Quando sei ancora giovane il pessimismo cosmico si scontra buffamente con le grandi aspettative che tuttavia conservi intorno alle tue riuscite. Così se sei un ipocondriaco, cioè se le tue contraddizioni, allo scopo di tenerti occupato, hanno scelto l’ipocondria per svelarsi un attimo e subito nuovamente velarsi, non puoi che imbatterti in un medico come quello in cui s’imbatté un mio compagno di scuola.
L’ho incontrato un paio di mesi fa, per caso. All’inizio quasi non ci riconoscevamo, è normale, ma l’antica simpatia è scattata ugualmente, così siamo andati a sederci in un caffè per raccontarci le nostre vite in mezz’ora. Lui per la sua si è preso pochissimi minuti ma si è diffuso un po’ di più sull’incontro con un medico di cui gli dicevano che avrebbe risolto tutti i suoi problemi.
Nella loro prima ed ultima visita costui lo fece parlare quindi gli disse: “Bene, adesso si cambia. Aria e vita nuova. Regime e sacrifici. E alla fine vedrà”.
“Mi dica, Dottore. Sono pronto.”
“Quanto ha detto che beve?”
“Una birretta a pasto, e dopo se capita un amaro.”
“LEI NON DEVE PIÙ TOCCARE UNA GOCCIA D’ALCOL!”
“Come sarebbe a dire: più niente amaro? Solo una birra al giorno? Alla settimana?”
“MA LEI CAPISCE CAZZO QUANDO LE SI PARLA?”
“Capisco sì. Il fatto è proprio quello, che capisco, o se non altro voglio capire. Anche non dire falsa testimonianza e non desiderare la donna d’altri giova allo spirito e quindi forse anche alla salute. Ma lei non mi ha nemmeno visitato e già mi dice cosa non bere. E cos’è che invece potrei bere?”
“Spremuta d’ananas e succo di cicoria.”
“Ah. E mangiare?”
“Crema d’aglio e violette candite.”
“La crema d’aglio mi piace, spero non sia un problema. Ma le violette candite sono difficilissime da trovare e costano un’enormità.”
“NON MI FACCIA DISCORSI VOLGARI!”
“Parlare di ciò che posso permettermi senza andare a rubare non mi sembra un discorso volgare. E a proposito di questo: quanto a lungo, all’incirca, dovremo vederci, e quanto mi costeranno i suoi onorari e i farmaci che prescrive, secondo quello che mi dicono rigorosamente non mutuabili? Sa, come le dicevo per vivere non rubo, e avrei bisogno di farmi un’idea.”
“VUOLE PER CASO UN PREVENTIVO?”
“Ho detto che avrei bisogno di farmi un’idea, ma lo chiami pure come vuole.”
“E ALLORA SE NE VADA!”
“Con piacere. E uscendo di qua mi farò pure un aperitivo extra, ne sento davvero il bisogno.”
E l’amico ha concluso il racconto dicendo con un sorriso: “Ho imparato la lezione e a riconoscere il tipo. Alto, magro, volto gelido eppure ispirato. Occhialini d’oro e vestiti dai colori spenti, tinta su tinta. Così non ci sono cascato più.”
“Non dirmi che hanno tutti quella faccia, che non ce n’è di bassi e grassi coi vestiti sgargianti.”
“Infatti non te lo dico. Non ci sono cascato più vuol dire che non sono più cascato in quel tipo di trappola, tanto al mondo ce ne sono infinite e finirci dentro è il nostro terrore ma anche la nostra libidine.”
Ci siamo guardati. Lui con pochi capelli, il viso rubizzo e gli occhi giallini. In me gli anni hanno lavorato in modo diverso ma non mi hanno risparmiato di certo. Visibilmente di pelo anziano e fuori garanzia entrambi, ma ancora in piedi a prenderne e a cercare di darne, almeno di dirne.
Ci siamo lasciati con un sorriso, una stretta di mano e la promessa di telefonarci.
Telefoniamoci davvero, amico mio ritrovato, e vediamoci qualche volta, dal momento che fra il tutto che sognavamo allora e il nulla che ci sentiamo intorno adesso c’è pure lo spazio per un qualcosa che non fa male a nessuno e fa tanto bene al cuore, assai più di quei farmaci di cui, a dispetto delle nostre smargiassate, continuiamo a imbottirci ambedue.
Ma tu te lo ricordi, amico, che in quarta ginnasio abbiamo imparato che in greco “farmakon” vuol dire veleno?

e comunque tra il tutto di allora e il nulla di adesso hai trovato spazio per un amico ritrovato.
sei il nuovo Fred Uhlman.
ti abbraccio
Cara Elisabetta,
il tutto di allora era sognato e il nulla di adesso è sentito intorno.
Quanto al resto, più che altro sono un’anima che spero non vile e un po’ perplessa circa le resurrezioni.
Riabbraccio,
Roberto
Ritrovare un compagno di scuola: se vi foste dati appuntamento forse non ci sareste riusciti! Però è accaduto ed in sé porta il germe della casualità della vita: non potevi incontrarne un altro? Proprio lui? Si lui. Il ricordo dei compiti in classe, le interrogazioni, le belle della classe che forse non preferivano voi (non preferivano neanche me!), i sogni dopo la maturità, le ultime telefonate prima di perdersi di vista… No, di tutto ciò probabilmente non avete parlato: ha parlato il ricordo per voi, automaticamente, aprendo la via ad altri discorsi, più attuali, più collegati con il “corpo dell’adesso”. Banalmente, ma neanche tanto, è stato il trampolino di lancio per arrivare ai giorni nostri, anzi vostri. L’amico tuo ti ha investito con il racconto: lui si è liberato, migliorando forse la percezione di sé e scaricandosi; tu hai ascoltato una storia tutto sommato interessante. Entrambi vi siete lasciati con qualcosa: un numero di telefono in più e la certezza che gli anni non sono passati invano. Ma soprattutto che anche se i vostri sogni avevano forse un tempo forma diversa, in linea con la vostra età dell’epoca, in qualche modo si sono realizzati, per vie traverse e non sempre chiare.
Da un letto di malattia da casa, grazie alla tecnologia imperante ed onnivora che ci consente di restare collegati al resto del mondo, se solo lo desideriamo, alla poesia, agli amici, all’amore ed al lavoro (dove la quinta settimana di sciopero trasporti sta mettendo allegramente in ginocchio l’industria automobilistica di questo Paese in eterno affanno, ma non se ne parla ad arte perché fa comodo a…. a Tizio a Caio e a Sempronio 🙂 ). Fortunatamente l’azienda non è mia.
Un abbraccio Roberto, e grazie sempre per i tuoi scritti che in parte ci mantengono vivi!
Marco
Caro Marco,
ovviamente ho provato a telefonare all’amico ritrovato, più e più volte, ma senza fortuna: infatti trovo sempre occupato. Chissà se a lui capita la stessa cosa?
Un grazie a te per il tuo entusiasmo di lettore e un abbraccio,
Roberto
anche se non ci fosse un seguito, magico è stato il ritrovarsi.
attimi di ricordi passati.
un abbraccio
Caro Roberto,
probabile che sia andata così: nel dartelo ha invertito una cifra, preso dall’emozione dell’amico ritrovato; nel prenderlo non ha capito bene.
Una tale coincidenza capita di rado, così come è raro che ci si incontri nuovamente dopo così tanto tempo. Voglio credere che sia stato un simpatico intermezzo che il destino si è divertito ad organizzare. Del resto, il Destino, che ci sta a fare, se non a “mettersi in mezzo” quando meno ce lo aspettiamo?
A presto e un abbraccio!
Marco
Cari Ilaria e Marco,
avete ragione voi, non bisogna pretendere troppo: trovarsi una volta nella vita è già tanto.
Grazie e riabbraccio,
Roberto
La vita ci scorre addosso, a volte genereosa, altre avara, ci cambia inesorabilmente; anche se diversi, magari con un capello bianco o un kg. di troppo, rincontrarsi è pur sempre un bel regalo, possibilmente da vivere senza quel retrogusto di malinconia e ricordo di passata gioventù che facilmente si pone in agguato
Caro Roberto,
mi ha colpita la prescrizione dietetica del medico veramente singolare:
“Crema d’aglio e violette candite.”
Quanta nostalgia per quelle violette candite che piacevano tanto a mia nonna!
Ma la crema d’aglio, mon Dieu, mi sembra un mezzo per farsi terra bruciata attorno.
Purtroppo ci sono tanti altri modi per crearsi il vuoto attorno, ma alla crema d’aglio non avevo mai pensato.
Ciascuno, nel tuo “gustoso” apologo, viene colpito da un particolare diverso.
Per me l’unione incredibile delle profumate violette con la crema d’aglio per buongustai (io non lo sono) è veramente un punto notevole, quasi un’assurdità.
Un caro saluto
Giorgina
Gentile Robysda,
vada per il retrogusto malinconico invece, dal momento che la maggior parte delle volte più che di retrogusto si tratta di disgusto vero e proprio.
Grazie e un saluto,
Roberto
Cara Giorgina,
appunto delle assurdità viventi siamo, accozzaglie di elementi mutuamente esclusivi.
E il bello è che, quando ci rassettiamo e ci mettiamo in posa, riusciamo magari anche a fare,
come si diceva a Torino, una “bella distanza”.
Un caro saluto,
Roberto
@ Roberto 10
Roberto…. sei uno spasso infinito :-))
Ancora buona giornata!
Marco
@ Giorgina
Quindi, Giorgina, le violette condite sono una ricetta? Se è così non lo sapevo!
Buona giornata, Marco
Caro Marco,
si fa quello che si può, ma sei spassoso anche tu:
non violette “condite”, bensì “candite”. Noi vecchi ce le ricordiamo con i marron glacé (personalmente non le ho mai assaggiate ma me ne dicevano meraviglie).
Riciao,
Roberto
@ Roberto
“violette candite”, come la frutta candita che si trova nel panettone. Ai tempi di mia nonna usava (a Piacenza) regalare alle signore un vassoio di “marrons glacés” ornati da violette candite poste qua e là. Altri tempi!
Di nuovo un caro saluto
Giorgina
Brano sagace, “provocatorio” e ricco di vis comica. Si ha l’impressione di essere il terzo avventore seduto al tavolo di quel bar ad ascoltare i ritrovati copmpagni di scuola. Sembra che il tempo non abbia corroso le loro personalità soprattutto quella del’amico del narratore che un buona volta ci insegna a diffidare dai professionisti che purtroppo sono penalizzati dall’assenza totale di ciò che si chiama occhio clinico.
Senza quello non si sarà mai un buon dottore. Quindi meglio medici di se stessi. Per una patologia come la sua, poi, prescrivere un plcebo senza sospendere il drink sarebbe stata la terapia giusta.
@ Roberto e Giorgina
opppss, quando una vocale fa la differenza… :-))
Grazie ancora e un abbraccio!
Marco
Cara Giorgina,
qualche pasticceria ancora oggi decora il vassoio di marroni con violette, ma ormai non si tratta che di zucchero colorato.
O tempora…
Risaluti,
Roberto
Gentile Gum,
nella realtà la scena tra medico e paziente si è svolta in modo abbastanza simile a quello narrato, ma confesso che per l’aspetto del medico mi sono ispirato a un politico che anche lui ripete ad ogni occasione: “Bene, adesso si cambia. Aria e vita nuova. Regime e sacrifici. E alla fine vedrete”.
A me, in verità, proprio come al paziente dell’apologo, pare di non aver nessun bisogno di arrivare alla fine, per “vedere”.
Grazie per l’attenzione e un saluto,
Roberto
L’allegoria del dottore – politico rende l’apologo ancor più gustoso e didascalico.
i miei complimenti e saluti.