Il fuoco degli estinti

Il 18 marzo a Civitavecchia alle ore 21, presso la Sala Nuovo Gassman, andrà in scena la prima dell’opera teatrale “Il fuoco degli estinti” vincitrice dell’edizione 2010. Durante l’evento la giuria composta da Andrea Giannasi, Enrico Maria Falconi e Piero Pacchiarotti, premierà le autrici Daniela Toschi, psichiatra, e Bianca Stefania Fedi, germanista e insegnante.
La compagnia Blue in the Face con i primi attori Piero Nannini e Enrico Maria Falconi porterà in scena alle 21 lo spettacolo in prima nazionale

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Siamo nel 5771. Nel suo eterno peregrinare il Cacciatore Gracco, protagonista del racconto di Kafka, incontra il suo stesso autore in un luogo misterioso dove assiste sconcertato a una scena curiosa: Artemidia Salomon, una donna imponente qualificata come ‘Etocrate Supremo’, decreta di estinguere ogni memoria dell’autore di un libro che appare, bruciacchiato, sul bancone della prima scena, identificato in seguito come “Il Processo”. Anche la memoria di altri due scrittori tedeschi del novecento, Elias Canetti ed Hermann Broch, al primo in qualche modo collegati, dovrà essere estinta: tutto ciò a salvaguardia del “Nuovo Ordine Etico”, recente forma di governo costituita travisando le teorie del Barone di Holbach, un illuminista francese di origine tedesca. Sarà lo sdegno dello stesso Barone – che appare in scena come statua animata- a rivelare il motivo di un tale accanimento nella distruzione del passato. La comparsa sulla scena di Gefilde (bibliotecaria del regime e custode delle memorie proibite) e di Fiorenza (esperta in antichi codici) non riuscirà a salvare dal fuoco i libri proibiti. Ma proprio nel “Processo” si troverà la mappa per le “terre inospitali”, il luogo che raccoglie una speranza di umanità, un luogo dove ancora si raccontano storie.’

Un pensiero su “Il fuoco degli estinti

  1. bianca

    (Brevi note sull’opera di Roberto Agnoletti)

    « La paura non crea che schiavi […] che credono che tutto divenga lecito quando si tratta o di guadagnarsi la benevolenza del loro Signore, o di sottrarsi ai suoi temuti castighi. La nozione di un Dio-tiranno non può produrre che schiavi meschini, infelici, rissosi, intolleranti. »
    (Paul Henri Thiry d’Holbach, “Il buon senso”, a cura di S. Timpanaro, Garzanti 1985, p.150)

    “Il fuoco degli Estinti” è nato come testo teatrale in tre atti ma, prima che ne facessi esperienza nella forma di recitativo, in un luogo deputato alla rappresentazione scenica, mi è giunto sotto forma di parola scritta, portandomi ad “immaginare” voci, volti, azioni e spazi. E attraverso la capacità evocativa del testo, nella mia mente hanno risuonato le voci di Franz e di Elias, ma soprattutto quella, sanguigna e focosa, del barone d’Holbach. Voci dell’immaginazione? No, direi della memoria. Questo testo ha attivato una polifonia coinvolgente, portandomi a produrre una riflessione sull’opera e un’immagine proiettata sul testo. L’immagine di partenza è senz’altro quella “storica” dei personaggi evocati, o meglio quell’insieme di immagini dei personaggi citati che si è sedimentata nella mia esperienza personale. Mi è dunque inevitabile veder calpestare l’assito da un giovane magro e dai lineamenti un po’ sgraziati, corrispondenti ad una vecchia foto un po’ sovresposta pubblicata nell’edizione dell’opera di Kafka nella collana Meridiani, così come il barone, incipriato sul volto e sulla parrucca, al disotto del lenzuolo che lo drappeggia come una statua vivente, non può che indossare quel completo purpureo con cui lo ritraeva, sullo sfondo di un giardino fiorito, il pittore Louis Carmontelle. Procedendo di immagine in immagine, il colore luminoso e verdastro dell’Amnioticum evoca i cieli oscurati di “Blade Runner” (1982) o l’oceano pensante di “Solaris” (1972), le fiamme che dal caveau raggiungono la casa di Gefilde si traducono inevitabilmente in fotogrammi di “Fahrenheit 451” (1966) ed il paesaggio, arido e freddo, delle “terre inospitali”, il “naufragio della speranza” di Caspar Friedrich (1821) e le lastre fotografiche della spedizione di Ernest Henry Shackleton in Antartide (1914), ma anche l’edizione Guanda di “Sentieri nel ghiaccio” di Herzog (1980).
    Sto forse descrivendo un tortuoso percorso di associazioni d’idee? O forse si tratta solo di tracciare quella mappa ipertestuale che associa in modo sincronico esperienze sensitive attuali a conoscenze pregresse, e che costituisce l’essenza stessa della comunicazione e dell’arte contemporanee?
    Le parole del “Fuoco degli estinti” generano un magma di immagini, e a questo si sovrappongono microcosmi e cosmogonie, trattati filosofici e romanzi, articoli giornalistici e poesie. Daniela e Bianca, ed io con loro, come lettore e spettatore, dopo aver ripercorso con la memoria le avanguardie del Novecento, si rigettano nella contemporaneità con un’opera nuova che, rinunciando a rappresentare, ci fornisce uno schermo attivo per la proiezione della nostra cultura di memorie visive e concettuali.
    Se il tempo della natura è essenzialmente diacronico ed il tempo della società non è lineare (pensiamo ai ritorni ciclici di Vico), quello dell’arte è vorticoso: il passato ritorna, il presente è già passato nel suo attuarsi, il futuro diviene obsoleto nel prefigurarsi, la memoria visiva è talvolta più forte della percezione e ci porta a far affiorare un icona archiviata, la memoria visiva consente una reale “apparizione”; miracolosamente possiamo non vedere ciò che la nostra retina percepisce e vedere ciò che il nostro cervello ricorda. Così ci possono apparire mentalmente le premesse alla vicenda che Fiorenza e Gefilde a tratti evocano, trasformando i tre atti in tre frammenti di una storia complessa che da un passato, che è anche il nostro passato, quello della cultura illuministica, attraverso di noi si proietta in un ipotetico lontano futuro, forse fin troppo vicino. L’opera si presenta come un “non finito”; perché l’idea non si è mai completamente espressa, o perché la forma unitaria si è infranta, è stata amputata delle appendici per ridursi al “nocciolo duro”? La parte per l’insieme, il rudere come evocatore di una compiutezza formale perduta, ma possibile, che la mente deve ricostruire “virtualmente”.
    Non so quanto le autrici siano effettivamente consapevoli di questo processo, ma sicuramente questo è entrato a far parte del modus operandi della contemporaneità. Il cinema prima e la TV poi, hanno avuto un ruolo fondamentale nel rinnovamento delle arti e del linguaggio condiviso. Il montaggio cinematografico di immagini o sequenze narrative consente di variare il tempo che non scorre più secondo una successione di segmenti omogenei e misurabili. Ma sono soprattutto le tecniche televisive a condizionare l’attuale concezione temporale: un’inquadratura ripetuta più volte, l’immagine accelerata o rallentata, ci fa percepire un tempo ora lento, ora veloce, ma soprattutto non lineare, il passato ritorna e si fonde con attualità e futuro.
    Evocando personaggi del passato e proiettandoli in un temibile futuro prossimo venturo, il “Fuoco degli estinti” sembra ardere nei tempi presenti, alimentato da testi etici e morali strappati pagina dopo pagina, in una società dominata dalla tv, dove viene proposto alle nuove generazioni un accidentale futuro di giochi e spettacolo. La dialettica delle idee viene arsa dal vortice fiammeggiante di un magma di parole vuote che inonda la vita quotidiana anestetizzando le coscienze. Nel ’68 erano tutti “arrabbiati”, al termine della prima repubblica eravamo “scandalizzati”, nella seconda “indignati”, adesso siamo abituati a tutto e tutto scivola via nella generale indifferenza. Allora non serve più gridare, ma forse occorre tornare alla “boulangérie”di d’Holbach.
    Curiosa storia quella di Paul Heinrich Dietrich, barone di (von) Holbach, poi francesizzato come barone Paul Henri Thiry d’Holbach, che probabilmente ispirò il personaggio di M. de Wolmar, lo scettico altruista della Nouvelle Héloïse di Jean-Jacques Rousseau.
    Per reagire agli attacchi da cui erano investiti i philosophes sui fronti più diversi, egli utilizzò una duplice strategia in grado di eludere l’accentuata repressione della libertà di stampa che la monarchia assolutista e le fazioni clericali erano riuscite ad imporre. Da un lato fece del suo «salotto» un punto di incontro, di discussione e confronto tra diplomatici e intellettuali di stanza o di passaggio a Parigi, dando inizio ai suoi famosi ricevimenti, il giovedì e la domenica all’ora di pranzo nella sua casa di rue Saint-Roch (oggi ubicata al numero 8 di rue de Moulins) o, nei periodi di villeggiatura, nel suo castello del Grandval, presso Sucy, a poche miglia da Parigi. D’altro lato scelse la strada delle pubblicazioni clandestine che permettevano di esprimere, senza censure né autocensure, il proprio pensiero in tutta chiarezza. Promosse la pubblicazione di testi anonimi o con pseudonimi, attribuendo spesso il libro stampato clandestinamente, e con falsa indicazione di tempo e luogo di edizione, ad autori già defunti da tempo. Nel 1770 a breve distanza l’una dall’altra comparvero due edizioni del suo Systeme de la Nature, con falso luogo di stampa (Londra) e sotto il nome di Jean-Baptiste Mirabaud, un polemista antireligioso deceduto da tempo.
    Se il procedimento non costituiva una novità, ed esisteva in tutta Europa una vera e propria tradizione di letteratura clandestina, nuova fu la coerenza e la determinazione con cui il barone perseguì il suo intento di distruzione del pregiudizio e dell’oscurantismo, il suo proposito di riforma antireligiosa e di politica antiassolutistica. Questa strategia implicava un sacrificio della propria fama in vita e di molte opere di d’Holbach si è saputo solo dopo la sua morte, di altre si continua a discutere se siano integralmente sue o da lui solo promosse e ispirate, ma redatte invece dai suoi collaboratori, gli adepti di quella che venne chiamata la coterie d’Holbach, la consorteria segreta del barone che vide in Jacques-André Naigeon il suo elemento più attivo. Dopo aver curato, in collaborazione con il barone, l’edizione di opere postume di Nicolas-Antoine Boulanger, Diderot poteva scherzosamente chiamare tale consesso la «panetteria» holbacchiana. Per la stampa e la diffusione clandestina dei «pasticcini», sfornati dalla sua “boulangérie”, d’Holbach poteva giovarsi dell’aiuto del fratello minore di Naigeon, «controllore dei viveri» a Sedan. Suo tramite i manoscritti inviati a tipografi olandesi, una volta stampati, venivano fatti rientrare in Francia ricorrendo agli espedienti più vari. Ma chi veniva scoperto in possesso di libri holbacchiani subiva severe condanne. Il ritrovamento di due copie del Cristianesimo svelato, il libro con cui d’Holbach aveva inaugurato la sua strategia clandestina, costò, nell’ottobre del 1768, la tortura e nove anni di carcere a un garzone di spezieria che ne aveva trattenuta una per sé e data l’altra al suo padrone, cinque anni di carcere al venditore clandestino e il manicomio a vita alla moglie di costui, ritenuta complice.
    Oggi, il progresso di cui ci fregiamo, ha reso inattuale l’uso della tortura fisica e del carcere per la repressione delle opinioni ed i manicomi sono stati soppressi. Ma se la reclusione fisica della persona diversamente pensante non è praticata, è diventata sistematica la demolizione sociale dell’avversario, condannandolo a vita, attraverso scoop mediatici costruiti, alla condizione sociale di folle, degenerato o corrotto.
    L’amarezza che nasceva in d’Holbach «dallo sdegno che provava nello studiare la storia umana troppo piena di dolori e misfatti», attraverso gli Estinti parla ancora a noi, Uomini di questo tempo lacerato, per i quali, persi gli orientamenti, dubbiosi per nostra colpa della stessa terra su cui posiamo il piede e di un cielo logorato dalla nostra protervia, tutto è labile. Mai come in questo tempo l’oggi sfugge ed il domani non è ipotizzabile. Ormai è difficile anche sognare e ognuno corre la sua corsa solitaria.
    L’inquietante domanda sull’esistenza, lo sgomento di molti di fronte alla porta chiusa del dolore, costituisce un dramma corale di molteplici presenze e situazioni, ambientato in un tempo sfuggevole e incontrollabile, che ci introduce in una scena di cui neppure l’autore conosce l’epilogo.

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