Francesco ha i capelli spettinati, come sempre, gli occhi un po’ spenti, la voce bassa di chi ha imparato a non chiedere troppo dalla vita. State passeggiando nel cortile dove s’intrecciano studenti della scuola d’italiano, bambini che gridano all’uscita dell’ora e mezzo di catechismo della comunione, giovani che chiacchierano dell’ultima partita della squadra del cuore. Quando si scrive bisogna inventare o prendere spunto dalla vita? Una bella domanda: ma non dovrebbero rispondergli alla scuola di scrittura, con quello che paga? Pensi al tuo romanzo: ogni capitolo nasce da un movimento di organi interni: lo stomaco, il cuore, gli intestini. Si scrive con la pancia, ti verrebbe da dirgli; è una lotta senza tregua fra una realtà che schiaccia e il sogno che la tocca con un’ala leggera, le insegna a volare. Vorresti dirgli che, quando cominci a battere sui tasti, le dita faticano a tenere il ritmo, incespicano nell’ultimo litigio con il povero, nella delusione per un tradimento, nello sforzo sovrumano di restare calmo se il tuo collaboratore non è capace mai di stare al chiodo, come te.
Poi, all’improvviso, ti rapisce un’immagine: il sorriso di Lela, gli occhi di Paola Grammatico, azzurri come laghi, la litoranea traboccante di corbezzoli e lentischi; le dita corrono da sole, hai già dimenticato che, tra poco, dovrai aprire la chiesa, sarai circondato dalla folla dei questuanti, ti diranno che un uomo è morto e aveva chiesto a te di celebrare il funerale. Si scrive di pancia, Francesco. E che vuol dire? Già: che vuol dire? Ripensi a com’è nata questa storia: alla paura che ti aveva travolto scoprendo Chiaraluna grave, in ospedale, e i tuoi sogni agonizzanti sotto lo sguardo gelido di Alpheratz, il blu ipnotico di Bellatrix, il volto doppio e pallido di Regolo. Ti eri convinto che se avessi continuato a sederti ogni giorno a questo tavolo, nel dopopranzo carico di sonno, quando tutti si prendono una pausa e solo tu, ostinato come un mulo, accendi il computer davanti al poster di Taormina, alla copia sbiadita dei girasoli di Van Gogh, alla Piazza dei miracoli con la torre pendente; se avessi continuato a credere che solo nel romanzo avresti ritrovato il filo che lega Chiaraluna alla tua vita, alla sua vita, qualcosa sarebbe accaduto, il tocco di un’ala, in uno di questi pomeriggi, e allora sì che avresti imparato cosa significhi volare. Ciò che scrivi è già dentro di te, devi solo fissarlo nelle righe di un libro. La fai semplice tu: mi ci metto, ma non viene nulla. T’intenerisce il ragazzo in cui rivedi te, posseduto da un mondo che non riuscivi a decifrare; capitava nei momenti più impensati; una sera d’estate, per esempio, al ristorante veneziano: guardavi le barche e le gondole sfilare sullo sfondo di San Giorgio, e sentivi che qualcosa si muoveva, un desiderio di tradurre tutto in frasi, in capitoli, che avresti potuto creare solo tu, da quella prospettiva, coi colori che formavano un ingorgo di luci e suoni coi tuoi sogni. Devi essere paziente, Francesco: prima o poi è il romanzo che ti cerca, e non ti lascia scampo; sarai tu a tentare di scacciarlo, a impedirgli d’inseguirti giorno e notte, ma lui ti scoverà, dovunque sei: si acquatta in uno sguardo, in un tramonto dove appare la felicità che credevi perduta e invece è ancora lì, una sera come tante, eppure diversa da ogni altra.


… Si scrive di pancia…
E si, perché tutto ciò che il cuore riesce a dettare alla mente, è tutto quanto attraversa il nostro intimo, dove,per l’appunto,da ogni organo, cuore, materia grigia, occhi, fegato(per la tanta pazienza),viene “irrorato”, che siano lacrime,sorrisi, o forti dispiaceri contrapposti a fuochi di artificio per una “botta” di allegria, e tutto ciò che nel corso delle giornate,nottate,albe e tramonti,attimi e perché no, momenti tanto grevi da sembrare durare una eternità!
Tutto viene “insaporito-condito-macerato-
arricchito”,come una ricetta da chef stellato,in una unicità di ‘sapori- pensieri- riflessioni’ che scaturiscono, riversate sulla pagina da una penna tra le dita,o battute sui tasti del pc o dallo “striscio” sul tastierino del Cell,magari anche a quest’ora dell’alba, dopo una notte passata nel dormiveglia,pensando alle preoccupazioni,le novità,belle o meno, gli accadimenti, più o meno felici ,del nuovo giorno che sta per iniziare .
Ecco dunque come ogni nostra “emozione-reazione-riflessione” vengano “corroborate” da un ‘AIUTO’ che ci accompagna,come per tante altre occasioni, a buttare giù lo scritto,…di pancia,(come fosse il digerito) tutti i sentimenti che vanno a riempire i fogli ,che erano bianchi,di tutti quei colori che hanno riempito quest’altra pagina del nostro vivere quotidiano, un nuovo quadro,una nuova opera, un dipinto come fosse un disegno,a volte ricco di colori sgargianti, altre volte di uno smorto bianco e nero,come un disegno a carboncino…proprio come i colori della nostra Vita!
…quell’AIUTO che ci “metterà sulla bocca le Parole che dovremo dire”(o scrivere)..se LO chiamiamo in causa, se LO invochiamo!…
(P.s. Bello “Salva l’anima”; c’è l’ho nella mia collezione!).
Se per scrivere un romanzo è necessario attingere agli organi interni e lottare per accordarne gli impulsi con la realtà, per scrivere il racconto della propria vita è essenziale scendere negli inferi dell’interiorità, per scorgevi la scintilla di luce sempre presente, e combattere per portarla in superficie.
Può trattarsi di un blocco di marmo, di una tela intonsa, di un foglio bianco.
Ciò che conta è mettere in moto il talento che si è ricevuto in dono, non sprecarlo, averne cura, per non rischiare di inaridirlo e farlo andare via.
La vita spesso è nemica, allontana dall’impulso prolifico. E la vita, quasi sempre, merita o ha bisogno di tutta l’attenzione.
Felici coloro che del loro talento hanno fatto il proprio mestiere. Felici?
Forse, il solo beato è chi ricorda in ogni caso di ringraziare, chi non si sente fuori posto mai, davanti a un nuovo file da riempire o in qualunque altro luogo, fisico e mentale, la vita lo stia conducendo.