73. L’orologio

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da qui

A Maria viene il dubbio di aver lasciato il cellulare acceso: immediatamente, infila la mano destra nella tasca e s’imbatte in una catena sottile, di quelle usate per appendere al collo monili di una certa dimensione. Prova a tirare, ma è difficile, perché ci sono oggetti antagonisti: un accendino che porta sempre con sé, anche se ha smesso di fumare; una chiavetta per collegarsi in rete, le chiavi dell’automobile e di casa, il cellulare stesso, che all’improvviso ha perso d’interesse. Ecco, finalmente è riuscita ad afferrare la catena per il verso giusto; sente che fa capo a un oggetto rotondo, con sporgenza ruvida e una piccola maniglia: un orologio! Com’è finito nella tasca? Non ricorda di avercelo messo, ultimamente. Don Faber glielo diede in un momento, per lei, di crisi nera. Fu un gesto eroico: il sacerdote lo conservava come fosse una reliquia. Apparteneva al padre spirituale morto da santo, vittima di un attentato incendiario nella chiesa dove lui, ora, era parroco. Don Faber l’aveva acquistato in edicola per la cifra di sei euro, ma don Mario lo portava con orgoglio, come un gioiello di valore inestimabile. Che senso può avere, per Maria, ritrovarlo proprio ora, davanti a san Giuseppe che le ha ispirato un’idea più convincente della letteratura? Le viene da pensare che una storia nasce sempre da un ricordo, un frammento di realtà che produce conseguenze a catena, perché ogni fibra del cosmo è intrecciata alle altre in un groviglio inestricabile e basta prendere il filo in un punto qualsiasi per ripercorrere l’itinerario delle gioie e dei dolori, e in fondo lo scrittore è una figura paziente che tesse continuamente la sua tela, facendo e disfacendo come Penelope che attende, trasformando il tempo in una costruzione sempre più precisa: l’orologio che Maria ha scoperto nella tasca e che ora rivela l’esistenza di un filo da cui il racconto può ricominciare, registrando, per esempio, il sussulto che la scuote per il destino di don Faber, di Leopoldo, di una umanità in bilico tra la vita e la morte, eppure sempre pronta a ripartire, a crederci ancora, a sperare che scocchi l’ora giusta per dire finalmente: sono vivo, l’universo è un’opera che adesso, nella penombra dell’altare, davanti a san Giuseppe, m’interpella sul senso del mio esserci, sul contributo che mi è dato offrire alla trama sbilenca e preziosa della storia. Se veramente esisti, Dio, dimmi che ho ragione, questa volta.

11 pensieri su “73. L’orologio

  1. elisabetta

    “una storia nasce sempre da un ricordo”
    si faber, si… e i ricordi appartengono al presente.
    eli

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  2. M&C

    Anche nelle mie tasche, anzi nelle mie borse, c’è una gran confusione ed ogni tanto, cercando qualcosa, ne esce fuori un’altra inaspettata…
    Così mi accade pure nella vita, nella quale invece ho sempre cercato di mantenere tutto in ordine e sotto controllo, ma con ovvi scarsissimi risultati!
    Nei momenti di sorpresa, ho sperimentato che se riuscivo ad “allungare la vista” e ad “afferrare la catena per il verso giusto”, non per merito mio ma per la grazia della Fede, potevo trovare storie più interessanti di quella che cercavo e recuperare situazioni che ormai credevo perdute.
    Con inevitabili “conseguenze a catena, perché ogni fibra del cosmo è intrecciata alle altre in un groviglio inestricabile”, perchè siamo tutti collegati come da un filo invisibile, e tutte le nostre azioni e le nostre scelte, sia buone sia cattive, hanno ripercussioni non solo su di noi, ma anche su chi abbiamo intorno.

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  3. f&r

    il senso dell’esserci qui ed ora…
    un arcano troppo spesso senza risposta, nonostante la ricerca, nonostante tutto…
    eppure un senso deve esserci

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  4. Emanuelabianchi

    “il dubbio di aver lasciato il cellulare acceso”
    Si parte sempre da un dubbio; in questo caso è quasi un timore.
    Paura di essere bruscamente catapultati nelle incombenze del quotidiano, di non riuscire a parlare con se stessi.
    Se il telefono squillasse ora, Dio non ci ascolterebbe, non potrebbe parlarci; poi accade l’inevitabile.
    Il telefono non è stato spento ma perde ogni potere, il cuore va lontano, prevale il ricordo.
    Niente ha potere o valore se noi stessi non glielo attribuiamo.
    Coraggio, l’ora giusta è scoccata; hai ragione ANCHE questa volta.

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  5. Stella Maria

    L’orologio, il tempo che scorre, convezione degli uomini per dare una “regola” a tutto nel caos primordiale e quotidiano, il ritmico tic tac scandisce gli attimi. Se non ci fossero convenzioni tutto sarebbe eterno e così l’orologio regalato, contrariamente alla sua funzione, simboleggia il presente del ricordo rivissuto e che si trasmette, a testimoniare che tutto “è” e che da lì parte l’ispirazione, indicativo presente.
    Sei quasi geniale! (il “quasi” è solo perchè potresti trovarne un’altra e allora ho già l’aggettivo “pieno”) :-))
    SM

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  6. claudia

    @8 Se non ci fossero convenzioni tutto sarebbe eterno

    dunque se non esistessero orologi non invecchieremmo non incontreremmo sora nostra morte corporale

    interessante.

    fabry, concordo sul geniale togliendo il quasi

    e vedo con gioia che hai ripreso il cammino del tuo romanzo!

    ciao

    claudia

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  7. vale

    C’è stato un tempo in cui nel caos della mia vita, non sopportavo il “tic tac” quotidiano.
    Poi l’ora giusta è scoccata e ora posso dire: sono viva, posso ripartire!
    Vale

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