11. L’aula

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da qui

L’aula vuota suscita in Alberto immagini contraddittorie: un parlamento, un cimitero (di quelli polacchi, perfettamente regolari, stessa distanza fra tomba e tomba, corridoio e corridoio), un edificio ospedaliero (i finestroni squallidi, asettici e inestetici, pronti a ricordare che si deve morire, prima o poi). Il quadro muta quando l’ambiente si riempie di studenti, i mille colori di magliette, camicie, teste ferme e assorte se la lezione è interessante oppure ciondolanti, mobili a destra e a sinistra, complici di chiacchiere, battute, parolacce, se l’accademico di turno non sa comunicare. Alberto ama la prospettiva in cui si trova, l’idea che da lui parta un movimento che si trasmette ai banchi, attraversa i cervelli, rimescola gli animi, li dispone a un progresso mentale, culturale; si accorge subito quando ha toccato il punto giusto dagli sguardi che si accendono, le penne che cominciano a vergare segni sui blocchi per appunti, le occhiate che i giovani si scambiano, per chiedere conferma di un interesse rinnovato. E’ fiero di non essere un barone polveroso che produce muffa nelle orecchie più entusiaste, soffoca gli slanci, fa sentire il sapere come controindicazione all’esistenza autentica. Eppure ha un cruccio che gli sta logorando la salute: percepisce in sé una vocazione di scrittore, vorrebbe scorrazzare nelle praterie dell’immaginazione più sfrenata, plasmare personaggi da seguire con il fiato sospeso, lasciati ogni volta sulla soglia di un pericolo, di un dubbio, di una svolta, ora in balia di una pistola, ora di un possibile incidente, ora di un crollo psicologico, in un vortice che non dà mai tregua e fa voltare pagina in attesa della novità che spiazzi un’altra volta; vorrebbe battere sui tasti del computer assecondando la logica della narrazione, e invece no: è un professore, un critico, uno che s’impunta sui dettagli, che spacca il capello, che imbriglia l’anima negli schemi fissi della teoria della letteratura. Davanti all’aula vuota, Alberto piange: chi l’ha convinto a entrare in una trappola da cui non sa più uscire? Non ha voglia di vivere: l’aula è un cimitero polacco perfettamente regolare, stessa distanza fra corridoio e corridoio, tomba e tomba, un edificio ospedaliero dai finestroni squallidi pronti a ricordarti che devi morire, prima o poi.

11 pensieri su “11. L’aula

  1. elisabetta

    “E’ fiero di non essere un barone polveroso che produce muffa nelle orecchie più entusiaste”
    e ce ne sono di baroni!
    mamma mia faber….incollata qui…
    eli

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  2. Anonimo

    Alberto, professore che sogna di essere scrittore. Perché non fa entrambe le cose? Del resto una non esclude l’altra, come nel caso di Don Fabrizio, sacerdote che scrive divinamente bene 😉 Forse la differenza e’ che quest’ultimo non predica mai ad una chiesa vuota…
    A lei sarebbe piaciuto insegnare lettere moderne, don Fabrizio, o si sentirebbe meglio nei panni uno studioso, ricercatore solitario?

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  3. f@r

    eppure quando quegli occhi si accendono e le penne cominciano a vergare segni sui blocchi per appunti l’aula si riempie di nuova vita, perciò anche nella polverosa teoria della letteratura si può trovare qualcosa di vitale, magari qualcosa che lo spingerà a scrivere di quegli occhi e quelle penne, di quella vita che abita l’aula nei giorni di lezione.

    un abbraccio, fabry

    f@r

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  4. Ema

    L’intellettuale odierno ha il compito difficile di affrontare il pensiero globalizzato, che “non avverte alcun pensiero di essere interpretato”. Che non avverte, dunque, la necessità di un’autocritica.

    “I brontosauri si estinsero, perché non si resero conto che il mondo intorno a loro stava cambiando, rimanendo privi delle loro condizioni minimali di sopravvivenza…. Come può esserci capacità critica, e conseguentemente, dove si può collocare la figura dell’intellettuale, in un mondo con un unico referente, senza più dialettica tra parti antagoniste?”

    “Il grande silenzio”
    Alberto Asor Rosa

    …stasera alle 18.00 la chiesa era praticamente vuota (un paio di persone),il SS.Sacramento esposto, due lumi accesi…l’ora di lezione è stata fantastica!

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  5. M&C

    Che bello questo professore che “ama la prospettiva in cui si trova, l’idea che da lui parta un movimento che si trasmette ai banchi, attraversa i cervelli, rimescola gli animi, li dispone a un progresso mentale, culturale; si accorge subito quando ha toccato il punto giusto…”: mi fa venire voglia di tornare sui banchi e ricominciare tutti gli studi da capo!

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  6. Ema

    Capisco perchè piangi Alberto:”una vocazione di scrittore…fa voltare pagina in attesa della novità “

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  7. M&C

    Per me piange perchè:
    «Dai cieli d’Italia in questi giorni piove fango, ecco, e a palle di fango si gioca; e il fango s’appiastra da per tutto, su le facce pallide e violente sia degli assaliti sia degli assalitori…… Diluvia il fango…»
    (Pirandello – I vecchi e i giovani)
    In effetti c’è poco da ridere….!!!

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  8. annamaria orlandi

    A me bastava una mano alzata per una domanda,mi bastavano iloro occhi vivi interessati e curiosi, la bellezza delle loro menti aperte e plasmabili…..Mi piaceva leggere ad alta voce brani di romanzi avvincenti.Non ho mai pensato di scrivere ,non ne sono capace,ma ammiro moltissimo chi,come te, ha questo dono !

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