in un modo subalterno, sempre “giocato” alla pari contro l’artiglio pronto a ghermire, dove tutto è trasformato in senso pieno, nulla viene sprecato, verso una dimensione descritta con una lucidità straordinaria, capace di sorridere allo strazio e di sussistere all’idea di un dono da lasciare come orma di sé, e di quel sé spremuto dalla malattia (anche). Una dimensione che porta “oltre”.

    Lo dice nel titolo, al di là del cancro, perché l’artiglio potrebbe non avere nome:

    …”ci sono dolori che non hanno tempo
    immobili, enormi, mille volte più forti

    della nostra capacità di soffrire
    mille volte più forti

    della nostra capacità di sopportarli
    dolori che restano lì

    inesorabili come pugnali nel cuore,
    dolori che non danno tregua
    che ogni giorno ci svegliano
    quando noi ci svegliamo
    e che di notte non ti fanno dormire”…

    “la sofferenza ha un valore/ il dolore ha un suo costo”

    Il valore di questa sofferenza è ben visibile nel libro, il suo costo anche:

    “Sono come un ricercatore d’inchiostro e della notte illuna, la notte perfetta, pura tenebra, macchia nera, e l’elemosina è il colore, ma non c’erano più colori in quella stanza, neppure di giorno…”

    Eppure Augusto ha saputo trovare la strada, ha intuito come muoversi nella partita più volte richiamata nel testo:

    “Non ci sono il bianco e nero:
    il bene e il male,
    ma molte sfumature di grigio”

    È percorrendo quelle sfumature in modo personale, portandone testimonianza verbale così ricca che non si è capovolta scompostamente “la scacchiera”…

    Tutti i miei complimenti ad Augusto per questa splendida “creatura letteraria” che tengo cara e di cui ho sempre pensato: “c’è una strada qua dentro, c’è una risposta”.

    Doris

    Rispondi
  12. augusto

    Carissime Titti, Serenella, Doris, caro Vincenzo , grazie dei vostri interventi. Lo sappiamo, e non sono io certamente il primo a dirlo , che ci sono conquiste dell’anima impossibili senza la malattia.
    Io credo che ciascuno di noi abbia un suo proprio destino, e non bisogna assolutamente fuggirlo, esorcizzarlo , per quanto duro e crudele , o incomprensibile, possa apparire ; è quella la nostra “verità”,l’ultima (?) possibilità che ci vien data per sapere veramente chi siamo: bisogna affrontarla a occhi lucidi e cuore stretto, magari anche con un po’ di ironia e umorismo ( quante volte vi è capitato di farvi delle incredibili risate ai funerali?) . Poi avvenga quel che avvenga, la sconfitta o la vittoria avranno uguale significato, uguale valore.
    Un grande abbraccio a tutti voi.
    Augusto

    Rispondi
  13. Stella Maria

    Grazie Augusto.
    E’ vero ci incontriamo sempre di sfuggita ma hai saputo cogliere in quei pochi attimi alcune cose che sfuggono ad una prima vista.
    Forse mi sono espressa male: io volevo solo dire che il tuo affrontare il male in primis con la mente ed il cuore ti ha aiutato a guarire, è vero la mente può tanto nel bene e nel male. Il cancro purtroppo è una malattia creata dall’uomo con cui si devono confrontare anche persone che non credevano, come mia madre, e questo dimosta solo tutta la nostra fragilità anche fisica, figlia di un uomo che si ritiene onnipotente e che dovrebbe avere invece l’umiltà di riconoscersi umano e muoversi verso Colui che è sceso verso noi dal suo altare, dal suo cielo.
    grazie ancora Augusto.
    SM

    Rispondi
  14. augusto

    Grazie a te, Stella per aver scritto senza…leggere , ma ti darò , con gioia, il libro alla prima occasione. Il tuo nome mi rievoca , ora, per un attimo ( le associazioni di idee sono in qualche modo rivelatrici della personalità di chi le fa) , il famoso grido finale , “Stella, Stella!”, pieno di rabbia e di rancore e di…giusta sacrosanta sconfitta di Kowalsky, il protagonista di un Tram chiamato desiderio, un Marlon Brando giovanissimo , ma già divo , macho , duro, cinico , attore carismaticoe uomo controverso , discusso, uno dei grandi personaggio di Hollywood.
    Beh, alla prossima.
    Un abbraccio e un saluto anche a Marco e ai tuoi bambini.

    Augusto

    Rispondi
  15. Gianfranco Budano

    Il nuovo poeta della sofferenza? Troppo riduttivo; di sicuro un moderno innovatore nei modi del raccontare la sofferenza; Augusto lo fa in maniera moderna e accattivante, con uno stile complesso che non dispiacerà ai palati più sofisticati e che non mancherà di stupire per la bellezza dello stile e per la profondità delle immagini.
    Non ci resta che sperare di essere deliziati ancora dalla penna di questo grande autore, un augurio per il futuro!

    Rispondi
  16. augusto

    Gianfranco mio, caffè pagato alla mia prossima “calata” a Lecce, la città più “bella” ( e più colta) del Sud, secondo uno niente affatto tenero come Guido Piovene .E in tua compagnia , antico guerriero messapico di uno e novantadue , con un bel viso scolpito intemerato da giovane magno-greco, uno si sente anche protetto , oltrechè in piacevole compagnia.
    E’ stato bello averti conosciuto, ed è bello continuare a collaborare con il tuo magnifico blog di cultura salentina.
    Un abbraccio forte.
    Augusto

    Rispondi
  17. annamaria ferramosca

    caro Augusto, dopo aver letto tutti questi commenti che così autenticamente mostrano la calda vicinanza che evidentemente tu, innanzitutto con quel che sei,( prima che con la via giusta che pure indichi per camminare con la malattia )sai suscitare, mi convinco di aver perduto in tutto questo tempo l’occasione di scambio amicale con te, con tutto quel che di profondo e insieme sereno sai dare,che ti viene dall’attraversare il dolore. così,dopo aver visto anche da vicino l’amicizia affettuosa degli amici(interpreti del recital Kafkiano)e la tua umile e sapientissima devozione alla parola degli altri, ho davvero avidissima curiosità di leggere questo tuo libro.
    continua ad attraversare la parola densa dunque, è davvero l’unica salvezza del tempo che ci resta.un forte abbraccio,
    annamaria

    Rispondi
  18. augusto

    Annnamaria cara, sorella mia , e grande poetessa del Salento, tu, come sempre, mi comunichi
    ” caparbie vibrazioni” , e anche stavolta mi offri il tuo “cesto di scintille” e le tue “mandorle di luce nella coppa del buio”. Il libro è già dentro la sua bella busta rinforzata , pronta per essere spedita. Domani lo farò.
    Intanto , io continuo a leggere il tuo “Other Signs, Other Circles”, alternandolo con Ocatavio Paz ( grandissimo poeta al cospetto de Dios) , il romanzo di Pamela Serafino, ” L’amore fuggitivo” e un libro su don (San) Mario Torregrossa di Mara Macrì ( La conosci?, è salentina?) che dovrò presentare domenica prossima.
    Ma non ti preoccupare , il tuo libro lo tengo nella parte sinistra del petto, quella più preziosa.
    Un abbraccio forte
    Augusto

    Rispondi
  19. annamaria ferramosca

    carissimo, non conosco Mara Macrì, sebbene abbia conosciuto esponenti della famiglia magliese dei Macrì(quella di Oreste Macrì traduttore di Lorca. In compenso Octavio Paz è uno dei poeti ispanici miei preferiti)ti ringrazio ancora per il tuo soffermarti su lle mie pagine, spero ti siano/risuonino di serenità.
    annamaria

    Rispondi
  20. augusto

    Caro Augusto, ti segnalo che più volte ho cercato di inserire dei commenti sotto gli
    scritti da te pubblicati sul blog lapoesiaelospirito . Riesco a leggere ed aprire i vari commenti già inseriti, ma non sono in grado di inserire questo che ti allego (avrei bisogno di istruzuioni), grazie Lino.

    “””””Io ho avuto la fortuna di leggere il tuo libretto, il tuo trattato sulle sofferenza sperimentata di persona. Disperazione, dolore e speranza si alternano nel tuo scritto e si rincorrono sorretti dalla luce e dalla forza di quella Entità che è l’amore universale e che tu
    identifichi nell’Essere supremo al quale ci rivolgiamo quasi esclusivamente nei momenti di estrema necessità.
    E’ un testo che da fiducia e speranza, così come indica chiaramente il suo titolo “Al di là del cancro”. fino a qualche tempo fa al di là non c’erano che la fine, il buio, l’alt, lo stop. Ora spesso c’è la vita, una vita più consapevole dei valori che la rendono meritevole d’essere
    vissuta interamente fino in fondo”””””.
    Lino Battilana

    Rispondi
  21. Maria Pia Romano

    Leggere. Del male. E sentire che è l’Uomo che parla all’altro Uomo.
    Comprendere che non esiste il malato, ma lo scrittore-poeta che si racconta, ancora una volta. Perchè unicamente questo può fare lui: accostare parole. Che si fanno carne.
    Leggere. E ricavare bellezza. Sempre e comunque.
    Una densità che sconcerta,
    Un’impetuosità che travolge.
    Una partita a scacchi che toglie il fiato.
    Ed è ancora vita.
    Il sole s’incolla alla pelle dei vivi.
    Grazie Augusto

    Rispondi
  22. augusto

    Grazie a te, cara Maria Pia. Sei una creatura splendida , in tutto.
    Un grandissimo augurio di felicità per il tuo futuro, che sarà intenso,
    avvolgente, profondo , come l mare , ma anche leggero , ridente e luminoso.
    Un abbraccio forte.

    Augusto

    Rispondi
  23. pamela

    il libro di Augusto rivisita l’esperienza, vissuta in prima persona, della sua lotta contro il cancro. Ma quest’opera, scritta in chiave autobiografica,offre una rappresentazione del reale in chiave antropologica, attenta ai grandi nodi esistenziali, che acquistano profondità e comprensione nel dolore. La ricercatezza e la preziosità della scrittura di augusto è alimentata, inoltre, da un ricco sistema di richiami intetestuali che ne denotano la grande conoscenza letteraria. Non saprei dire se questo libro possa definirsi come una catarsi del dolore, un suo allontanamento, certo offre la possibilità di meditare sul tema del dolore e sulla sua impenetrabile solitudine.

    Rispondi
  24. augusto

    Cara Pamela, più esaustiva di te, in poche righe, è difficile esserlo. Credo che sarebbe stato perfetto come quarta di copertina.
    Quando lo presenterò a Roma, magari – chissà? – trovi il tempo di venire a fare un tuo intervento. C’è anche il magno artista Mimmo Anteri, con i suoi quadri leggeri , fatti di mare spazi e vento, ma con rifrazioni che rimangono impresse nella memoria.
    Grazie, Pam.
    Un abbraccio fortissimo.
    Augusto

    Rispondi

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