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da qui
Ti sei convinto che i romanzi si scrivano da soli: davanti al golfo di Taormina che ammicca dalla parete opposta, la Piazza dei Miracoli, i girasoli di Van Gogh, le dita cominciano a battere sui tasti, inseguono qualcosa, un’immagine, un ricordo, la litoranea avvolta nella nebbia, le stelle sempre nuove, perché ogni notte c’è un dettaglio che sorprende: Antares è un po’ più alta e fatichi a ritrovare, a sud ovest di Orione, il bagliore azzurro di Achernar. Ma che t’importa delle stelle e del lentisco? Tra la vita e la morte stai pensando al tuo biglietto rosa, al cuore del mio cuore, e solo adesso capisci che è lì la soluzione, nell’assedio di un amore che t’insegue sin dal primo vagito e da cui hai tentato sempre di fuggire: mettendoti al riparo della tonaca, tuffandoti nel sapore acre delle Ceres o negli occhi di una donna che abbagliavano la notte, come fari. I medici continuano a parlare, convinti che tu non senta nulla: commentano la morte del tuo segretario personale, avvelenato vicino alla baracca. La notizia ti addolora e intenerisce: non è mai riuscito a comprenderti del tutto, ma è rimasto al tuo fianco, oppresso dalle accuse e le minacce che ogni giorno lo investivano a causa delle scelte imprevedibili. La storia miete vittime innocenti: il racconto è costretto ad annotare drammi che ti scuotono dentro, ma tu non puoi reagire, nemmeno con smorfie impercettibili; solo una mezza lacrima scende lentamente sulla guancia, e mobilita medici e infermieri: piange! presto, elettroencefalogramma ed elettrocardiogramma! Corrono, si affannano, per una goccia di liquido salato. Ti chiedi dove sia, perché non venga, quando, nel vano della porta, vedi la linea del suo viso ovale, gli occhi da cerbiatto; è un’immagine che non metti a fuoco né puoi trasformare nelle righe nere e bianche dello schermo, come se il romanzo registrasse tutto, tranne ciò che conta; come se la storia si svolgesse intorno a un vuoto, perché il nucleo della trama non ha peso né odore né sapore, è qualcosa da salvare ma che non può essere raggiunto né afferrato. Pensi al titolo schiacciato in cima al blocco per note, sdoppiato in una frase-sigla, scelta nel momento in cui temevi che l’impaccio delle dita fosse il sintomo di una malattia mortale; le due cose procedevano insieme, la salvezza e la condanna, perché scrivere è questo: ogni moto dell’anima diventa lettera, virgola, parentesi sullo schermo bianco, ed è come se morisse nella rigidità invincibile del testo; e, d’altra parte, solo l’inerzia dello scritto può salvare l’esperienza dall’agitazione effimera e insensata, destinata a perdersi nel nulla. Ora che il viso di Flaminia appare nel vano della porta, ti sembra di capire che c’è un punto in cui salvezza e condanna si giocano la partita decisiva, che il maestro dell’Apocalisse chiamava Harmaghedòn, dove il problema non è come la storia si concluda, ma capire cosa si nasconda nel tassello vuoto che il romanzo non potrà riempire; il nodo cruciale è verificare se l’anima si salvi, o non resti che lo strascico di un male che impedisce alla scrittura, e alla vita, di continuare a esistere.
