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L’appeso (da “Salva L’Anima)

Ti chiedi se un romanzo possa servire mai a qualcuno. Ti senti stupido, nella stanza con quaranta gradi, le pale del ventilatore sempre sul punto di cadere in pezzi, il poster di Taormina a ricordarti di uno spazio e un tempo in cui hai creduto di essere felice. Oggi metti tutto in discussione, dopo l’ennesima giornata storta: sei un illuso con la gente, immagini ancora che il vangelo possa cambiare la vita alle persone. A cosa serviranno le righe nere che tessi ormai a fatica, col mal di testa che ti opprime, le dita in cui pare condensarsi la pesantezza insostenibile di un agosto che non vuol finire? Salva L’Anima: ci credi ancora nel titolo che si è quasi imposto nel momento in cui hai pensato che il destino dell’amico, immobile nel letto, potesse rivelarsi il tuo? Non sarebbe più bello Chiaraluna, il filo fragile di una speranza che non accetta di morire? Continua a leggere

L’officina (da “Salva L’Anima)

È quasi un’ora che sei qui; segno che cominci a invecchiare, che forse stai perdendo il vizio di inanellare un impegno dopo l’altro, anche dopo pranzo, quando tutti cedono al momento di stanchezza, si regalano una pausa rilassante, mentre tu, ostinatamente, accendi il computer e ti rimetti a scrivere: che ci trovi nell’appuntamento che diventa una tortura, per gli occhi che si chiudono, il collegamento che salta all’improvviso, il telefono che squilla, e tu che insegui le immagini che sfuggono, sfuggono, come una chimera? Continua a leggere

Salva L’Anima

Salva L’Anima è un libro spartiacque: segna il passaggio da una fase all’altra della vita, un passaggio che accade all’interno stesso del libro. C’è la mia anima nel momento del massimo pericolo e della massima salvezza. Ancora oggi, quando lo rileggo, piango. È un libro difficile, che richiede attenzione, o forse cuore, perché solo il cuore è veramente attento.

Repetita iuvant, forse. È ancora lì


di Fabrizio Centofanti

Francesco ha i capelli spettinati, come sempre, gli occhi un po’ spenti, la voce bassa di chi ha imparato a non chiedere troppo dalla vita. State passeggiando nel cortile dove s’intrecciano studenti della scuola d’italiano, bambini che gridano all’uscita dell’ora e mezzo di catechismo della comunione, giovani che chiacchierano dell’ultima partita della squadra del cuore. Quando si scrive bisogna inventare o prendere spunto dalla vita? Una bella domanda: ma non dovrebbero rispondergli alla scuola di scrittura, con quello che paga? Pensi al tuo romanzo: ogni capitolo nasce da un movimento di organi interni: lo stomaco, il cuore, gli intestini. Si scrive con la pancia, ti verrebbe da dirgli; è una lotta senza tregua fra una realtà che schiaccia e il sogno che la tocca con un’ala leggera, le insegna a volare. Vorresti dirgli che, quando cominci a battere sui tasti, le dita faticano a tenere il ritmo, incespicano nell’ultimo litigio con il povero, nella delusione per un tradimento, nello sforzo sovrumano di restare calmo se il tuo collaboratore non è capace mai di stare al chiodo, come te.

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86. Harmaghedòn

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Ti sei convinto che i romanzi si scrivano da soli: davanti al golfo di Taormina che ammicca dalla parete opposta, la Piazza dei Miracoli, i girasoli di Van Gogh, le dita cominciano a battere sui tasti, inseguono qualcosa, un’immagine, un ricordo, la litoranea avvolta nella nebbia, le stelle sempre nuove, perché ogni notte c’è un dettaglio che sorprende: Antares è un po’ più alta e fatichi a ritrovare, a sud ovest di Orione, il bagliore azzurro di Achernar. Ma che t’importa delle stelle e del lentisco? Tra la vita e la morte stai pensando al tuo biglietto rosa, al cuore del mio cuore, e solo adesso capisci che è lì la soluzione, nell’assedio di un amore che t’insegue sin dal primo vagito e da cui hai tentato sempre di fuggire: mettendoti al riparo della tonaca, tuffandoti nel sapore acre delle Ceres o negli occhi di una donna che abbagliavano la notte, come fari. I medici continuano a parlare, convinti che tu non senta nulla: commentano la morte del tuo segretario personale, avvelenato vicino alla baracca. La notizia ti addolora e intenerisce: non è mai riuscito a comprenderti del tutto, ma è rimasto al tuo fianco, oppresso dalle accuse e le minacce che ogni giorno  lo investivano a causa delle scelte imprevedibili. La storia miete vittime innocenti: il racconto è costretto ad annotare drammi che ti scuotono dentro, ma tu non puoi reagire, nemmeno con smorfie impercettibili; solo una mezza lacrima scende lentamente sulla guancia, e mobilita medici e infermieri: piange! presto, elettroencefalogramma ed elettrocardiogramma! Corrono, si affannano, per una goccia di liquido salato. Ti chiedi dove sia, perché non venga, quando, nel vano della porta, vedi la linea del suo viso ovale, gli occhi da cerbiatto; è un’immagine che non metti a fuoco né puoi trasformare nelle righe nere e bianche dello schermo, come se il romanzo registrasse tutto, tranne ciò che conta; come se la storia si svolgesse intorno a un vuoto, perché il nucleo della trama non ha peso né odore né sapore, è qualcosa da salvare ma che non può essere raggiunto né afferrato. Pensi al titolo schiacciato in cima al blocco per note, sdoppiato in una frase-sigla, scelta nel momento in cui temevi che l’impaccio delle dita fosse il sintomo di una malattia mortale; le due cose procedevano insieme, la salvezza e la condanna, perché scrivere è questo: ogni moto dell’anima diventa lettera, virgola, parentesi sullo schermo bianco, ed è come se morisse nella rigidità invincibile del testo; e, d’altra parte, solo l’inerzia dello scritto può salvare l’esperienza dall’agitazione effimera e insensata, destinata a perdersi nel nulla. Ora che il viso di Flaminia appare nel vano della porta, ti sembra di capire che c’è un punto in cui salvezza e condanna si giocano la partita decisiva, che il maestro dell’Apocalisse chiamava Harmaghedòn, dove il problema non è come la storia si concluda, ma capire cosa si nasconda nel tassello vuoto che il romanzo non potrà riempire; il nodo cruciale è verificare se l’anima si salvi, o non resti che lo strascico di un male che impedisce alla scrittura, e alla vita, di continuare a esistere.

85. Carezze

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Ci sono mattine che ti alzi dal letto come fosse l’ultimo giorno della vita. Non ti spieghi perché, ma è come se le cose ti venissero incontro con un’aria tutta nuova. Sono sempre le stesse: la baracca è la baracca, il campo pieno d’erbacce è il campo d’erbacce cui hai dovuto abituarti, da quando il papa ha trasferito qui la cattedra gloriosa di San Pietro. Continua a leggere

84. Davanti al figlio

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Ti chiedi se non sia del tutto inutile continuare a perlustrare il blocco degli appunti. Lo guardi con una certa diffidenza, come se quella che era la tua Bibbia fosse adesso un libro indecifrabile, pieno di enigmi senza soluzione, a cominciare dal tuo amico che inseguiva l’impossibile, l’ennesima vittima dell’utopia. Continua a leggere

81. Rigido e bianco

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Ti senti soffocare, in questa sala: il colletto romano è un cappio al collo di cui vorresti sbarazzarti, non ne capisci il senso. Un papa non può capire tutto. Non comprendi nemmeno il gruppo di persone intonacate che ti guarda a muso duro, come volessero linciarti. Continua a leggere

80. Finalmente, l’altro

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Ormai il quaderno è la tua vita: appena lo apri, ti pare che si schiuda un mondo; come se, il mondo, potesse ritrovarsi solo nella letteratura, una porzione d’ordine nel caos, mentre la realtà è un’accozzaglia di schegge impazzite che è impossibile gestire. Continua a leggere

79. Stella di giorno

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Dicono che venerdì torni l’inverno. Che ne sarà del campo? Già così, con l’autunno che incalza, sembra affondare nella fanghiglia appiccicosa che si attacca alle scarpe e poi ci vogliono ore per tirarla via. Ti pare di affondare: nel ricordo dei giorni in cui avevi ancora un punto di riferimento; nell’impressione che tutto stia sfaldandosi, come un terreno violentato dalla pioggia. Continua a leggere

78. Un po’ più in là

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Non riesci ad aprire neanche gli occhi; di quanto anestetico t’hanno imbottito per l’operazione? In quale punto sarà entrato il proiettile? Ma soprattutto: perché ti hanno sparato? Di motivi ce ne sono da vendere: hai cambiato tutto, in pochi giorni; hai cancellato i segni del potere, i titoli onorifici, le vesti preziose, le auto blu; hai mandato a casa il corpo delle guardie svizzere e, ciliegina sulla torta, hai trasferito la sede pontificia in un campo nomadi di periferia. Continua a leggere

77. In carne e ossa

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Sei diviso tra l’ospedale e questa stanza, senza sapere cosa sia più utile: se vegliare tra la selva di tubi e medici che vanno e vengono, come nuvole di notizie tristi, o piegarti sui tasti, alla ricerca di un filo che ti appare ogni giorno più improbabile, fantasie che sono solo tue, lontane dall’intenzione originaria. Continua a leggere

76. Color arcobaleno

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Non sai che fare: premono perché torni tutto come prima, perché sia ripristinata la ragione, dopo la follia. Cosa pensare? Chi può avergli sparato a bruciapelo? Un povero che pretendeva più delle altre volte? Un sicario armato da un politico? Continua a leggere

74. Dita

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Lo cerchi dappertutto, nei cassetti ammuffiti, sul ripiano dell’armadio, tra la rete del letto e il materasso. Ti sembra impossibile che non sia qui, da qualche parte. Il computer l’hanno sequestrato, come avviene spesso, in questi casi. Continua a leggere