Archivi tag: Gustav Mahler

78. Quella cosa

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E’ un albergo sobrio, con ringhiere e serrande verde chiaro, un edificio dove sembra non accada nulla, nella vita. Lo si può vedere da varie angolazioni, e più lo osservi più ti convinci che certamente no, qui non accadrà mai nulla.
I netturbini protestano, vogliono lo stesso trattamento, lo stesso contratto di lavoro. Il clima è teso, violenze, assemblee, sit in e boicottaggi.
Sotto, ci sono auto bianche parcheggiate, le limousine americane che non sai mai come possano trovare spazio negli alveari cittadini.
Le minacce piovono, arrivano le voci, cosa vogliono farmi, cosa stanno preparando, e chissà cosa mi succederà. Continua a leggere→

65. Passeggiava nel giardino

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Si chiamava padre Turoldo e aveva capito molte cose.
Ci sono momenti in cui ti pare che Dio passeggi ancora nel giardino: quando il sole appare all’improvviso tra le foglie e le nuvole sono batuffoli posati sui comodini azzurri, in ospedale – perché ti viene da piangere, quando pensi all’ospedale?
Forse perché hai paura di restare solo? Perché gli amici ti seguono finché le tue parole si scandiscono nell’aria come gridi di rondini, annunciando una felicità che nessuno immaginava? Continua a leggere→

52. Il confine

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Hai presente quando succede qualcosa che di dà l’impressione di riguardarti da vicino?
E’ una curva come tante altre: sullo sfondo, palazzi bianchi e beige, a sinistra un’ombra indefinibile – un pallone aerostatico? La faccia inquietante del maligno?
Erano circa le dodici e trenta di venerdì ventidue novembre millenovecentosessantatré.
La gente era assiepata lungo i marciapiedi, tutti in attesa di qualcosa – la vita non è aspettarsi qualcosa dalla vita?
Avevamo cominciato a intenderci, per amore o per forza, i nostri interessi convergevano, il popolo nero poteva contare su un sostegno decisivo.
Spunta la prima moto, leggermente inclinata: è bello vedere i segnali di un arrivo, il ramoscello d’ulivo alla fine del diluvio, Giovanni il battezzatore con la tunica di peli di cammello, la prima lama di luce che si affaccia all’orizzonte con la timidezza di un bambino, che ha chiesto di dormire col papà e la mamma per timore del buio.
Fino allora, il movimento era cresciuto, ma come sospeso sopra il nulla: equilibristi in bilico sul filo teso dell’indifferenza o dell’odio della gente.
Altre due moto si allargano a destra, cavalieri che vorticano intorno al paladino, una danza che alterna il paso doble, il giro e il mezzo giro, il ronde de jambe, la piroetta e l’arabesque.
Occorreva una leva e la nostra forza sarebbe finalmente esplosa, nessuno avrebbe potuto più fermarci.
Una delle moto gira a destra, prendendo una strada laterale; ora ne rimangono due, tirano dritte ai lati opposti del vialone.
Che importavano le critiche? Che senso aveva soffermarsi sul processo alle intenzioni? Lo faceva per motivi di carriera? Erano solo i nostri voti a interessarlo? E allora? Non contava più la libertà, che appariva all’orizzonte come la sposa dei tuoi sogni?
Ecco, finalmente le macchine, vicine, come due sorelle, due gameti, una cellula che si trasforma in due cellule diploidi, nella mitosi incessante della vita.
Poi aveva i numeri: privo di retorica, infiammava gli animi con discorsi sobri che andavano dritti alla questione.
Con un colpo d’occhio puoi cogliere lo scintillio delle ammiraglie, le moto che le affiancano, l’erba rasa del prato, un bambino che corre per vedere meglio.
Cosa importavano il come e il perché, i soldi del padre, le lotte a coltello, i compromessi con le fazioni opposte?
Una coppia matura passeggia allacciata, come se intorno non ci fosse nulla; il cuore ha il potere di cancellare tutto, quando può stringere il suo sogno.
La politica non richiede di barcamenarsi, di scegliere, in certe circostanze, il male minore?
Ma ora, perché si piega? Non si sente bene?
Non è sempre così chiaro il confine tra il bene e il male, la vita e la morte.
Istanti eterni, in cui non si capisce che cosa sia successo; sguardi in cui si legge la domanda di fronte al destino, a qualcosa che ci supera e non potremo mai dirigere – cos’hai amore? Qualcosa non va? – Mamma, quanto manca? Comincio a essere stanco.
Qual è il confine fra la realtà e l’assurdo, tra la ragione e la follia?
Sono qui, amore, non ti preoccupare – mamma, mamma, mi sento morire!
Qual è il limite, oltre il quale la vita diventa intollerabile?
Una nuvola di fumo, il cervello che salta ed è finita.
Qual è il margine oltre il quale l’umano rischia di arrendersi alla faccia inquietante del maligno?
Sì, tutto questo mi riguarda da vicino – amore, coraggio! non pensare a niente.

49. Una notizia

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La gente riempie la piazza: sono in piedi, bambini, vecchi, adulti; uomini in giacca e cravatta, donne con abiti bianchi e occhiali da sole più scuri del normale.
Lo vedo, il viale alberato che arranca come un uomo anziano, segnato dalle prove della vita, dalle lotte, da una speranza che fatica a farsi largo tra uomini ostili vestiti di porpora e di bisso. Continua a leggere→

41. Il giardino incantato

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Stavamo parlando di condanne: sì, è più facile condannare che capire. Basta mettere alla fine della frase un anàtema sit, secco e indiscusso.
Analizzare, distruggere, ricostruire, piazzare le tessere del mosaico al posto giusto per disegnare un futuro adatto ai tempi.
La guardia svizzera legge, legge – chiedo spesso a un’assemblea di pensare a un foglio a due colonne: da una parte devo e dall’altra voglio; quale lato riempite di più? Continua a leggere→

37. Che salti

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Le colonne della basilica sono lisce come gambe di donna.
Il bambino è accovacciato per terra, magro da far paura, con la faccia che tocca la terra e un avvoltoio che lo fissa, leggermente ingobbito.
Gli archi sono buchi neri nell’universo della religione, la forma che inghiotte la sostanza, parla come mangi, va bene, va bene, non si aprono falle, ogni volta che vorresti compattare la fede a uso e consumo di interessi inconfessabili? Continua a leggere→

35. Masticando le parole

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Sì, se lo sono chiesto in molti.
Nello scudo c’è il riflesso di una faccia, ha il naso affilato, le labbra grosse e chiuse in una morsa.
Come mai solo alla fine, quando c’era tutta una vita per mettere le carte sulla tavola?
Una striscia nera copre l’occhio: senza quella si sarebbe capito, ti avrei riconosciuto.
Sai, me lo chiedo anch’io, se penso alla neve in cui affondavo i passi, quando la chiesa sembrava un miraggio, in lontananza, proprio sotto il monte. Continua a leggere→

32. Lo spazio bianco

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Lascio a voi giudicare tra lui e me, se è lecito un giudizio.
Un albero è un albero, ma è anche vero che ci sono alberi e alberi – fuori della finestra vedevo un cedro che mi faceva compagnia mentre scrivevo versi. Guardavo il cedro e scrivevo, e piangevo, perché se non escono le lacrime, si sa, non ci può essere poesia.
Eravamo diversi in tutto, dicevano che le mie linee erano dolci, quelle sue, dure e spigolose. Continua a leggere→

127. Così bella

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Vista da sotto, la basilica è altissima: i lastroni in pietra grezza contrastano con la facciata ornata da finestre incavate e disegni stilizzati. Ad accentuare la varietà del quadro si aggiungono le palme svettanti contro il cielo cobalto.
– Yousef, la troveremo, costi quel che costi; ho avuto informazioni attendibili, dovrebbero essere già qui. Continua a leggere→

109. Luci

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Be’er Sheva è un città costruita nel deserto, come tutto ciò che è umano, anche se la distesa infinita della sabbia, il sole a picco, il silenzio carico di vento e di ricordi sfuggono a volte alla coscienza, e restano i grappoli di grattacieli, lo snocciolarsi delle arcate, l’ondeggiare delle palme accanto ai pozzi. Continua a leggere→

104. Il tuo nemico

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– Ogni volta che vedo questa scena, ho paura di non poterla più ammirare.
– Cosa ti colpisce?
– Le nuvole dai bordi d’oro: come se uno sbocco di luce fosse l’ultima parola.
– Ci credi davvero, Magdalenne?
– Mi hai insegnato a guardare: potrei descrivere per ore i particolari del tramonto, disegnare sfumature d’ombra e luce, entrare nei particolari delle case, degli angoli verdi, delle mura. Continua a leggere→

77. Ismail!

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La considera, Ismail, la collezione preferita: è tutto bianco, questo, sei parallelepipedi a scalare, nello snodo cruciale di stazione e centri commerciali, a quindici minuti di autobus dal cuore antico di Jerushalaim. L’interno, come sempre, è gigantesco: colonne enormi sorreggono un soffitto trapunto di lampade moderne; palme in miniatura spuntano da vasi in terracotta; su un piano rialzato s’intravedono altre sale. Continua a leggere→

77. Laboratorio

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La parete gialla è scrostata in più punti. Nello spigolo si scorgono le righe dei mattoni, mezzo coperti dall’edera a coda di scorpione. Le volte a crociera sono mangiate dal tempo, rivelano l’interno ruvido di ogni superficie liscia, come la vita. Nel corridoio gli oggetti si ammassano in modo sempre più caotico: armadietti, materassi, scatoloni; il rovescio dell’universo produttivo si rivela nella serie di oggetti che ingombra la corsia fino a rendere impossibile il passaggio, salvo al gatto nero che ondeggia scuotendo la coda e ruotando la testa in cerca di qualcosa da inghiottire. Continua a leggere→

11. L’aula

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L’aula vuota suscita in Alberto immagini contraddittorie: un parlamento, un cimitero (di quelli polacchi, perfettamente regolari, stessa distanza fra tomba e tomba, corridoio e corridoio), un edificio ospedaliero (i finestroni squallidi, asettici e inestetici, pronti a ricordare che si deve morire, prima o poi). Il quadro muta quando l’ambiente si riempie di studenti, i mille colori di magliette, camicie, teste ferme e assorte se la lezione è interessante oppure ciondolanti, mobili a destra e a sinistra, complici di chiacchiere, battute, parolacce, se l’accademico di turno non sa comunicare. Continua a leggere→

54. Spiegazioni

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Maria sta emergendo a fatica dalle vicende che l’hanno vista abbandonarsi al sentimento, in barba a una vigilanza critica che l’aveva accompagnata, finora, in ogni esperienza e in ogni scritto. Un pensiero la turba: come confesserà a don Faber di essersi lasciata andare nelle braccia di un clochard sotto i ponti della Senna? Riuscirà, lui, a capire il desiderio di una notte di pioggia dove i volti e i mondi si confondono e la mappa che ci ha guidati sino a oggi s’interrompe senza fornire ulteriori indicazioni? Si ferma sotto un albero spoglio: tra i rami intravede un tramonto striato di ombre che sembrano replicare all’infinito il suo dissidio, come se in ogni sole si annidasse un rovescio di tenebra, smarrimento e perdizione. Continua a leggere→

Sabato

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Ultimo giorno, arrivo prima, senza programmarlo, perché sento sfuggirmi l’immagine-sintesi di tutta la vita. Sull’acqua quasi immobile c’è una scia contorta, che risale a chissà quando: il nostro è un passaggio effimero, che si disfa istante dopo istante, una forza irresistibile risucchia nel nulla ogni guizzo vitale. Occorre un’azione che si opponga, che faccia resistenza. A questo rimanda il primo nome: Faber. Ho il karma della focalizzazione, non perdo un secondo del mio tempo, come se un Dio mi avesse messo nelle mani un orologio ad alta precisione. Maria è il secondo nome, a ricordarmi che anche il meccanismo più perfetto ha bisogno di una fede per procedere spedito, un’apertura a un’energia straniera. Leopoldo è il terzo, dal santo che trascorse l’esistenza a confessare: la produttività e la fede non sono sufficienti se non si è disponibili per gli altri con la stessa cura. Ecco, questa è la mia vita, racchiusa in una vecchia cartolina del golfo di Sirolo, visto dall’alto. Vorrei che una lacrima cadesse fra le chiazze azzurre del mare quasi immobile, toccasse il fondo oscuro della storia; confesserei, finalmente, quello che non t’ho mai detto: una sola cosa posso darti, il mio dolore. Chiunque tu sia, spero ti basti.

Di là

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All’inizio è il silenzio. Non sai bene quando partirà. Poi, all’improvviso, senti i violini e l’arpa. Non sai come nasca, una musica così. Forse perché sei triste e non hai più speranze in questa vita: ne cerchi un’altra, trasfigurata da un desiderio senza sbocco, un’utopia. L’arte è utopia, un mondo che appare sulla scena, senza preavviso; sorprende, affascina, trascina. Il paradosso è che ascoltando, leggendo, guardando, si comprende che è quello il mondo vero; fino ad allora avevi vissuto a occhi chiusi e anima spenta, soffocata da bisogni e paure primordiali. Una penna, un pennello, un violino, uno scalpello sono oggetti singolari: chiavi per aprire una porta, fare un passo dentro la realtà. E’ bello per noi stare qui, disse Simon Pietro; era entrato nella nube, uscito dal nulla, assaporando il gusto del definitivo, come lo chiama il quarto evangelista. La vita eterna non esiste; esiste la vita, quella vera. La tocchi, la vedi, sei segnato per sempre. Non puoi tornare indietro né adattarti ancora allo stridore del niente. All’inizio è il silenzio. Non so in che momento l’arpa e i violini  partiranno, ma sono già di là. E’ inutile chiamarmi.

Il cielo coperto dal tendone

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E’ una sensazione insuperabile: voli da un estremo all’altro senza nessuna protezione, con gli occhi chiusi, perché conosci esattamente il punto in cui ti trovi. Avverti il silenzio sospeso, gli sguardi fissi su di te, lo spasmo dell’attesa, il desiderio di spingere le mani con la mente, le tue mani che cercano l’altro, in una stretta che significa la vita. Non ricordo perché e in che modo ho cominciato: forse per semplice abitudine, avendo visto i fratelli, i genitori; ma c’è un altro motivo, che preme dentro, e suggerisce che restare con i piedi per terra non è per te, sei fatta per il cielo coperto dal tendone, per un sogno che rischia ogni momento di trasformarsi in dramma. Continua a leggere→