[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=N8Mhji_lgCQ]
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La Grazia sarebbe arrivata, inattesa e imprevedibile. Mi aspettavo una catarsi, una luce che facesse all’improvviso giustizia sulle tenebre. Continua a leggere
[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=N8Mhji_lgCQ]
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La Grazia sarebbe arrivata, inattesa e imprevedibile. Mi aspettavo una catarsi, una luce che facesse all’improvviso giustizia sulle tenebre. Continua a leggere
1. La sottile voce di silenzio
Nelle mie consuete navigazioni su Lpels ecco La shoa, le tre teste di maiale e la Nona sinfonia di Mahler: è quella che amo di più, – dice Fabrizio, – soprattutto il quarto tempo, uno dei più meravigliosi adagi che siano stati mai composti, un lentissimo non ancora trattenuto. E’ il suono del silenzio. Continua a leggere
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Tre teste di maiale, un bel ricordo,
non c’è che dire. Sì, fraternamente
uniti con chi soffre le memorie
di un odio secolare, senza senso,
come qualsiasi odio, a ben pensarci:
ma è il pensiero che manca a chi schernisce
le piaghe del fratello, a chi ferisce
la morte disperata, l’abbandono
in punta di coltello, la tristezza
che prende quando a sera si ricontano
i presenti e gli assenti, chi rimane
e chi invece saluta, senza voce,
in un ultimo sogno di perdono.
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Mi chiedi perché non scriva più poesie,
da questa terra piena di ricordi.
Non è soltanto il cielo sovraccarico
di pioggia né il lavoro che mi preme,
e nemmeno, credi, la malinconia
che sento rimontare senza tregua,
come il bisogno d’incontrarne presto
lo sguardo, quel sorriso che mi dava
la certezza strana, il dato, d’esserci
davvero, e non trovarmi, come allora,
lasciato sul più bello, insomma dire
eccomi, sono qui, sapendo bene
che lui, dall’altra parte, chiederebbe
come stai? Sì, mi manchi, non morire.
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L’uomo, a Venezia, va in cerca di tracce del passato, che ha prodotto, pezzo per pezzo, la città più bella e illogica del mondo, riempiendo ogni cuore di ricordi, visioni, nostalgie. E’ convinto che aggirandosi tra i ponti, fissando le pareti delle case, cariche di muschio, sentendo la gondola oscillare col tonfo sordo d’ogni specie galleggiante, possa trovare un senso all’amarezza che si accumula, attimo per attimo. Non sa che in quegli scorci d’altri mondi, nei colori improbabili al tramonto, nei rii che racchiudono il cosmo in un imbuto, sta scrutando, al contrario, il suo futuro: il richiamo struggente, lo strappo necessario, il bacio di Giuda che per trenta denari l’ha venduto, ignorando che ogni tono di colore, ogni piega delle rogge, il ciuffo d’erba abbarbicato ai basamenti, sono la prova che il tempo – anche il più debole e consunto – è destinato a risorgere dall’acqua opaca dei canali, dalle sponde arrugginite, dal legno infracidito delle barche.
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E’ ancora una questione di potere?
Di occupare dei posti in parlamento?
La sedia dei top manager, la stanza
dei bottoni negli Stati, stipendi
pareggiati col genere maschile?
Questo e altro ricorda l’otto marzo.
A me, sai, fa pensare soprattutto
a una donna al di fuori degli schemi
in cui vorrebbero fissarla, e forse,
a volte, si fissa pure lei. Scusami
se dico questo, ma sarebbe bello
accorgermi che sei
sì, finalmente libera da tutto,
come dire, donna senza aggettivi,
o forse donna senza paragoni,
uscita nuovamente
dalla conchiglia delle attese false,
donna soltanto, come se non fosse
necessario aggiungere altro. Scusami
se lo dichiaro solo l’otto marzo,
sotto il solito ramo di mimosa.
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Sei eccitato, è il giorno in cui papà vuole portarvi alla parata. L’idea di salire sulla Metro ti entusiasma. Continua a leggere
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Hai deciso di sederti qui per l’ultima volta in vita tua. Il poster di Taormina è un po’ sbiadito, o così sembra. Anche la Piazza dei Miracoli è un calco di gesso in mezzo al prato. Continua a leggere
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Mi dica. Cerco don Liborio. Un attimo, che le passo la stanza. Squilla. squilla, non risponde nessuno. Sarà in visita ai detenuti. Sì? Cerco don Liborio. Attenda, glielo passo. Continua a leggere
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Non saprai mai quello che il cardinale ha detto al segretario. La tua vita è fatta così: di cose che non sai e non puoi sapere. Anche la comunità è un ibrido che non può spiegarsi: parrocchia e centro giovanile, come metterli insieme? Come evitare invasioni di campo, gelosie? E, soprattutto, dove trovare le energie per portarli avanti insieme? Non ce la farai, se non ti mandano un aiuto. Continua a leggere
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Ti hanno fatto entrare: non sai perché, non sai mai nulla, in questi casi; ti lasci spingere dalla corrente, sei convinto che ne sappia più di te. Forse hanno notato il colletto, o creduto che fossi il fidanzato, oppure, a volte, accadono miracoli che nessuno può spiegare. Sei in coma pure tu nella sala di rianimazione, dove tutto ha un senso preciso proprio quando di senso ne è rimasto poco, negli uomini intubati, nelle donne con lo sguardo fisso nel nulla. Continua a leggere
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Per quanto tempo ha squillato il telefono? E’ in momenti come questi che scopri la tua ansia: perché non risponde? Che sarà successo? Pensi alle evenienze più terribili, poi ti dici no, sono paure che arrivano da chissà dove, dai traumi di bambino, dalla carica emotiva di un passato sprofondato nell’oblio. Continua a leggere
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Una volta mi veniva così, di getto, come suonare al pianoforte. Vedevo immagini e sbocciavano parole, come l’erbaccia nel giardino, che il vecchio giardiniere non fa in tempo a estirpare e subito spunta più robusta e indomabile di prima. Continua a leggere
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– Dimmi il tuo nome! Dimmi il tuo nome! Continua a leggere
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Ti senti solo. Scendi dalla torre pensando sia tutta un’illusione: l’estasi là in alto, l’immaginazione di te morto sul selciato, l’idea che finalmente possa concludere qualcosa, la domanda di Fofner, la macchia blu del fiume in mezzo alla massa bianca e grigia delle case. Continua a leggere
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– Sì, la vedo.
– A volte basta un colore, per cambiare vita.
Che strano: il fiume è l’unica cosa sfuggita all’attenzione, come se a contare fosse solo la distesa bianca e grigia delle case, la geometria dei quartieri che si spingono fino all’orizzonte, dove il cielo si confonde con la massa scura della terra. Ti chiedi se sia sempre così, se ci accorgiamo soltanto di una parte di ciò che ci circonda, smarrendo ciò che porterebbe acqua al deserto invivibile dell’esperienza quotidiana. Continua a leggere
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Che fine ha fatto Filippo? Ti sembrava di aver trovato la persona giusta e invece ti ritrovi nella stanza dalle luci blu, con un letto sospeso a mezza altezza, lampade a grappoli che calano dall’alto come meteoriti, messaggi d’altri mondi, che non riesci a decifrare. Continua a leggere
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Dal ponte appare la città invisibile,
avvolta in una specie di foschia.
L’auto in garage, il pranzo
al primo ristorante,
pieno d’indiani e coppie sui sessanta.
Poi c’imbarchiamo sulla linea uno,
tre valigie pesanti
di groppi alla gola. Un poco alla volta
appaiono i palazzi
con bifore e trifore,
le calli, i campi, i sottopergolati.
Chiedo occhi che reggano alla luce
di San Marco, il mio cuore
galleggia. Non ha voce
il ricordo della sera su Riva
degli Schiavoni: fu la prima volta
che le parole nacquero da sole,
che l’odore e il sapore,
i colori aggrumati del tramonto
apparvero in visione,
dal rovescio del mondo.
Ti guardavo e capivi. Quanti anni
ci dividono, ormai, da quella sera?
Eppure siamo lì,
con lo sguardo perduto,
le parole che salgono dal fondo.
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La città è vuota: ci siete voi, in una brasserie ai confini del mondo, del tuo mondo, oltre il quale non riesci più a guardare.
– Scrivi un diario.
Cerchi di decifrare i suoi pensieri: ha gli occhi troppo grandi, impossibile gestirli.
– Per quale motivo?
Estrae un bloc notes dalla tasca dei calzoni, una moleskine con l’elastico scuro per assicurarla.
– Perché dovrei scrivere un diario?
Non risponde nulla. Prendi il notes e lo apri alla pagina iniziale: c’è una frase in corsivo, difficile da leggere. Ti concentri: Quando gli chiesero cosa avrebbe salvato dalla casa invasa dal fuoco, lui rispose: il fuoco.
– Carina.
Fofner guarda lontano, sarà un vezzo, o un vizio. Cosa farai? Servirebbe a qualcosa annotare la tua vita?
– Finché non scrivi, è come se i pensieri e i sentimenti formassero una matassa ingarbugliata.
La proposta t’imbarazza: cerchi di distinguere le prime idee che ti vengono alla mente.
– Tu scrivi un diario?
Ha gli occhi fissi nei tuoi: provi paura, per un attimo.
– La mia vita la scrivono gli altri: sulle case diroccate, sui davanzali dei pontili.
Ti chini sulla pagina, prendi la penna dal taschino.
– Non pensarci, butta giù quello che passa per la testa.
Ti piace il bianco della carta: spalanca le possibilità, non ti costringe a essere quello che non vuoi. Rigiri la biro tra le dita. Alzi lo sguardo: Fofner ha ancora gli occhi puntati su di te. Ti ci specchi dentro, finché la testa non comincia a girare. Ti avvolge una nebbia fitta, che solo a poco a poco si dirada, mostrando un corridoio dai soffitti altissimi e le pareti chiare. Indossi un grembiule bianco con il fiocco azzurro. Cosa ci fai, da solo? Ti sei perso. Forse sei uscito dall’aula per andare al bagno, è il primo giorno di asilo, non conosci il posto. Le porte enormi sono chiuse, come potresti ritrovare quella tua? Saranno dieci: da dove sei venuto? Ascolti le voci che provengono da dentro, le maestre che gridano, gli scolari che si muovono tra i banchi, non riconosci l’intonazione alterata della tua insegnante, i pianti e le risate dei compagni di classe. Devi scegliere un’aula a caso, altrimenti starai qui per sempre. Ti dirigi verso quella che hai davanti. Ti slanci in tutta l’altezza, afferri la maniglia abbassandola appena, in modo da guardare di sbieco nella fessura sottile che si apre. Ecco, ce l’hai fatta. Qualcuno se n’è accorto, la maestra si volta di scatto, grida con quanta voce ha in corpo: chi è là! Sei costretto a entrare, con gli occhi socchiusi, il cuore che batte all’impazzata. Ti fai coraggio, getti lo sguardo sull’aula tutta bianca, piena di alunni col grembiule nero, più grandi di te, sgorbio minuscolo, al confronto. Dopo un attimo di esitazione, come obbedendo a un unico comando, scoppiano tutti in una risata acuta, terribile, sguaiata, mentre volano gli epiteti, asino, scemo, dove vai? Sei solo, col grembiule bianco, una lacrima enorme precipita sul pavimento grigio: la puoi vedere, spiaccicata come una pozzanghera in cui si specchiano la vergogna e la paura. Ti senti qualcosa tra le mani, un quadernetto nero, con un elastico per chiuderlo: cominci a scrivere qualcosa, sotto gli occhi grandi di Fofner.
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– Che ne pensi?
– Abbiamo fatto il possibile.
– E’ come se mancasse un tassello, non ti pare?
– Non si può far quadrare sempre il cerchio.
– Fa male, ma è così.
– Le ho detto il nome.
– E’ proibito farlo, lo sai bene.
– La legge non basta, certe volte.
– E’ una fatica: sono stato tentato di tirarmi indietro.
– Se ci arrendiamo noi, saranno persi.
– Fausto è a buon punto: l’ho visto rifiutare la proposta del successo.
– Non si sa mai. Sono anni che il cuore si è indurito.
– Esistono i miracoli. Deve succedere qualcosa d’importante, che lo strappi alla prigione dell’io.
– A volte ho paura che non cambino, che non ci sia più nulla da tentare.
– Non dire così, Aldebaran. Siamo noi che dobbiamo sostenerli.
– Sono bambini che non vogliono crescere.
– Ci vuole pazienza, perché ritrovino la strada.
– Tu l’hai trovata?
– Che dici, Aldebaran?
– Ti sei mai sentito innamorato?
– Lo sai che non possiamo.
– E se un giorno capitasse?
– Non deve capitare.
– Ma se un giorno capitasse?
– Credi che non abbia avuto dubbi?
– Rispondimi: se un giorno capitasse?
– Pensiamo a loro.
– Certo.
– Non sei convinto?
– A volte, quando suono, mi sembra che le luci s’incontrino, facciano dei giochi, come corse, inseguimenti.
– Sei tu l’inseguitore, Aldebaran.
– Cerca di capire: si rincorrono, non sanno fare a meno le une delle altre.
– Quanto resta, della notte?
– Poco, manca poco.